Siria, scacco matto di Putin Approfitta dell’Ue divisa, costringe Obama a fidarsi e accresce la sua influenza in Medio Oriente

Guerra in Siria

Dunque, ci siamo. Vladimir Putin ha telefonato a Barack Obama. Gli ha detto: “I nostri Sukhoi Su-34 stanno rullando sulla pista di Latakia. Fra qualche minuto avranno compiuto il primo raid. Ne seguiranno altri”. Formalmente, la difficile cooperazione russo-americana per distruggere l’Is è cominciata così, un gesto di buona volontà da parte dei russi e la misurata ricezione degli americani. I cacciabombardieri di Mosca hanno lanciato i loro missili nel primo pomeriggio di mercoledì 30 settembre. Un attacco in forze. Ma contro chi? L’opposizione siriana ha subito denunciato l’azione di Mosca: “Hanno colpito obiettivi civili”.

Putin, annunciando il via delle operazioni aeree nei cieli siriani, alla televisione russa ha dichiarato che “il solo modo di lottare efficacemente contro il terrorismo internazionale - in Siria, come nei territori limitrofi - è di farlo subito, senza aspettare, combattendo e distruggendo i miliziani e i terroristi nei territori che controllano e non aspettare che arrivino a casa nostra”. Quindi, se ne deduce che i suoi aerei dovrebbero aver colpito l’Is, visto oltretutto che il presidente russo aveva presentato una soluzione all’Onu in cui invitava a creare “una coalizione mondiale contro il terrorismo e il sedicente Stato islamico”. Obama aveva replicato che era disposto, su questa base operativa, a “lavorare con la Russia e l’Iran”, però considerava necessario varare “una transizione controllata senza Assad”. Un dissenso sostanziale, comunque, nei confronti di Putin. Però, in assenza di una strategia ben definita e circostanziata dell’Occidente (che si sta comportando in ordine sparso, vedi la Francia, vedi le titubanze di Angela Merkel, vedi le velleità renziane sulla Libia), Obama si è rassegnato a cercare un minimo accordo con Mosca, data l’urgenza di annientare lo Stato islamico e i suoi orrori: “Russia e Iran potrebbero convincere Assad a cessare i bombardamenti sulla popolazione civile”. Di fatto, Putin ha avuto via libera. Di bombardare, certo. Nell’interesse di Mosca che coincide, guarda caso, con quello di Assad.

Infatti fonti della sicurezza siriana hanno contraddetto Putin: “Gli aerei russi, con quelli siriani, hanno condotto parecchi raid contro postazioni terroriste ad Hama e a Homs”. Provincie in mano al Fronte Al-Nosra, l’ala siriana di Al-Qaeda, e ai ribelli islamici che si battono contro Assad, dove non è significativa la presenza dei jihadisti dell’Is. I jet russi hanno colpito pure le città di Rastane e di Talbissé, nella provincia di Homs, e anche questo dimostrerebbe che l’intento dei russi più che colpire l’Is sarebbe quello di rafforzare il despota di Damasco. L’ambiguità di questa situazione è sottolineata dalla tv statale, secondo la quale i raid russi avrebbero avuto per obiettivo “due provincie” e che i bersagli erano “posizioni” dell’Is. Senza specificare quali. Perplessità che il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian trasforma in pesanti dubbi: “I russi e i siriani hanno fatto parecchie incursioni, questo è ormai pubblico, curiosamente però non hanno colpito lo Stato islamico...”. Al punto che il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius è stato costretto a smussare le affermazioni del collega, ammettendo che sì, c’erano “informazioni secondo le quali le missioni russe non hanno colpito l’Is”, che tuttavia “bisognerà verificare quali erano gli obiettivi” prima di dire che i russi hanno raccontato balle. Ancor più cauti gli americani. Il Dipartimento di Stato si accontenta di dire che i raid russi non modificheranno in alcun modo i piani delle missioni aeree condotte dagli Stati Uniti e dalla coalizione internazionale contro l’Is in Siria.

