Il ghigno di zar Vlady: la Siria resta roba sua

Guerra in Siria

MOSCA. L’Itar-Tass è la prima agenzia ufficiale (erede della sovietica Tass) di informazione russa. Ossia la voce del Cremlino. Alle 19 e 30 di ieri sera, la home page - sia nella versione russa, sia in quella inglese - mostra in primo piano la foto di un missile e questo titolo: “Gli esperti lodano l’eccellente performance della difesa aerea siriana che ha abbattuto 71 missili”. E’ in linea con la posizione (cauta, ma beffarda) di Putin. Cioè: 1) la Russia non ha replicato all’attacco americano; 2) gli obsoleti sistemi antimissili in possesso dei siriani hanno sbaragliato la vantata tecnologia delle armi Usa. Il primo punto è un messaggio destinato all’Occidente. Il secondo, invece, è ad uso interno.

Ed è qui il nocciolo politico della situazione. Nonostante la trionfale rielezione di Putin, serpeggia un vasto malcontento nei confronti del governo: promesse economiche mai mantenute, infrastrutture in stato comatoso, stipendi svalutati, inadeguatezza dei servizi pubblici, rabbia per gli sprechi in Siria (“Che c’importa di quella guerra, vogliamo l’acqua calda”). Per questo Putin ha accentuato l’aspetto patriottico della guerra in Siria: gli consente di monopolizzare i notiziari, rilanciare l’orgoglio nazionale ed evitare le questioni interne, messe in secondo piano rispetto alla priorità della sicurezza nazionale. Le opposizioni hanno organizzato una manifestazione di protesta il 6 maggio: “Putin non è il nostro zar” è lo slogan coniato da Alexej Navalny. Alla guerra non si accenna. I russi sono sazi, quanto a conflitti. Per loro è normalità. Per molti, un modo di guadagnare soldi. Così, la narrazione di queste ultime ore - su tutti i media - è la seguente: Trump ha attaccato, senza preavviso; lo hanno affiancato Macron e Theresa May. Noi non abbiamo usato i nostri sofisticati sistemi antimissili. Se 71 missili americani sono stati abbattuti, è per merito dei siriani.

Il briefing di ieri del ministero della Difesa poteva essere riassunto così: “Gli americani hanno fatto cilecca”. Non a caso c’era la diretta tv: “Gli obiettivi militari più importanti non sono stati colpiti: le basi aeree siriane di Dyuwali, Al-Dumayr e Blei”. Quanto a Shayrat (già bombardata un anno fa in rappresaglia all’attacco col sarin che era stato utilizzato su Khan Sheikhoun), stavolta, secondo il generale Serghei Rudskoi dello Stato Maggiore russo, i razzi sarebbero stati intercettati tutti. Senza aver attivato le più moderne difese aeree russe, i sistemi antimissile S-400 e S-300, anche perché “nessun missile” ha attraversato lo spazio aereo controllato da Mosca in Siria.

Non basta. Mosca, maliziosamente, ha lasciato filtrare il dubbio su tutta l’operazione Usa: che fosse concordata con il Cremlino. Tant’è che non ci sono state vittime, né civili, né militari, enfatizzano i telegiornali russi. Che aggiungono come Putin abbia accusato Washington di aver violato ogni regola. Passi per lo scorso anno, quando Putin fu magnanimo e concesse un’iniziativa simile a Trump, per aiutarlo ad uscire dal vicolo cieco in cui si era ficcato, a causa della sua inesperienza diplomatica. Però, c’è un limite - spiegano gli analisti russi. Gli americani l’hanno valicato il che consente a Putin di riprendere i negoziati con Damasco - vendere alla Siria gli S-300 - interrotti solo per compiacere l'Occidente, quando i rapporti erano meno critici di quelli attuali. “Non vogliamo la guerra”, ripete Putin ai russi, “ma vogliamo rispetto”. E subito ha esibito i muscoli: ieri ha fatto decollare i suoi caccia per pattugliare i cieli siriani, e ha messo in stato di combattimento le forze di difesa aerea della madrepatria: “La trojka che ha attaccato la Siria vuole intralciare volutamente il lavoro degli specialisti Opac a Duma”. Teatro di una “messinscena”. Organizzata da Londra. Nel ribaltamento dei ruoli, il “cattivo” Putin rivendica quello del “buono”. Pronto però a mordere. Ha convocato una riunione della “Nato dell’Est”', composta dai membri della Comunità degli Stati Indipendenti (Bielorussia, Kazakistan, Armenia, Kirghizistan e Tagikistan). E la fabbrica dei troll ha incrementato l’attività nelle ultime ore. La guerra vera dello spazio virtuale.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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