Quell’Italietta del pedale che piaceva tanto a Pio XII

Giro d’Italia 2004

Il Giro arriva a Spoleto per la seconda volta nella sua storia (la prima fu nel 1977: vinse Mario Beccia, testa lucida come la palla d'un biliardo). La prima volta dell'Umbria fu nel 1921: A Perugia arrivò la terza tappa e da Perugia partì, alla volta di Chieti la quarta tappa. Il 27 giugno del 1946 da Roma il Giro partì diretto a Perugia, con la benedizione del Santo Padre. Pio XII volle dimostrare quanto gli stesse a cuore la sorte di uno sport così popolare e verso un avvenimento profondamente emblematico come il Giro.

Nell'udienza concessa ai protagonisti della corsa, il pontefice disse che il ciclismo meritava una speciale considerazione, "sia in se stesso, sia per il suo valore di simbolo (...) come elevata e fulgida è la realtà di cui questo sport è simbolo! Nella corsa verso la vita e la gloria eterna voi lottate non per guadagnare un premio corruttibile o che può passare ad altri mani, ma con la speranza di una corona imperitura, che non espsone nessuno di voi alla delusione di non essere il migliore, purché osserviate le leggi di questa sublime gara dello spirito e non vi lasciate arrestare da nessuna stanchezza e da nessun inciampo prima di avere toccato la meta. Andate dunque al sole radioso d'Italia. Andate, o prodi corridori della corsa terrena e della corsa eterna".

Nel 1947 si partì invece da Perugia per raggiungere la Città Eterna. Sarà una tappa destinata a rimanere nelle cronache per il clamoroso sciopero dei 66 corridori rimasti in gara. Sui quotidiani del giorno dopo si leggerà: "Gli operai incrocianno le braccia e i corridori incrociano le gambe". La protesta è capeggiata da Mario Vicini, rosso di pelo e rosso di credo politico. Ma anche da Vito Ortelli, altro sfegatato comunista, e dal democristiano Bartali. I corridori sono stufi di correre su strade disastrate, polverose, non asfaltate, "scelte deliberatamente per rendere più ardua la fatica dei concorrenti". Protestano pure per le partenze a mezzogiorno che ritardano l'arrivo e dunque la cena ed il riposo, costringendoli per di più a pedalare nelle ore più calde della giornata. Poi, c'è il malumore nei confronti di una giuria troppo severa, che punisce spesso e volentieri i gregari aiutati dal pubblico. Una volta peones e capitani stanno - quasi tutti - dalla stessa parte.

I 66 marciano a ranghi compatti e a lentissima andatura. Appena fuori Rieti, il velocista Adolfo Leoni, che è della zona, alza il braccio e blocca il gruppo: "Qui c'è una bella fontana", dice, indicando una radura. La fontana è enorme, monumentale, barocca. "Ci staremo tutti", grida Leoni. Il Giro si blocca. Vicini sfila la pompa dal telaio e la brandisce come una clava: "Il primo che mi supera l'ammazzo". Ma è una minaccia scherzosa: nessuno ha voglia di fare il crumiro. La solidarietà è totale. Fiorenzo Magni, il "nero" e Alfredo Martini, sinistra moderata, sono d'accordo. Ad un cenno convenuto, tutto il plotone si allinea lungo il bordo della strada. Luigi Casola si volta verso i 65 compagni e li invita a mingere: "Chi non piscia in compagnia o ne ha troppo o ce l'ha via". La pisciata collettiva finisce in una risata colossale. Dopodichè i ciclisti ritornano in sella. Il Giro riprende.

C'è la salita della Capannaccia. Tutti si mettono a cantare "la Montanara". Quello che si sgola di più è Antonio Bevilacqua, maestro elementare e futuro bicampione mondiale dell'inseguimento (1950/1951). Lo asseconda Tino Ausenda. Il gran premio della montagna viene assegnato, all'unanimità, a Bevilacqua: formidabile passista ma una frana in salita: "Abbiamo voluto prendere in...giro il Giro", diranno qualche ora dopo i corridori che in prossimità di Roma sospendono lo sciopero. Ogni squadra designa un uomo per la volata finale: vince Oreste Conte, alla media di 32,070 all'ora. I corridori minacciano: "Non è finita qui, lo sciopero riprenderà domani". Le polemiche sono feroci. Gli organizzatori replicano: "Provateci".

L'Unione Velocipedistica Italiana confisca intanto i premi della Perugia-Roma, versandoli alla Cassa previdenza dei corridori. Vasco Pratolini scriverà: "Il Giro consente un censimento inconfutabile delle opinioni politiche degli italiani, molto più valido di quello espresso col rerferendum e l'elezioni, perché spontaneo e senza remore di voto". Scendendo verso Sud, durante la tappa di Foggia, Gino Bartali va a confessarsi da Padre Pio: è il "De Gasperi del ciclismo", diranno i parroci ai loro fedeli. L'Italietta del pedale, nel secondo dopoguerra, anticipa la stagione di don Camillo e l'onorevole Peppone.

Fonte: La Repubblica

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