Helmuth Kohl Helmut: patria, ideali e salsicce. Il Cancelliere che squarciò il Muro

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Helmuth Kohl, il Cancelliere cristiano-democratico della Riunificazione tedesca, è morto ieri mattina a Ludwigshafen sul Reno, nel sud-ovest della Germania, dove abitava. Aveva 87 anni: era malato da tempo, costretto a stare sulla sedia a rotelle dal 2008. Un ictus aveva compromesso gravemente la mobilità della parte bassa della faccia, non poteva quasi più parlare. A dire il vero, Kohl non fu mai un avvincente oratore: però quando doveva dire qualcosa di determinante, sapeva dosare le parole, e renderle epocali. La notte dopo la caduta del Muro, dal balcone del municipio di Berlino, concluse il suo breve discorso quasi gridando: “Viva la libera patria tedesca, viva l’Europa libera e unita!”. Erano i suoi due sogni: voleva che diventassero realtà. E ci riuscì: il 3 ottobre del 1990, meno di undici mesi dopo la fatidica notte del 9 novembre 1989, la Germania dell’Est scomparve ufficialmente dalle carte geografiche e da quelle politiche. Berlino ritornò capitale della Germania unita. Di quel che rimaneva del Muro, si vendevano ormai i mattoni, cinque marchi a pezzo.

L’occhialuto Kohl aveva dalla sua anche le phisique du rôle. L’imponenza fisica - era un gigante paffuto alto due metri - gli dava autorevolezza e incuteva soggezione a prima vista, ma poi provvedeva lui a rendere tutto più semplice, perché era il contrario dell’uomo sofisticato, badava al sodo: chiarezza di idee, buon senso, capacità di decidere e di convincere, dentro e fuori la Germania. Si considerava un pragmatico: andava dritto al cuore delle questioni. Quella ebraica. Si recò alla Knesset israeliana. Strinse la mano a François Mitterand in un’intensa commemorazione della Grande Guerra al Memoriale di Verdun, il 22 settembre del 1984: sessantasei anni dopo la fine del grande macello, i due uomini di Stato sancivano con quel significativo gesto di pace la riconciliazione tra i due Paesi.

La riunificazione delle due Germanie fu rapida, pacifica e diplomaticamente un capolavoro. Certo, a facilitare il successo politico c’era il tacito consenso della Casa Bianca e la rassegnazione di Gorbaciov che sentiva vacillare l’Unione Sovietica. Kohl, tuttavia, capì che si doveva agire in fretta, altrimenti tutto si sarebbe complicato. Il 28 novembre del 1989 annunciò al Bundestag un piano in dieci punti per l’unificazione tedesca. Senza avvertire i partner europei, che s’irritarono. Lo stesso Mitterand ebbe una reazione diffidente: convocò l’ambasciatore tedesco e gli disse che l’Europa stava ritornando quella del 1913.

L‘8 dicembre si svolse a Strasburgo una burrascosa riunione dei leader europei. Andreotti, con perfida ironìa, bollò il pan-germanesimo: “Amiamo talmente la Germania che preferiamo averne due...”. La più ostile fu Margaret Thatcher. La Lady di Ferro temeva il ritorno di una Germania dominatrice del Vecchio Continente, “dopo aver battuto i tedeschi due volte siamo al punto di prima”. Persino il premier olandese Lubbers, buon amico di Kohl, espresse le sue preoccupazioni. E poi, a remare contro c’era addirittura la potentissima Bundesbank che non approvava la parificazione economica e soprattutto monetaria. Kohl, allora, disse che senza l’unità tedesca mai ci sarebbe stata un’Europa davvero unita. E che si doveva ipotizzare il probabile allargamento ad Est, i segnali della dissoluzione sovietica lo lasciavano intuire. Era un lungimirante, Kohl. E aveva il pieno appoggio di Bush padre.

Anni dopo, anche Clinton approvò l’operato di Kohl. I due ex presidenti Usa - il repubblicano, il democratico - convennero che il cancelliere tedesco era stato “il più grande leader europeo della seconda metà del XX secolo”. La genialata di Kohl fu di dire che non voleva creare un’Europa tedesca, ma una Germania europea. Per questo puntò moltissimo sull’unione monetaria, coinvolgendo Mitterand: insieme dettero sostanza al Trattato di Maastricht (1992), che non aveva per obiettivo solo la moneta unica, ma il rafforzamento dell’esecutivo di Bruxelles e una maggiore autorità democratica del parlamento europeo. Un europeista convinto che se un domani ci fossero state crisi e difficoltà queste sarebbero state legate a debolezze strutturali più che politiche. E qui sbagliò...

Ebbe anche l’intuito di scovare, tra i giovani politici venuti dall’Est, la rampante Angela Merkel che lui chiamava affettuosamente “Das Mädchen”, la ragazza. Angela fu più volte ministro, sino a diventare segretaria del partito, con ‘avallo di Kohl. Poi, un giorno, scoppiò lo scandalo dei fondi neri della Cdu. L’ex cancelliere - la crisi economica nell’ex Ddr seguita alla riunificazione gli aveva fatto perdere le elezioni del 1998 - si rifiutò di comunicare i nomi dei finanziatori. La Merkel scrisse ai giornali una lettera per dire che si doveva abbandonare Kohl al suo destino, pur di salvare il partito. La Grande Coltellata dell’anno Duemila. Kohl si dimise dalla carica di presidente onorario della Cdu. Non digerì mai il tradimento. L’anno scorso criticò la politica dell’accoglienza della Merkel, dicendosi d’accordo con le misure prese dal primo ministro Viktor Orban. Lo criticarono duramente. L’astio l’aveva accecato. Ora tutti lo rimpiangono: Macron ha twittato in tedesco ricordando la morte di “un grande europeo”, Juncker ha detto che era “l’essenza stessa dell’Europa”, per Bush senior “Helmut era una roccia”. E la Merkel, in un sussulto di sincerità, ha ammesso: “Mi ha cambiato la vita”. Anche a noi.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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