Insomma, per il momento prevale il pragmatismo. Terreno in cui Putin è cinicamente il più attrezzato. D’altra parte, le alchimie politiche che convergono sulla crisi siriana e, di riflesso, su quella libica, sono assai complicate. Con una certezza: che i russi non intendono sgombrare dalla Siria. Lo spiega Bassma Kodmani, ex portavoce della Coalizione nazionale siriana, direttrice del centro Arab Reform Initiative: “Vi è coerenza nella posizione russa. Mosca vuole rafforzare Assad e ridare credibilità all’esercito siriano, epicentro del suo potere in Siria, nell’ottica di un negoziato in cui i termini sarebbero a suo favore”. Ossia, il mantenimento dei privilegi attuali: la base navale di Tarsus e quella aerea di Latakia. I russi hanno capito benissimo che Assad tra qualche anno non sarà più al suo posto, osserva il politologo Salam Kawakibi, sempre dell’Arab Reform Initiative, “non è lui che cercano di rafforzare, ma la loro posizione in Siria”.

Mastro Putin ha gioco facile, di fronte si ritrova interlocutori privi di una visione unitaria che vada aldilà della lotta contro l’Is. Che è la priorità di Washington, ma accompagnata dalla condizione di combattere lo Stato islamico senza il macellaio Bashar al Assad, responsabile dei massacri che hanno decimato la popolazione del suo Paese e hanno costretto all’esodo oltre sei milioni di persone. Obama ne fa - giustamente - una questione morale. Lo stesso Segretario di Stato John Kerry ha invitato Putin a smettere di sostenere Assad che “aiuta gli estremisti”. Putin sostiene che non se ne può fare a meno, non c’è tempo per altre soluzioni, presenta Assad come l’unico bastione contro l’Is e così facendo paralizza ogni discussione su un’eventuale (indispensabile) transizione a Damasco. Kerry è dell’opinione che l’intervento russo “rischia di esasperare ed estendere il conflitto”, lo ha ribadito al ministro degli esteri russo Sergej Lavrov il 28 settembre. Lavrov non ha fatto una piega. Il Cremlino ha in mano carte forti, capaci di sedurre più gli europei che gli americani: barattare una posizione più morbida sul caso Ucraina, in cambio dell’aumento d’influenza in Siria. La Merkel, tra i leader Ue, è parsa la più interessata.

Dall’inizio del 2015 la presenza militare russa in Siria si è in effetti assai intensificata, in numero e in qualità“. L’effetto politico è stato progressivamente incalzante. Prima, l’accordo energetico con la Turchia. Poi lo storico accordo nucleare del 4 luglio che ha posto la fine delle sanzioni contro Teheran. Infine, le plateali dichiarazioni d’intento in Siria. L’interventismo della Russia (e quello della Francia) ha smascherato le “contraddizioni paralizzanti” dell’Occidente e risaltato l’imbarazzo della Casa Bianca che propugna una strategia detta del “tridente”: bombardamenti aerei, raid delle forze speciali, aiuti ai ribelli anti Assad. Il problema è che non basta. Per i russi, l’equazione è un’altra: Assad controlla meno di un quarto del territorio nazionale. Inoltre, c’è il rischio che il terrorismo islamico tracimi nelle regioni caucasiche e poi nella stessa Federazione russa. Per questo occorre intervenire subito. Per questo il problema Assad viene dopo la guerra all’Is, tra le cui fila ci sarebbero più di 1500 cittadini russi. Dobbiamo agire come fu contro Hitler. Tutti insieme, magari non appassionatamente, ma determinati a sgominare il virus dello Stato islamico. E questo, l’America da sola non può farcela. E’ finita l’era degli Usa sceriffi del mondo. C’è bisogno di un’altra superpotenza, ha detto Putin nel discorso all’Onu, lasciando intendere che questo ruolo è ricoperto ormai dalla Russia. Come ai tempi della Guerra Fredda (ma questo l’hanno detto gli americani...). Déja-vu?

