Jack LaMotta “Toro scatenato”, reso immortale da De Niro nel 1981, aveva 96 anni Fu campione dei medi nel Dopoguerra. Memorabili le sfide con Sugar Ray Robinson

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E’ morto Toro Scatenato: Raging Bull, detto pure il Toro del Bronx. Cioè no. E’ morto il grande pugile Jake LaMotta, che ispirò il capolavoro di Martin Scorsese. Per tutti noi Jake LaMotta ha infatti il volto (immortale) di Robert De Niro, massacrato dai pugni del saettante Ray “Sugar” Robinson. Gronda sangue come i tori della corrida, una maschera rossa stravolta dal dolore. La brutalità del match, il disperato kamikaze del ring: è lo spietato poster dello sport che continuiamo a chiamare “nobile arte”. Anche De Niro vinse il suo titolo: l’Oscar del 1981.

Jake LaMotta fu campione mondiale dei pesi medi al tempo del Piano Marshall. Conquistò il titolo a Detroit, allora floridissima capitale dell’auto, simbolo dell’American Life of live. Era il 16 giugno del 1949, quando Jake - all’anagrafe nato Giacobbe La Motta il 10 luglio del 1921 a New York, figlio di un immigrato di Messina, ma lui sosteneva di essere nato il 10 luglio del 1922 - sconfisse l’elegante francese Marcel Cerdan, amatissimo da Edith Piaf. Allora, più di adesso, champagne pugni e star s’incrociavano nel parterre, dove le signore incitavano i loro beniamini a massacrare gli avversari. Facce gonfie, maciullate ogni volta che saliva sul ring Jake LaMotta. Pareva combattere contro il mondo. Rabbia e rivincita. Orgoglio. Disperazione. E paura: quella della mafia.

E’ morto a 96 anni, un’età rara per chi ha boxato. Christi, una delle sue figlie, ha annunciato il decesso del padre sulla sua pagina Facebook - un segno dei tempi: quando boxava, c’era solo la cornetta del telefono. Ma lei non ha spiegato la causa: secondo il sito americano TMZ, Jake LaMotta era ricoverato in una clinica per una polmonite. Le sue condizioni sono velocemente peggiorate negli ultimi giorni. Ora che non c’è più, ha detto la moglie, “voglio che la gente sappia quanto lui sia stato grande, dolce, sensibile, forte, con un grosso senso dell’umorismo, con gli occhi che danzavano”.

Aveva cominciato la carriera nel 1941, dopo che era stato riformato dal servizio militare, per via di una ferita. Ha combattuto 106 volte, vincendo 83 incontri e perdendone 19. E’ considerato uno dei più grandi pugili della storia. Ha avuto la sfortuna di incocciare con Sugar “Ray” Robinson, dei grandi pesi medi forse il più grande. Un duello infinito: durato sei combattimenti. Raging Bull lo sconfisse una sola volta. Il sesto incontro avvenne il 14 febbraio del 1951. Fu chiamato il match del secolo. Divenne il “massacro di san Valentino”. Robinson vinse per k.o tecnico al tredicesimo round. LaMotta, sfinito, non riusciva più a vedere: le palpebre erano saracinesche chiuse.

Si ritirò nel 1954. Ebbe una vita sentimentale burrascosa, quasi come i suoi incontri. Nel 1960, decise di vuotare il sacco. La sottocommissione al Senato americano (Comitato parlamentare sulla criminalità organizzata presieduto dal senatore democratico Estes Kefauver del Tennesseee) lo chiamò a deporre come testimone sull’influenza della malavita nel mondo della boxe. Jake, sotto giuramento, ammise di aver truccato il match contro Billy Fox, nel 1947. Doveva perdere, la mafia in cambio gli garantì di diventare lo sfidante ufficiale di Cerdan. Così, andò al tappeto al quarto round. La vergogna ossessionò Jake per tutta la vita, avvelenando i rapporti con gli amici e la famiglia.

In gioco c’erano interessi colossali. Scommesse, riciclaggio, gioco d’azzardo. Il business dei casinò. LaMotta difese il titolo contro Tiberio Mitri, campione europeo. L’incontro si svolse il 12 luglio del 1950, giorno del compleanno di Tiberio. Il quale perse, ma con onore: fu capace di resistere per tutti e quindici i round. Mitri sposerà Fulvia Franco, ex miss Italia. Farà l’attore. Scriverà un libro: La botta in testa. Dove definirà l’amico Jake come il suo “liquidatore”. Anche Jake scriverà la storia tribolata della sua vita, per difendere la reputazione. Imita Tiberio: diventa attore, appare in 15 film, compreso Lo spaccone, dove recita la parte del barista. Mestiere che conosceva bene, avendo acquistato coi soldi delle sue ricche borse alcuni locali.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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