Ecco il giro d’Italia 2005 Cunego aspetta le sue montagne Presentata l'edizione di quest'anno, lunga 3464 Km e 650 m Torna lo Stelvio, dislivello di 3.500 metri superiore al 2004

Giro d’Italia 2005 Milano

MILANO - Il Giro 2005 è lungo 3464 chilometri e 650 metri, conterà venti tappe di cui due a cronometro, riavrà lo Stelvio e passerà ovviamente sui luoghi delle prossime Olimpiadi torinesi, parte da Reggio Calabria e risale in fretta la penisola per attorcigliarsi lungo tornanti che asfissiano tra Alpi e Prealpi, in un crescendo di tappe in salita che lo renderanno drammatico, dunque avvincente, sino al traguardo del Sestriere, il penultimo giorno di gara. Insomma, il tracciato presentato ieri al Mazda Palace di Milano annuncia un Giro davvero bello, ma anche cattivo, severo, selettivo. E ci sarà ancora una volta l'immarcescibile Mario Cipollini, deciso più che mai a contrastare le volate del rivale Alessandro Petacchi e del tedescone Erik Zabel, altro convitato di lusso degli sprint.

Ad una prima, sommaria analisi, questo Giro che presenta un dislivello di 3500 metri superiore a quello del 2004, non può non apparire un piacere a Damiano Cunego, il giovanissimo vincitore dello scorso anno. Il campioncino veronese proprio in salita esprime un ciclismo avventuroso e gagliardo: Damiano sa di dover rivincere per convincere che il futuro delle due ruote tricolori sarà appeso al suo manubrio. Ma è anche un favore a gente come Stefano Garzelli, che proprio al Sestriere andò a conquistare il Giro del 2000, e ad Ivan Basso, l'altra promessa del ciclismo nazionale (terzo all'ultimo Tour de France): entrambi, rispetto a Cunego sanno gestirsi meglio nelle frazioni contro il tempo. Perciò, nulla sarà scontato. Conteranno le alleanze trasversali, e le rivalità mai sopite, come quella che infiammò il Giro dello scorso anno, Gilberto Simoni capitano spodestato dal suo luogotenente. I due hanno deciso di continuare a correre insieme: e pure questo è altro pepe sparso sulla pietanza del Giro per renderlo ancor più saporito.

Premesse e promesse: Angelo Zomegnan, il nuovo patron del Giro, ha una strategia ben precisa in testa: "Ho ereditato il Giro degli italiani, voglio che ritorni ad essere il Giro d'Italia". Lo dice perché sino allo scorso anno ha seguito il Giro come giornalista della Gazzetta dello Sport: ha visto la grande corsa "rosa" - un po' per colpe organizzative un po' per fatalità (il calendario delle corse internazionali ha penalizzato il Giro) - scivolare lentamente ma inesorabilmente nel provincialismo, in confini sportivi autarchici, disertato dai grandi campioni stranieri: vuoi anche perché lo spostamento dei campionati mondiali ai primi di ottobre ha privilegiato la spagnola Vuelta, che si disputa a settembre ed è dunque ideale per la preparazione alla corsa iridata. Come ridare smalto al Giro? La ricetta non deve essere affatto semplice. Ieri Zomegnan ha iniziato a rivelare i primi ingredienti: la credibilità e le partecipazioni qualificate. Un lavorìo non immediato: che presuppone però un grosso impegno diplomatico.

La geografia del Giro prevede appuntamenti classici e storici, se pensiamo alla storia della corsa ormai approdata alla sua 88esima edizione: il passo del Muraglion alla nona tappa, il passo Duran tre giorni dopo, all'undicesima tappa, nel cuore delle Dolomiti, e ancora una raffica di gran premi della montagna dai nomi mitici: il passo di San Pellegrino (dodicesima tappa); il passo di Costalunga, il Pordoi, il passo di Campolongo e il passo delle Erbe (la Montagna Pantani di quest'anno, lì lo scalatore romagnolo fu protagonista di una grande impresa) alla terribile tredicesima frazione, vigilia di un'altra serie di scalate assassine perché, neve permettendo, il giorno successivo ci sarà oltre allo Stelvio - cima Coppi, quota 2758 - anche il passo del Fuscagno.

Montagne a pane e colazione nella diciassettesima tappa, avvio morbido con il Cadibona, poi la Madonna del Colletto, il Colletto del Moro infine l'inedito arrivo al Colle di tenda (m.1795), rampe secche sopra Limone Piemonte. Ma è soltanto l'antipasto di un pranzo a base di tappa a cronometro da Chieri a Torino con Colle di Superga a metà dei trentun chilometri. Dulcis in fundo, 190 chilometri con due arrampicate al Sestriere, la seconda preceduta dal Colle delle Finestre con sette chilometri di sterrato, sia pure addomesticato, ossia un pizzico di ciclismo eroico. Ovviamente, i grandi appuntamenti sono concentrati nel week-end, secondo l'imperante formula dello sport spettacolo. Un Giro più per scalatori che per passisti: anche se un po' disinvoltamente gli organizzatori hanno detto che il Giro comprende dieci tappe adatte ai velocisti. Bastava vedere Alessandro Petacchi, che l'anno scorso ha vinto nove dei dieci sprint: "So che non è sempre primavera", ha commentato, già rassegnato.

Duole solo segnalare che durante la presentazione ufficiale in diretta tv si sia evitato accuratamente di accennare alla problematica numero uno del ciclismo, quella del doping: argomento delicato, ma se si parla di credibilità non si può prescindere dal vigilare e dal prevenire. Il ciclismo italiano si appresta a cambiare presidente, i grandi giochi politici sono già cominciati, uno dei candidati, Renato Di Rocco, ha presentato ieri, sempre a Milano, un programma in cui si enunciano alcune priorità da affrontare: se le parole hanno un peso, allora c'è da sperare: "garantire una gestione trasparente e corretta; combattere il doping intensificando l'informazione e la prevenzione specialmente nei giovani", sono due dei punti su cui si basa la sua campagna elettorale, "programmi condivisibili da tutti, ma quello che conta è la coerenza tra intenzioni e realizzazione". Vedremo.

Fonte: repubblica.it

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