Michele Scarponi Scalatore e uomo squadra: grazie a lui Nibali ha vinto il Giro

Giro d’Italia 2017

MILANO. “Il nostro ciclismo, quello dei professionisti, è un mestiere molto duro e spesso ingrato: è anche un modo di vivere la vita”, mi confidò l’anno scorso Michele Scarponi, il giorno che aiutò Vincenzo Nibali a vincere il suo secondo Giro d’Italia, quando scatenandosi in salita, dopo essere stato in fuga ed avere fatto scoppiare i più irriducibili degli avversari, rallentò per aspettare il capitano e pilotarlo alla maglia rosa, catturata in extremis. Quel giorno di fine maggio Nibali, subito dopo l’arrivo, pianse lacrime di gioia e di riconoscenza, accasciandosi stremato sul manubrio. Scarponi avrebbe potuto vincere la tappa di montagna, una di quelle che illuminano la carriera. Il destino degli scalatori in bicicletta abita tra le cime più alte, dove vai a caccia d’ossigeno e i polmoni quasi scoppiano, dove lo sforzo sconcia le gambe, dove combatti con le leggende di uno sport epico: lì, ai bordi di queste strade che puntano al cielo, il popolo delle due ruote ti assedia e ti incita, ti acclama e ti esalta. Scarponi non era Pantani, ma un gradino appena sotto. Ne era consapevole: per questo smise da parte le ambizioni personali e nel 2014 si accasò con l’Astana, per fare da luogotenente a Nibali e da chioccia al giovane astro nascente Fabio Aru. Teneva famiglia: la moglie Anna e i due gemellini Giacomo e Tommaso.

Scarponi aveva rinunciato per il sogno di un altro: aveva domato la gran voglia di andare al traguardo da solo: “Alla mia età”, mi disse, “ho fatto una scelta ben precisa: non correre per fare i miei interessi, ma quelli della squadra”. Così fu, al Tour del 2014, un’impresa epica, nell’anno del centenario di Gino Bartali. Lui, in fondo, di animo caparbio e sovente spavaldo, nell’albo d’oro del Giro d’Italia c’era già: ma gli rodeva aver vinto a tavolino l’edizione del 2011 perché lo spagnolo Contador era stato squalificato per doping. Gli pareva più che un’addizione, una sottrazione. Quell’anno aveva trionfato nel Giro del Trentino, che della corsa rosa è l’anticamera, l’ultima rifinitura. Per altre tre volte, nel 2010, 2012 e 2013 si era piazzato quarto. E poi, l’ho visto arrivare quinto ad una Milano-Sanremo e secondo ad una Bastogne-Liegi-Bastogne. Il ciclismo è essenzialmente sport di fatica, resistenza e di difficoltà: lui sapeva gestire la fatica, dosare la resistenza e superare le difficoltà, sempre in funzione delle strategie di squadra. Insomma, un corridore di straordinaria importanza, nell’economia delle corse a tappe. In più, l’esperienza e la sapienza: sarebbe stato un bravissimo direttore tecnico, che poi era il suo obiettivo, una volta appesa la bici al chiodo dei ricordi e delle vittorie. Insomma, senza Michele, lo Squalo non ce l’avrebbe fatta. E mica solo alla diciannovesima tappa, quella del micidiale Agnello. Ma anche una settimana prima, nel tappone dolomitico. Allora Vincenzo era in crisi profonda: aveva le gambe di piombo. Lo affiancò Michele, il soccorritore. Insieme limitarono i danni. Forse, il Giro fu vinto in quel pomeriggio di paura e delusione.

La vita del corridore in questi anni difficili del ciclismo, si incrocia purtroppo con vicende opache, e Scarponi rimase coinvolto nel 2006, insieme a gran parte della squadra - allora, la spagnola Liberty Seguros-Wuerth di Manolo Sainz - nell’inchiesta dell’Operacion Puerto. Ebbe il coraggio di ammettere i legami col sulfureo medico Eufemiano Fuentes, la Federciclismo lo squalificò per diciotto mesi. Tornò a correre e si riprese a colpi di pedale l’onore perduto. Si può sbagliare, è umano. La vicenda l’aveva “educato”. Divenne più ironico, demifisticava tutto, sapendo che il ciclismo professionista è come una barchetta in mezzo alla bufera. Ma nessuno, come lui, nel gruppo sapeva interpretare e poi raccontare le fasi cruciali della corsa. Bastava un’occhiata, e qualche aggettivo mai banale per farti capire che cosa era successo e chi guidava le trame della corsa: “Comunque, e nonostante tutto, il ciclismo è ancora una passione, quella della gente semplice dal cuore semplice”, mi disse un giorno. Si passava nelle Marche, la sua terra. Tra la sua gente di cui lui era - e resterà - l’eroe, l’aquila di Filottrano.

