Il più forte rimane Dumoulin Ciclismo - Il cronoprologo va all’olandese di Maastricht che chiude in poco più di 12 minuti a 48 all’ora e stacca Froome di 37 secondi e Aru di 50, tra stelle di David e palazzi storici

Giro d’Italia 2018 Gerusalemme

GERUSALEMME. “E’ la vittoria più importante o la più simbolica della tua carriera?”.

Tom Dumoulin non ci pensa un istante. Sorride furbo: “Non è la più importante. Ma è molto bella”.

Che abbia battuto l’australiano Dennis Rohan di appena due secondi, non conta granché, peraltro il belga Victor Campenaerts ha ottenuto lo stesso tempo di Dennis. E’ che in poco più di 12 minuti sparati a 48,366 all’ora su strade non facili e saliscendi spezzagambe Tom ha stracciato Chris Froome, che ha buscato 37 secondi, ha maltrattato Thibault Pinot, che ha impiegato 33 secondi di più, ha pettinato di brutto la cresta alla mohicana di Fabio Aru (staccato di 50 secondi). Si è salvato il nostro Pozzovivo, decimo. Insomna, ha onorato due maglie in un solo colpo: quella di campione del mondo della specialità e quella rosa del Giro vinto lo scorso anno. Un passaggio delle consegne, direbbe Briatore, “da favola”. Dumoulin ieri, Dumoulin oggi. Dumoulin domani?

“Corro day by day. Giorno per giorno, anzi ora per ora”.

Ma con l’additivo - lecito - di questa vittoria a Gerusalemme “certo che mi sento gasato, e ho più autostima”.

Forse perché è qualcosa di diverso, un risultato epocale, in ogni senso.? Tom non cade nella provocazione. Eppure, ieri il suo successo è diventata la notizia più diffusa del mondo: primo nella Città Santa, un universo nell’universo, “sei consapevole che la tua impresa ha implicazioni non soltanto sportive, ma anche politiche e religiose?”.

“Affronto il Giro solo come avvenimento sportivo. Mi ha lasciato perplesso il fatto che il ciclismo non sia ancora tanto sviluppato qui in Israele, però c’è stata una grande accoglienza, un grande entusiasmo, non me l’aspettavo. Non ho pensato alle motivazioni che ci possono essere dietro questo Giro in Israele. Io non sono credente, ma rispetto chi lo è, qualsiasi fede professi”.

Certo, non conosce il grido disperato degli ebrei deportati a Babilonia lungo la strada dell’esilio, “se ti dovessi dimenticare, Gerusalemme, si paralizzi la mia mano destra”. Non l’hanno mai dimenticata. E adesso, che Israele compie 70 anni, la vogliono sempre più grande, più importante, più indispensabile. Oggi la folla che incitava Dumoulin sventolava centinaia di bandiere con al centro Maghen David, lo scudo di Davide, la stella a sei punte, di colore azzurro, in mezzo a due strisce orizzontali dello stesso colore, in campo bianco, “comincia uno storico Giro” titolava ieri in prima pagina il conservatore Jerusalem Post mentre il progressista Haaretz enfatizzava (ma in quarta pagina) l’incubo di un traffico sconvolto dal “più grande evento sportivo di sempre in Israele”.

“Sono felice che gli israeliani abbiano apprezzato la nostra corsa. Non avevo, in realtà, programmato questo risultato, anche se contavo di fare una buona prestazione. Mi sentivo bene, in questi giorni, tutto è filato liscio, in modo perfetto, come mi auguravo. E’ stato un sogno, a Gerusalemme...vorrei sognare così tutti i giorni, ma il Giro è lungo, tre settimane dure...”.

E’ sornione il ventisettenne spilungone olandese di Maastricht, si attiene al copione degli organizzatori, non rilascia dichiarazioni che potrebbero essere strumentalizzate: il Giro in Israele deve essere trattato come un evento sportivo. Ma è consapevole, come tutti i corridori del gruppo, che la loro presenza va aldilà dello sport, come spesso è successo in passato, o anche di recente, pensiamo ai Giochi Invernali in Corea del Sud e ai suoi imprevisti sviluppi.

Sebbene breve (appena 9,7 chilometri) l’emblematica crono di Gerusalemme si è svolta non a caso lungo un tracciato ricco di impliciti significati politici, in un luogo disseminato di imboscate diplomatiche. La scelta di far correre i 175 girini - uno, il bielorusso Kastantin Siutsou, è stato costretto a ritirarsi perché si è fratturato la terza vertebra cadendo in ricognizione, pure Chris Froome è scivolato rimediando dolorose escoriazioni che ne hanno condizionato la prestazione - diventa uno strumento significativo per legittimare una certa politica, a cominciare dallo stesso controverso statuto di Gerusalemme, che gli israeliani considerano la loro capitale indivisibile, dopo che è stata “riunificata” con l’annessione di Gerusalemme-Est nel 1967 (non rinosciuta però dalla comunita internazionale). Il tracciato assai tecnico aveva tutta una sua logica politica: costeggiava la Knesset, il parlamento, seguiva strade intitolate a vecchi primi ministri, ad associazioni benefiche, a grandi rabbini, passava davanti agli uffici del premier Benjamin Netanyahu, il quale si è recato a trovare (in forma privata) i corridori della Israel Cycling Academy, l’unica formazione professionale del paese (ha avuto una delle quattro Wild card per partecipare), nel gazebo di riscaldamento vicino al King David. Bibi vorrebbe andare in bici, è la sua passione, ma i servizi di sicurezza glel’hanno proibito. Ha augurato buona fortuna agli unici due israeliani in gara, i quali hanno evitato la maglia nera: Guy Sagiv si è piazzato 162esimo, l’ex militare dei corpi d’assalto Guy Niv 167esimo, davanti a Nibali. Non è un lapsus. E’ il Nibali Giovanni, fratello di Vincenzo. C’è anche un Quintana sbagliato, non il Condor del Tour, ma Dayer Quintana, anche lui fratello del più celebre è bravo Nairo, ieri quart’ultimo davanti a Kristian Sbaraglia, nel nome tanta voglia...E, a proposito di nomi, come non sottolineare la coincidenza che a partire per primo è stato l’italiano Fabio Sabatini. Cinque ore dopo cominciava lo Shabbath, che deriva dalla parola “riposare”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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