Giro d’Italia senza italiani Giro d'Italia senza italiani. Nessuna squadra tricolore tra le 18 di “fascia A”. E delle 4 wild card una a Gazprom, una in Polonia, due a team di casa

Giro d’Italia 2017

Tra meno di cento giorni - 98 per essere precisi - scatta da Alghero il centesimo Giro d’Italia che dovrebbe celebrare come non mai in passato il ciclismo italiano e la sua mitica competizione “rosa”, attorno alla quale si è via via aggregata ed edificata la storia degli umili d’Italia, non solo quella delle due ruote: il Giro, infatti, è stato un collante nazionalpopolare, un viaggio in un Paese spesso dimenticato, trascurato, provinciale, cominciato faticosamente il 13 maggio del 1909, interrotto a causa delle guerre mondiali dal 1915 al 1918 e dal 1941 al 1945. Un evento che trascende l’agonismo e diventa passione, febbre, emozioni. In numeri, quest’anno, il tracciato vuol dire attraversare quindici regioni, 3572 chilometri spalmati in 24 giorni, sino al Passo dello Stelvio, 2757 metri d’altitudine, dove resiste la stele che ricorda Fausto Coppi.

Tutto bene, dunque? Macché. Sarà un caso, ma la data del primo via è quella di un giorno fatidico: il 5 maggio. Ei fu, dato il mortal sospiro...Infatti, questa data rischia di diventare la celebrazione di uno splendido de profundis, splendido perché il Giro resta pur sempre la corsa a tappe più bella ed impegnativa del mondo. Ma in lizza ci saranno appena due squadre tricolori, tra le ventidue in corsa: dei 198 corridori che verranno iscritti, è probabile che siano meno di cinquanta quelli italiani. Il 25 per cento. Non è tutta colpa degli organizzatori: per la prima volta, infatti, non c’è una squadra italiana nel World Tour, i diciotto team di serie A del ciclismo professionistico internazionale che hanno diritto di partecipare a tutte le corse più importanti. Gli organizzatori avevano a disposizione 4 “wild card”, quattro inviti destinati a formazioni di seconda fascia di merito (i Team Professional, che sono 22). Invece di invitare quattro squadre italiane, ne hanno scelte due, la Bardiani e la Willer, escludendo l’Androni e la Nippo Fantini, che hanno dovuto inchinarsi alla russa Gazprom Rusvelo (il nome non vi dice qualcosa?) e alla polacca Ccc Sprandi. Motivi tecnici, nonché “politici ed economici”, è la giustificazione addotta da Mauro Vegni, abile direttore del Giro: “La Rusvelo nel 2016 ha vinto una tappa all’Alpe di Siusi con Alexander Foliforov, ha un grosso sponsor e tutta la Russia alle spalle. Anche la Sprandi investe molto nel ciclismo, ha un grande interesse per il Giro e in un prossimo futuro (una Grande Partenza nel 2018, dicono, ndr.) potrebbe ospitarlo”.

Insomma, Putin batte piccola Italia. E Varsavia promette lucrosi contratti. Senza Giro in calendario, la Androni rischia di chiudere. Gianni Savio, il manager torinese, è furioso, anche perché sostiene che la sua squadra è più forte di tante altre che saranno al Giro.

In verità, il problema è a monte. Il ciclismo italiano è strozzato dai costi di un calendario sempre più fitto e sempre più globale. Per gestire una squadra di livello World Tour occorrono almeno 15 milioni l’anno. Se poi ingaggi un grande campione, solo lui viene a costare dai 3 ai 5 milioni. I gruppi più ricchi e competitivi ne spendono il doppio, se non di più, come il britannico Sky, che è il Manchester City delle due ruote. Siamo il primo Paese produttore di biciclette d’Europa, il quarto al mondo dopo Cina, Stati Uniti e Taiwan. Siamo però i migliori costruttori di bici da corse. Però le aziende italiane del settore si accontentano ormai di restare “fornitori ufficiali”. Costa meno, rende lo stesso. La maggior parte dei corridori nostrani è dispersa, una diaspora che impoverisce la qualità. Il nostro uomo di punta, Vincenzo Nibali, corre per la Bahrain-Merida (che ha chiuso con la lombarda Lampre), l’erede Fabio Aru è rimasto con la kazaka Astana. Al Tour de France l’opzione squadre francesi in lizza è privilegiata: nonostante i galletti siano orfani della vittoria da più di trent’anni, l’ultimo fu Bernard Hinault, nel 1985. Mais le Tour c’est la France.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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