Michele Scarponi, ciclista moderno, fenomeno e sindacalista

Quando l’amico ed ex compagno di squadra Alessandro Vanotti lo chiamò per fargli i complimenti, dopo la vittoria nella tappa del 17 aprile al Tour of Alps come stupidamente hanno ribattezzato il glorioso Giro del Trentino, Michele Scarponi disse: “Vedi, Ale? Qualche volta sono capace di vincere pure io...”. Si sentiva in gran forma per affrontare il Giro d’Italia numero 100. Ci teneva: i corridori sono i primi a conservare memoria del loro sport, e a perpetuarlo. A trentasette anni, il Giro è già in salita fin dalla prima tappa. Eppure, lui era convinto che avrebbe comunque lasciato il segno: non dovendo più essere al servizio del capitano di turno. Ieri, Vincenzo Nibali, lo Squalo. Oggi, Fabio Aru, il tamburino sardo. Che però si è infortunato due settimane fa. Dunque, era diventato Michele il capitano: “Stavolta corro per fare i miei interessi...”. Aveva una gran voglia di dimostrare che non era solo un “vice”...per questo si allenava con furore.

Michele impersonava, in un certo senso, il ciclismo complesso e altamente specializzato di oggi. Nel bene e nel male. Nelle imprese e nelle malefatte, vedi doping. Però, ha avuto il coraggio di confessare il suo coinvolgimento (caso Operacion Puerto, col medico Eufemiano Fuentes). La Federciclismo lo squalificò per diciotto mesi. Lui scontò la pena e tornò a correre. Con più rabbia di prima. In salita era un fenomeno, certo non quanto Pantani, ma poco sotto. Nel Giro del 2011 contese la vittoria finale allo spagnolo Contador. Che venne a sua volta beccato per doping. Così, Scarponi vinse quel Giro avvelenato. Lo considerò un risarcimento, ma avrebbe voluto battere Contador non a tavolino. Il ciclismo attuale è un gioco degli specchi: sovente, non sai mai chi c’è riflesso. Scarponi era tra i migliori, non il migliore. Con intelligenza e grande pragmatismo, decise che il suo indubbio talento sarebbe stato più utile in appoggio ad un fuoriclasse. Ormai le corse a tappe sono pianificate in modo scientifico, ogni squadra è strutturata in funzione del percorso. Vincere un Giro e un Tour è il massimo. Lui ha contribuito in modo fondamentale ai successi di Vincenzo Nibali: soprattutto l’anno scorso. Il Campione e il Fuoriclasse. Scarponi agiva in corsa con intelligenza tattica e con immensa generosità. Dispensava consigli un po’ a tutti e da tutti era rispettato. Il suo volto era quello della fatica, dell’uomo solo al comando, del ciclista che domava pendenze da massacro. Interpretava la modernità del ciclismo che obbliga ormai i ciclisti a stagioni folli, si comincia a febbraio e si finisce a fine autunno. Dei corridori era un po’ il sindacalista: troppi doveri e pochi diritti, per chi non sta ai vertici delle squadre. Di lui ricordo gli spunti in volata e quelli dialettici: al Tour mi ha spesso aiutato a decifrare le tappe e ad anticipare le mosse. Era ben conscio che il ciclismo doveva essere raccontato come una serie tv, a puntate e a stagioni, coi personaggi principali e quelli di contorno, in una continua girandola di sorprese e di colpi di scena. Ci mancherà. Mi mancherà la sua allegria - battute sferzanti e commenti feroci - e pure la sua rabbia, quando le cose giravano storte e non era riuscito a dare una svolta alla corsa. Lui era il magnete che alla fine riusciva a catturare tutti gli altri, appena superato il traguardo: i compagni di squadra, gli avversari, vincitori e vinti, dolore e gioia. Michele era tutto ciò.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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