La favola rosa Dopo il “via” all ’edizione numero 100, ripercorriamo gli episodi più epici della corsa tra protagonisti e duelli memorabili della gara

Giro d’Italia 2017

1909, il Primo

“Corridori! L’ora è prossima, la battaglia incombe. Gli amatori del ciclismo di tutte le nazioni vi ammirano e attendono...”: il primo Giro parte da Milano alle 2 e 53, la notte di giovedì 13 maggio: 8 tappe, 2546 chilometri di strade sterrate. Polvere sudore e sangue non sono retorica, ma realtà dell’Italietta giolittiana e sofferenza dei “giganti della strada”. Partono in 127. Arriveranno a Milano in 49. Trionfa Luigi Ganna: ha pedalato mediamente 11 ore al giorno.

1919, il primo dopo la Grande Guerra

La settima edizione onora le “terre redente”. Le prime 2 delle 10 tappe toccano Trento e Trieste. Le vince in volata Costante Girardengo che è già il Campionissimo, ma non aveva ancora partecipato al Giro. Sarà il primo corridore a restare in testa dalla prima all’ultima tappa, lasciando Gaetano Belloni - “l’eterno secondo” - a 51’56”. Nell’edizione del 1923 vincerà 8 tappe su 10. L’amicizia del Gira col bandito anarchico Sante Pollastri ha ispirato canzoni, libri, sceneggiati tv.

1930, quando Binda viene pagato per non disputarlo

Alfredo Binda fu il più grande corridore del ciclismo eroico. Vinse 5 Giri e 3 campionati del mondo. Elegante, intelligente, sobrio, pragmatico. Ma troppo forte. Al termine del quarto vittorioso Giro (1929), il pubblica fischia. Lo strapotere di Binda umilia gli avversari che minacciano di disertare il Giro del 1930. Ci si inventa la partecipazione ad invito. Lui non lo riceve. In cambio, lo indennizzano con 22500 lire (la stessa cifra che premia il vincitore, l’esordiente Luigi Marchisio).

1934, l’anno di Guerra

Learco Guerra, “la locomotiva umana”. Il Giro ha varato la maglia rosa nell’edizione del 1931, la qual cosa poco garba a Mussolini. Nel nome, un destino: passista formidabile, combattente delle due ruote in gara, piace ai fascisti e al pubblico in orbace. Ha una potenza straripante. Il 1934 è l’anno delle mirabilie. Conquista Giro di Lombardia, di Toscana, di Campania, del Piemonte, la Roma-Napoli-Roma, la Milano-Modena e il quinto titolo nazionale. Soprattutto, domina il Giro (fa sue 10 tappe su 17) che vince il 10 giugno, quando l’Italia del pallone diventa campione del mondo.

1940, arriva Coppi

Gino Bartali ha il naso in salita e in saccoccia un Tour de France e due Giri d’Italia: domina le corse, le cannibalizza. Corre per la Legnano, dove approda un giovanissimo Fausto Coppi che gli fa da gregario. Il Giro del 1940 parte con Bartali grande favorito. Nelle prime due tappe Ginettaccio compromette la corsa. Tra incidenti ed intoppi vari, si arriva al 29 maggio, la tappa dell’Abetone. Coppi diventa maglia rosa. Sarà Bartali a mettersi al suo servizio. Il 9 giugno vince il primo dei suoi 5 Giri. Il giorno dopo l’Italia entra in guerra.

1946, il Giro della ricostruzione. E degli spari.

In un Paese devastato ed umiliato, ricomincia con grande coraggio un Giro sofferente come il Paese che attraversa nel 1946. L?Italia è senza Trieste e l’Istria. Americani, inglesi, jugoslavi ed italiani se le contendono. Il Giro prevede uno sconfinamento a Trieste, domenica 30 giugno. Ma a Pieris, un gruppetto di facinorosi filotitini blocca la carovana. Sassate, spari, feriti. Solo 17 corridori capitanati dal velocista triestino Giordano Cottur decidono di proseguire e raggiungono Trieste scortati dalle jeep degli americani, in mezzo ad una folla in delirio.

