Giro bucato gli sponsor hanno mollato gli italiani

Giro d’Italia 2017 BERGAMO

BERGAMO. L'assicuratore Felice Gimondi da Sedrina, val Brembana, oggi ha 74 anni e mezzo, capelli argentati e l'aspetto da gentleman, elegante come lo era quando correva in bicicletta. E' stato un grandissimo vincente: tre Giri, un mitico Tour de France quando aveva appena ventidue anni, una Vuelta, il Mondiale del 1973, una Parigi-Roubaix, due Parigi-Bruxelles, una Milano Sanremo, è salito nove volte sul podio della corsa rosa, tuttora record. Una magnifica, sontuosa carriera. E’ stato il primo italiano a vincere le tre principali corse a tappe, il secondo in assoluto dopo Jacques Anquetil. Soprattutto aveva come rivale l’impietoso e quasi imbattibile Eddy Merckx, che talvolta riusciva a sconfiggere. Col Cannibale e Bernard Hinault condivide un altro primato: aver vinto le cinque corse top (i tre grandi giri, la corsa iridata e la Roubaix). E' stato anche un grande perdente: nella sconfitta ha sempre dato prova di stil e umiltà. E’ il nume tutelare del nostro ciclismo. Che sinora, in questo Giro numero 100 denso di memorie, simboli e nostalgie, ha deluso tantissimo. Parecchi comprimari, nessun primattore. A cominciare da Vincenzo Nibali.

Ma che succede?

“Nibali, che è l’italiano migliore nelle corse a tappe, non è al meglio. Va un po’ più piano di Nairo Quintana, lo scalatore colombiano che tutti davano grande favorito. Pure Quintana va un po’ così così: al Blockhaus, sulle pendenze che sono il suo pane, ha affibbiato agli avversari solo 23 secondi. Cioè niente. Quell’olandese spilungone e bello in maglia rosa, Tom Dumoulin, a Oropa - la salita in cui Pantani fece spettacolo rimontando i rivali e sgominandoli - ha vinto senza dannarsi, con una gamba sola. Il suo viso mi ricorda un po’ il mio al Tour de France del 1965...”.

Quello vinto a sorpresa...

“Non avevo nulla da perdere e lo vinsi perché non avevo avuto alcun timore nel prendere l’aria in faccia...”.

Sinora Dumoulin ha controllato la corsa. Ha dettato ritmo, ha governato il gruppo. Il centesimo Giro d’Italia è già suo?

“Ad Oropa ha lasciato andar via Quintana, ma l’ha tenuto sempre a vista. Poi, lo ha ripreso con gran facilità e l’ha saltato per andare a vincere da solo la tappa. Come a dire: io sono il padrone. E’ migliorato, rispetto allo scorso anno, quando aveva perso la Vuelta nell’ultima salita. La differenza con Quintana è che il colombiano può contare su una squadra fortissima e su gente come Amador e Anacona, capaci di scombinare la corsa. Questo Giro, per me, è la guerra tra la Movistar di Quintana e Dumoulin, la maglia rosa”.

Il dato scoraggiante, però, è un altro: 15 tappe, sinora, 15 vittorie straniere. Mai successo nella secolare storia del Giro. Un funerale. I corridori italiani latitano...

“Questo non lo dico io...” (ma lo pensa...).

Triste.

“Vediamo se Nibali cambia, con le grandi salite. Già oggi ci sono il Mortirolo e lo Stelvio a limare il gruppo e a setacciare la classifica: saranno sentenze. Nibali, sino a questo momento, ha sofferto gli scatti di Quintana, cedendo progressivamente. Ad Oropa è stato salvato da Dumoulin, che non ha forzato l’andatura, si è messo in scia e ha tenuto duro sino al momento in cui l’olandese è andato a riacchiappare Quintana”.

Felice, questo olandese è volante anche in montagna...

“E’ un atleta che mi riporta ai miei tempi, ha tenuta, resistenza, tiene duro sino alla fine. E’ determinato, freddo. Dimostra sicurezza: Quintana gli si metteva a ruota, lui se ne sbatteva. Nibali ha capito il gioco, vediamo se ne approftterà. Lo capiremo a Bormio”.

Dove oggi arriva la sedicesima tappa. Ma i giovani che dovevano infiammare la corsa?

“In generale, nelle prime due settimane grandi episodi non ci sono stati. E quelli visti, erano minuscoli...Quanto alla situazione del ciclismo italiano rispecchia la situazione economica italiana...”

In che senso?

“Non ci sono più i grandi sponsor, quindi non ci sono più grandi squadre italiane in grado di competere con quelle estere; i nostri professionisti sono costretti ad emigrare. E’ anche un problema di qualità: Vincenzo Nibali mi pare quest’anno meno brillante del solito, ma dietro di lui ci sono solo buoni o probabili buoni corridori, sparpagliati in tante squadre straniere, in ruoli non di primo piano. Inoltre, il ciclismo attira sempre di meno i giovani, optano per altri sport. Manca una politica adeguata per coinvolgerli, offrendo la competenza ormai indispensabile in uno sport sempre più globalizzato e competitivo, sia a livello agonistico ma soprattutto a livello organizzativo e finanziario”.

Che fare, allora, per rimediare a questa crisi profonda e disperante?

“Tornare indietro. Tornare cioè coi piedi per terra: iniziare con le squadre di campanile, per intenderci. Dove i giovani possano divertirsi e non essere stressati dall’ansia della prestazione, senza pretendere subito da loro il risultato a tutti i costi. Alla Selvinese, dove sono cresciuto ciclisticamente, eravamo liberi. Anche di sbagliare. Io ero un autodidatta. Una volta, andai in fuga tra Lecco e Como, si doveva affrontare la Bevera, ad un certo punto smisi di pedalare. Ero finito. Scoppiato. Accostai. Vidi passare il gruppo. Avevo dosato male le forze. Ma imparai: era stata una lezione in fondo molto utile”. La selezione della fatica, vetrina del ciclismo.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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