Calabria, terra di rassegnazione viaggio in una realtà di sfiducia

Giro d’Italia 2005

CONTINUO il mio viaggio d'Italia al seguito del Giro. Siamo ancora in Calabria. Bellissima regione, sventurata perché saccheggiata da 'ndrangheta e cattivi amministratori, da uno Stato spesso assente e dall'inerzia che di conseguenza avviluppa tutto. Secondo l'Eurispes la Calabria è la "regione della rassegnazione", questa la conclusione dell'istituto di ricerca sulla fiducia dei calabresi verso la possibilità di trovare lavoro, dunque di dare speranza ai propri figli, di dare sostanza alle proprie ambizioni.

Ben 30mila calabresi non solo sono rimasti senza lavoro nel 2004: non lo cercano più. Non lo cercano più qui. I rassegnati sono aumentati del 650 per cento rispetto al 2003. Per l'Istat, invece, la disuccupazione sarebbe scesa dal 23,5 al 14,3 per cento. In apparenza, cifre che si contraddicono. Ma Raffaele Rio, presidente di Eurispes, esclude ogni briciolo di ottimismo.

In verità, l'esercito dei "rassegnati" rappresenta "oltre il 41 per cento della diminuzione delle persone in cerca di occupazione registrato, in un solo anno, in Calabria", sostiene Rio, "le ragioni della flessione del tasso di disoccupazione sono solo parzialmente imputabili all'aumento del numero degli occupati. E' presente una rilevante fascia della popolazione potenzialmente attiva, poiché in età lavorativa, che non sembra più interessata all'ingresso o alla permanenza nel mercato del lavoro. La precarietà rappresenta, soprattutto per le giovani generazioni, un fattore di insicurezza sociale, di impoverimento delle condizioni di vita, di privazione della possibilità di fare progetti di vita a lungo termine".

Sul quotidiano Domani (la direzione e la redazione sono a Catanzaro, stamani il Giro parte proprio da Catanzaro Lido) leggo che il numero di occupati è aumentato nel 2003 di 40mila unità e che il calo dei disoccupati è paradossalmente calato di 73mila unità. Spiegazione: la diminuzione dell'offerta di lavoro e l'aumento del numero degli occupati hanno ridotto, ma in parte, lo squilibrio relativo al mercato del lavoro locale. E questo a cosa porta? Alla fuga dalla propria terra. Una fuga che non coinvolge solo la Calabria ma tutto il Mezzogiorno.

L'Istat, infatti, ha diffuso un rapporto sugli spostamenti di residenza degli italiani nell'ultimo decennio per scoprire che sta crescendo l'emigrazione verso il Nord come negli Anni Cinquanta. Certo, non siamo più all'immagine patetica dell'emigrante con le valigie di cartone tenute strette da spago ed elastico.

La fuga dal Sud è di laureati, diplomati, esperti di computer, ragazzi poliglotti che cercano maggiori opportunità perché dove abitano nessuno gliele offre: la classe politica è inetta, sovente; gli investimenti mirati latitano; una colpevole amministrazione rimane cieca dinanzi allo sfascio e lo Stato contro il predominio mafioso sta a guardare, o ha le mani legate. Peccato. A proposito della mafia (qui, 'ndrangheta) che strangola la terra e gli uomini che la abitano, Luigi Maria Lombardi Satriano, grande antropologo che queste cose sa e purtroppo racconta, dice che chi studia la realtà meridionale "inevitabilmente incontra la mafia nei suoi effetti".

La mafia non è solo comportamento, è anche "una cultura mafiosa: cultura nell'accezione antropologica, come maniera di sentire, pensare, agire". E se lo Stato latita, c'è il controstato invece assai presente. Canta Otello Profazio, con l'ironìa che di certe malattie sociali è la medicina amara: "O clima ingratu!/si mori senza èssari malatu/Chistu clima è 'na caja:/difficilmente mori di vecchiaja..."(da "Clima mediterraneo")..

A domani.

Fonte: repubblica.it

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