1948, Bartali vs Coppi

E’ il Giro che vince Fiorenzo Magni, passato fascista e pelle salvata grazie a Gino che placò i partigiani. Ma gli occhi di tutti sono per Coppi e Bartali. Gino il vecchio, scrive Montanelli, “a testa alta declina”, però ha vinto il Giro della rinascita mentre Coppi quello del 1947, dopo un epico duello sulle Dolomiti col rivale. Gino roda la gamba per il Tour che vincerà, smentendo Indro. Coppi si ritira polemicamente. Malaparte scriverà (1949) che i due sono la metafora di due modi diversi di concepire l’universo e l’esistenza”. Bartali, il Pio. Coppi, il laico. La loro è un’epopea non solo sportiva. E’ una storia d’Italia.

1956, l’inferno del Bondone

E’ l’anno del più puro tra gli scalatori, Charly Gaul. Viene dal Lussemburgo. E’ l’8 giugno. Mancano tre tappe alla fine. In rosa, Pasqualino Fornara. Gaul è undicesimo. Staccato più di sette minuti. Verso Trento le condizioni meteo precipitano. Sulla salita al Bondone si scatena una bufera di neve. E’ tregenda: Fornara, Defilippis, Astrua ed altri si ritirano. Gaul compie l’impresa. Supera tutti. Stravolto, mezzo assiderato, si accascia appena dopo il traguardo. Lo avvolgono in una coperta. Trema. Piange. Impreca. Vince così il Giro.

1968, Merckx il Cannibale

Il Sessantotto in bicicletta vuol dire Eddy Merckx, il più grande corridore d’ogni tempo. Vince il primo dei suoi cinque Giri (più 4 Tour, 7 Sanremo e 3 Mondiali), domina il ciclismo per un decennio, ne sa qualcosa il povero fiero Felice Gimondi, che pure talvolta è riuscito a sconfiggerlo (in un Mondiale, per esempio) e che di Giri ne intasca 3 (più il Tour del 1965). Eddy rivoluziona il ciclismo, la sua preparazione atletica è straordinaria, la cura dei dettagli meccanici è maniacale.

1979, il Saronnimoser

Gli anni Settanta vedono nascere la rivalità tra Francesco Moser, possente trentino, e l’astuto Giuseppe Saronni, pistard passato alla strada. Moser è un passista destinato a polverizzare il record dell’ora di Merckx, sfruttando le innovative ruote lenticolari, l’altura di Città del Messico e la preparazione medica di Francesco Conconi. Saronni è più veloce negli sprint, scatta meglio in salita. Ai due confenzionano Giri con salite docili e lunghe discese...Nel Giro del 1978, Saronni vince tre tappe, Moser 4. Nel 1979, Moser è il favorito ma Saronni lo beffa e fa suo il Giro. La rivalità divide e scatena i tifosi.

1998, l’anno che consacra Pantani

Ci sono stati gli anni di Bernard Hinault (5 Giri) e di Miguel Indurain (3 successi). Gli italiani fanno contorno. Poi, arrivano gli scalatori. Claudio Chiappucci apre la strada alla leggenda, nel bene e nel male, di Marco Pantani. Il Pirata che assaltava le strade in salita come un bucaniere le tolde dei galeoni. Nelle prime settimane la maglia rosa cambia sette volte. Becca una tranvata alla crono di Trieste. Sembra spacciato. Poi, il tappone dolomitico e l’ascesa a Montecampione, lo straordinario duello infinito col roccioso Pavel Tonkov. Pantani vince. Andrà al Tour e fa doppietta. Poi, il tunnel del doping, della droga, la morte triste y solitaria e misteriosa il giorno di san Valentino del 2004, in un residence di Rimini.

2013, inizia la Nibaleide

Vincenzo Nibali, siciliano di Messina detto lo Squalo dello Stretto. L’11 maggio del 2013, al termine di una velocissima cronometro vinta dall’inglese Alex Dowsette (54,8 kmh), indossa la maglia rosa e la conserva sino a Brescia. Farà il bis l’anno scorso, sia pure in extremis e grazie al povero Michele Scarponi, suo devoto luogotenente. In mezzo, l’estate del 2014 col trionfo al Tour. Nel palmarès, pure una Vuelta. Quest’anno tenta il tris. Che vorrebbe dedicare a Scarponi.

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