Putin, bombe e razzi per la Grande Russia Affari, amicizie antiche, religione e voglia di allontanare le polemiche sul rublo debole. E poi il messaggio implicito ai vicini ribelli: siamo una potenza

Guerra in Siria Mosca

Mosca, 30 settembre. Conferenza stampa del governo. Parola d’ordine: “Anticipazione” - la password del Cremlino per giustificare l’intervento armato in Siria, anticipare cioè l’assalto dell’Isis a Damasco e rovesciare il regime de ll ’alleato Assad. È in pericolo la sicurezza del Paese, per questo è necessaria “l’a nticipazione”. Con i raid aerei. I missili dal Mar Caspio. La flotta al largo di Latakia e Tartus. Putin la ripete spesso, e l’agenzia R ia - N ov o s ti d i sc iplinatamente lo riporta nei suoi dispacci.

IL CLIMA È FEBBRILE, in patria, mentre i piloti russi scaricano bombe e razzi sulle postazioni dei “te rr or is ti ” in Siria: una campagna sistematica di input mediatici, di tam tam televisivi, di riferimenti ideologici che cercano di annacquare gli annunci radiofonici del rublo in caduta o i prezzi che salgono, più letali dei Kalibr lanciati da 1500 km, ma con una gittata di 2600: messaggio chiaro e forte che Mosca, nonostante le sanzioni, ha un apparato militare industriale all’altezza del ruolo che si è prefissa, cioè di Grande Potenza, e che può raggiungere qualsiasi obiettivo del Medio Oriente o di quei Paesi dove si manifestano forze d’opposizione ostili alla Russia. Il fronte siriano rilancia l’avventura imperiale di Putin, il sogno di una Santa Madre Russia che ritrova radici profonde in Medio Oriente, non solo geopolitiche. Venerdì 9 ottobre, cattedrale dell’Epifania di Bogojavlenskij, a Mosca. Parla il rettore padre Alexsandr Agheikin: “Ciò che succede in Siria provoca dolore nel cuore di ogni cristiano, perché lì è stata la culla del cristianesimo. In Russia il cristianesimo è arrivato dalla Siria, per noi quella è la nostra terra”. Nel web circola una memorabilia sovietica. L’immagine della copertina di un manuale di storia antica del quinto anno. La foto, guarda caso, dell’arco di Palmira, oggi distrutto dalla furia del Califfato. Il passato è di prezioso supporto. In nome degli interessi strategici e della religione, la Russia di Caterina II bombardò e conquistò Beirut nel 1772, allora fortezza della costa ottomana siriana. Le navi del principe Alexei Orlov colpirono molte città costiere, lo scopo era separare Damasco dall’impero ottomano, dare una base mediterranea alla neonata flotta del Mar Nero fondata dal principe Potemkin, che aveva tentato di negoziare Minorca con gli spagnoli, senza riuscirci. Sempre venerdì 9 ottobre. Pravda on line. Il titolo d’aper - tura è dedicato al 62% degli americani che non riescono a risparmiare. La guerra in Siria è minimizzata, almeno graficamente. Un piccolo richiamo laterale, con foto d’archivio di un cacciabombardiere Sukhoi. Titolo: “Quartiere generale delle forze militari russe: eliminati 200 combattenti Isis”. Correda la notizia un video. Secondo il vicecapo del comando russo, il generale luogotenente Igor Makushev, i bombardamenti hanno colpito i militanti islamici. Ogni volta che si cita l’Isis, compare una parentesi e la scritta “fuo - rilegge in Russia”. Numero delle missioni nelle ultime 24 ore: 67, contro 60 obiettivi Isis. I guerriglieri islamici, sottolinea il portavoce delle forze russe, hanno avuto grosse perdite e ciò li costringe a cambiar tattica. Non mancano i commenti. Degli esperti. O degli analisti di geopolitica. Una tesi prevalente è quella avallata da Putin: il “caos controllato” del Medio Oriente è fuori controllo, l’Occidente non è stato efficace nel contrastare l’Is is , per questo c’è il provvidenziale intervento russo. Qualcuno ipotizza che i “terroristi”si nascondino sotto terra. Altri affrontano la spinosa questione della Turchia e la minaccia che la collaborazione tra Ankara e Mosca sia interrotta per via degli sconfinamenti aerei: “Cosa vuole il presidente turco?”. Irina Gordienko, su No - vaja gazeta, il bisettimanale dove lavorava la povera Anna Politovskaja si chiede “Chi e contro di chi fa guerra in Siria”. I missili, scrive, non vedono “tutte le sfumature” politiche e ideologiche in campo. Lei prova a mapparle, e indicare quali sono filorusse e quali invece filoamericane. La situazione è liquida, sempre in movimento: le alleanze mutano per convenienza e spesso è difficile individuarle. UN SONDAGGIO del Centro di Ricerca Levada di Mosca, organizzazione autonoma non governativa, aiuta a capire i sentimenti della popolazione russa. Tra il 13 giugno e il 15 settembre sono state intervistate 2400 persone di 134 località distribuite in 46 regioni. Il 69% della popolazione dichiara di “seguire più o meno regolarmente” l’andamento della crisi; il 39% è d’accordo con la politica del governo, un terzo se ne disinteressa; il 30% giustifica l’intervento perché difende gli interessi russi. Il 20% perché rafforza la posizione della Russia nel mondo. Quanto all’invio di truppe sul territorio siriano, il 69% si dichiara contro, mentre il 57 non vuole profughi sul territorio russo. Insomma, Putin può mostrare i muscoli all’O ccidente ma la gente vuole evitare un secondo Afganistan.

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