Quelle strade sulle Dolomiti dove nacque Ottavio Bottecchia

Giro d’Italia 2004

Oggi il Giro d'Italia si fa strada tra le Dolomiti, e prima di infilarsi tra le cime delle Prealpi bellunesi passa da Vittorio Veneto. Non lontano da qui, centodieci anni fa, il primo agosto del 1894, in un borgo di San Martino di Colle Umberto, nacque Ottavio Bottecchia che meritò quel nome perché appunto era l'ottavo figlio del povero mugnaio Francesco. Stoico vincitore di due Tour de France consecutivi (1924 e 1925), uno dei quali indossando la maglia gialla dalla prima all'ultima tappa - primo corridore a riuscirci, impresa eguagliata solamente da Jacques Anquetil - ebbe vita breve: fu trovato, in un fosso vicino a Peonis, in Friuli, col cranio sfondato, il 3 giugno del 1927. Morirà il 17 giugno, all'ospedale di Gemona. Le circostanze della sua morte per anni rimasero misteriose (per non dire fantasiose) e ne determinarono il mito di eroico ma sventurato campione: una banale caduta mentre si allenava in bicicletta? Malore causato da una birra troppo fredda? Pestaggio per cause politiche? La bastonata di un contadino che l'avrebbe sorpreso a rubare un po' di frutta? Ci fu chi addirittura immaginò una spedizione punitiva di tifosi francesi e chi la vendetta dell'amante di sua moglie.

Nei trentatré anni di una corta quanto intensa vita, Ottavio Bottecchia combattè tutta la Grande Guerra, guadagnandosi la medaglia di bronzo al valoro militare, sopravvivendo alla malaria e al macello. Aveva conosciuto la fame, visto il padre emigrare in Germania ed avuto un'umile infanzia: "Uguale a quella di tanti altri bimbi della campagna italiana", raccontò un giorno, "in classe d'inverno, mentre l'estate dovevo aiutare i genitori nei duri lavori della terra. In tutto, andai a scuola per due inverni, poiché mio padre volle fare di me un operaio; o piuttosto volle avviarmi ad un mestiere che mi permettesse di occupare in modo remunerativo la cattiva stagione, epoca di riposo per un contadino. Così, a dodici anni, divenni apprendista calzolaio...". Poi divenne manovale in piccoli cantieri edili, infine trovò impiego come carrettiere a Sacile, presso l'impresa Sacchin, su e giù per i boschi del Cansiglio, caricando e scaricando tronchi d'albero. Lavorava sodo e guadagnava di conseguenza. Coi primi risparmi, Ottavio permise il ritorno a casa di papà Francesco. I Bottecchia acquistarono quattro cavalli ed avviarono un'attività di trasporto in proprio. "Furono anni felici", ricordò con nostalgia il grande pioniere del ciclismo italiano. I fratelli maggiori si sposarono. Coi genitori rimasero Ottavio, suo fratello Giovanni e Maria. Giovanni si era potuto comprare finalmente una bicicletta: con questa partecipava alle gare di domenica. Nei giorni feriali la prestava a Ottavio, che dimostrò subito una passione smisurata per quel mezzo: "Tirava di collo in salita come un matto", dicevano i compaesani strabiliati dalla sua forza e resistenza.

Ma già incombeva il tragico 1914. L'Italia sarebbe entrata nel grande conflitto l'anno dopo. I Bottecchia vivevano sul confine. Dichiarata guerra, il governo gli requisì i cavalli, i carri. E i figli maschi. Ottavio sarà inquadrato come caporale del Sesto battaglione bersaglieri ciclisti di Bologna assieme al fratello Giovanni e fu inserito in un corpo speciale, quello degli "esploratori d'assalto": aveva in dotazione una bicicletta piegabile, fucile e mitragliatrice, doveva pattugliare i sentieri battuti dai contrabbandieri. Si dimostrò ardito e spericolato anche come portaordini. Il suo superiore, il luogotenente Gallia, un buon corridore dilettante di Torino, ne era fiero. Ogni tanto organizzava gare tra i suoi uomini, e fu così che Ottavio iniziò la carriera ciclistica: "Una volta compii una lunga corsa in bicicletta attraverso la montagna, portando sul dorso una mitragliatrice, arma che doveva essere destinata ad un posto di vedetta che ne era sfornito, e che era particolarmente sotto il tiro del nemico. Quel giorno, mi spinsi attraverso passaggi e mulattiere che, come ripidità, erano di grado superiore al Galibier o all'Izoard. E la mitragliatrice a bandoliera non alleggeriva certo la mia macchina. Arrivai alla postazione in tarda serata, dopo un'ascensione alpestre assai arrischiata. Il giorno dopo ebbi la gioia di apprendere dal luogotenente Gallia l'utilità del mio raid: gli austriaci avevano attaccato nel corso della notte, e il loro tentativo era fallito grazie alla mitragliatrice. Quell'episodio rappresentò il mio primo cross ciclo-pedestre".

Devo queste citazioni al lavoro fantastico di Giuliana Fantuz, una giornalista di Pordenone: ha scritto infatti una accurata e minuziosa biografia del carrettiere trevigiano che divenne un grandissimo campione ( "Ottavio Bottecchia/ Botescià: bicicletta e coraggio", GVF Libri, 22 Euro). E', in fondo, la biografia di un'Italia ormai remota, dove spesso le passioni dei figli venivano avversate dai padri, l'Italia di giovani che non erano mai stati ragazzi perché il tempo della fanciullezza era tempo rubato al lavoro. Bruno Roghi, che scoprì Bottecchia nella Milano-Sanremo del 1923, descrisse lo sconosciuto corridore come un "povero diavolo. C'era da convenirne badando al suo vestito civile, sbrindellato e liso. Recava a tracolla una bisaccia, c'erano dentro pane e formaggio, se li era portati dal paese; le vivande ghiotte del rifornimento le avrebbe riportate a casa, intatte, perché mangiassero un po' meglio del solito, i suoi. Sceso di bicicletta, pareva spaesato, sperduto". Bottecchia aveva quasi ventinove anni, "teneva da natura un viso ossuto e stirato, due occhi grigi un po' spiritati e un po' maligni, proprio da uccello rapace, un nasone simile a un fendente d'osso. Parlava poco, in dialetto veneto, brusco, sospettoso. Si vedeva che i suoi erano abituati a mangiare polenta; sotto la pelle formicolava la collera inconscia del contadino che la tira dura, e ce l'ha con la sua fatica di tutti i giorni".

Fonte: La Repubblica

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