Storie di Nino Defilippis Il "Cit" degli alti e bassi

Giro d’Italia 2004

Il Giro numero 87 si arrampica su in cima al Santuario della Madonna di Montevergine, ai piedi di Mercogliano, in Irpinia.

Il Giro ha perso Mario Cipollini, ferito alla quarta tappa, una brutta caduta in volata a Civitella Val di Chiana. Cipollini era la memoria pedalante dei Giri dal 1989 ad oggi. Quindici anni, una vita per chi corre spingendo sui pedali. Le sue erano ormai strade della memoria. Pedalare stanca. Sfinisce. Un giorno anche lui passerà il tempo a ricordare i suoi scatti, le sue astuzie, le sue zingarate. E noi, se ci saremo, a trascriverle. La piccola grande storia del ciclismo è una raccolta infinita di testimonianze, di immagini rubate, di parole che sono come rapide smanettate di cambio.

Prendi Nino Defilippis, che sapeva sprintare sia sul piano che in salita: "Coppi sullo Stelvio, mi affianca, mi passa in una curva. Mi vengono ancora i brividi addosso a distanza di quasi 50 anni. Mai più visto niente di simile in bicicletta, mai, nemmeno Merckx. Sembrava che fosse in moto". Era il Giro del 1953, Coppi aveva chiesto a Defilippis di "provare a dare una botta", di attaccare cioè per obbligare Hugo Koblet ad inseguirlo, così poi lui avrebbe replicato in contropiede. Fu il famoso episodio della "tregua rotta".

Era la penutlima tappa, da Bolzano a Bormio: con quella mossa Coppi sfilò la maglia rosa al campione svizzero e vinse il suo quinto ed ultimo Giro.

La montagna esalta il ciclismo, la fatica diventa materia epica. Ancora Defilippis, ancora lo Stelvio, ancora Giro del 1953: "Bartali, sullo Stelvio aveva quasi 40 anni, io 21. Tossiva, scatarrava, ad un certo punto verso la vetta dello Stelvio mi dico, adesso provo a staccarlo. Scatto e lui mi urla dietro: O' grullo, dove tu vai! Quattro pedalate, mi prende, mi lascia lì. A quell'età! Un personaggio straordinario: a quarant'anni stava ancora in mezzo al gruppo. Mangiava, beveva, fumava... Ma cosa sarà stato da giovane? Però poi disse che quel giorno Coppi lo staccò perché aveva forato. Ma se ero lì con lui, non è proprio vero!".

Altra spigolatura, Mondiale di Lugano, 1953: "Kubler era un po' folle, sentivo urlare alle mie spalle: alé Ferdi, alé Ferdi. Credevo fosse un tifoso. Era lui, invece, che si incoraggiava da solo (Coppi era già imprendibile, in fuga con il belga Derycke, ndr.). Ma in certi momenti il più forte in assoluto è stato Koblet. Più ancora di Coppi, soprattutto in pianura".

E' che ho acquistato un bel libro, "I miei campioni" (Graphot Editrice, 20,14 Euro). E' un'intervista fiume che Beppe Conti, giornalista di Tuttosport, è riuscito a cavare dal piemontese Nino Defilippis - un campione dallo scatto bruciante che cominciò a farsi le ossa contro Bartali e Coppi, Kubler e Koblet, poi affinò l'arma dello sprint contro Magni, Van Steenbergen e Bobet, infine si ritrovò a lottare con Baldini e Nencini, Van Looy, Gaul ed Anquetil.

Nei miei ricordi Defilippis è accomunato al soprannome "Cit", perché aveva vinto da piccolo, ed era stato il più giovane corridore ad indossare la maglia rosa, ad appena vent'anni, dunque qualche mese in meno rispetto al mitico Coppi del 1940. La prima vittoria da professionista la strappò nel 1952, sul traguardo della diciassettesima tappa da Sanremo a Cuneo.

Concluderà la carriera con un'ultimo successo: per quei misteriosi giochi dei destini incrociati, sarà primo, ancora una volta - l'ultima volta - ad un Giro d'Italia. Succede nel 1964, l'anno di Jacques Anquetil. Il Cit dice la sua nella Roma-Montepulciano, dopo 199 chilometri.

Di sé, Defilippis ama dire: "Non mi sono mai considerato un grande campione, anche se ho spesso pedalato al fianco dei grandissimi, anche se qualche volta mi sono preso la soddisfazione di batterli". Fu il re della Tre Valli Varesine. E di una clamorosa "tre giorni" al Giro del 1958. Il 27 maggio fa sua la decima tappa da Firenze a Viterbo, stracciando in volata i quattro compagni di fuga. Il giorno dopo arriva a Roma ottantaseiesimo, ossia ultimo, solo come un cane a sedici minuti da Nencini. Il 29 maggio c'è la difficile e lunga Roma-Scanno, 225 chilometri di montagna: il cit stacca tutti, e vince di nuovo.

Come mai questi alti e bassi? Sono malato, spiegherà agli increduli cronisti, un giorno ho il raffreddore, un altro la bronchite, una notte la passo in bianco, un'altra ho mangiato qualcosa che mi ha fatto male... allora, si diceva, si andava in "bambola", ti pigliava cioè la "cotta". Capitava al cit e pure a Coppi e Bartali.

Fonte: La Repubblica

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