Così Putin ha deciso di fiancheggiare Assad (mandando commandos d’assalto e truppe speciali, carri armati, cacciabombardieri, missili, blindati), dopo si vedrà. Secondo gli analisti (Rand Corporation) la Siria non sarà più la stessa che conosciamo. Non solo. Già ora l’iniziativa “muscolare” di Putin ha provocato slittamenti geopolitici che inquietano gli Usa. Teheran si è spostata decisamente verso Mosca, poiché comune è l’interesse di sostenere Assad e il ruolo di Hezbollah, da sempre legata all’Iran. Per non parlare di Bagdad, sempre più riluttante nei confronti di Washington. Dopo lo storico accordo sul programma nucleare iraniano, lo scorso 4 luglio, lo sdoganamento di Teheran ha aperto nuove prospettive, non soltanto economiche e gli Stati Uniti speravano si traducessero anche in situazioni di convergenza strategica nel Medio Oriente. Lo spostamento dell’Iran verso la Russia ha destabilizzato tutto. Al punto che Gerusalemme si è inserita nelle grandi manovre, cercando un accordo politico e militare col Cremlino: il viaggio lampo di Benjamin Netanyahu a Mosca lo scorso 21 settembre per scongiurare “malaugurati incidenti” (nel caso i missili russi potessero finire nelle mani di Hezbollah) e per porre le basi di un’intesa strategica per “convergenze più ampie in Medio Oriente”. Israele ha capito che non si può più prescindere da Mosca se si vuole combattere l’avanzata dell’Is e contemporaneamente tenere a bada Hezbollah. Ad uso e consumo dei media, il premier israeliano si è affrettato nel dichiarare che tutti “i particolari della sua missione in Russia sono stati riferiti a Washington, nostro fondamentale alleato”.

Mastro Putin sa che la geopolitica è l’antagonismo sotto qualsiasi forma, soprattutto quella più brutale e devastante. La diplomazia della geopolitica è mantenere gli equilibri, sino al limite della loro fragilità. Poi, in nome della pace e della stabilità, nel caso gli equilibri venissero meno, gestire i conflitti eventuali e le proprie convenienze. Il Grande Gioco di Putin nel Medio Oriente non sorprende. Anzi, era annunciato. Nel 2013 The Times l’aveva nominato “uomo dell’anno”, Forbes l’aveva messo in cima alla classifica delle “personalità più potenti del pianeta”, persino i Giochi Invernali di Soci del febbraio 2014, al contrario di coloro che ne avevano profetizzato il disastro, si sono rivelati un volano a suo favore. Subito dopo l’appuntamento olimpico il capo del Cremlino mise in atto il Progetto Eurasia, un mito al quale voleva dare un senso concreto, contrapposto all’atlantismo di Bruxelles. Garantire cioè attorno alla Russia una sorta di anello magico, di nazioni legate a Mosca dalla geografia e dalla storia. Restaurare in qualche modo l’impero sovietico. Un modo di rispondere a una sfida sul piano globale. La prima mossa è stata quella di attaccare la riluttante Ucraina, di smembrarla, di metterne in crisi la complessa identità nazionale. Le sanzioni sono state un prezzo pesante, comunque messo in conto, il braccio di ferro con l’Unione Europea, una conseguenza che lasciava tuttavia margini per trattative, in fondo la Russia era e continua ad essere il primo partner commerciale dell’Ue.

La seconda mossa è stata quella di recuperare - almeno sul piano economico e finanziario - il rapporto con Pechino. La terza è stata quella di rafforzare il suo caposaldo siriano, dopo aver contribuito a predica la guerra “mirata” contro l’Is e sa che questa opzione è apprezzata dall’opinione pubblica, non solo russa, ma in buona parte dell’Occidente. Tanto che François Hollande ha rotto le titubanze e ha bypassato Obama - troppo prudente, troppo impreparato. Mastro Putin ha proposto un’alleanza strategica internazionale “alternativa”, ha obbligato Obama a venire a patti, anche se il presidente americano ha rivendicato il ruolo costruttivo degli Stati Uniti, epperò, ha ammesso il capo della Casa Bianca, in questo mondo tanto interconnesso l’America non può farcela da sola, c’è necessità di cooperare. Ossia ha avvalorato la posizione di Putin. Il quale si gode il trionfo. La Russia incrementa la sua influenza in Medio Oriente. L’Europa si divide, come suo solito, tra chi vuole sparare subito e chi spera nei negoziati. Mentre Mastro Putin può godersi il suo trionfo geopolitico. Una geopolitica vigorosa. Anzi, virile. In sintonìa con la sua immagine di neozar macho e profondamente russo.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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