Quando il Giro sconfina la prima volta nel 1920

Giro d’Italia 2004

Il Giro d'Italia sconfina in Slovenia e Croazia, arriva a Pola. Non è inusuale che i "girini" pedalino oltre confine. Anzi, negli ultimi anni è diventata una regola. Due anni fa il Giro è cominciato addirittura dall'Olanda, passando per Belgio, Lussemburgo, Francia e Germania (la prima Europa unita); nel 1996 da Atene, per celebrare il centenario delle Olimpiadi moderne (cosa che il Cio non fece, assegnando i Giochi di quell'anno ad Atlanta).

La prima volta in assoluto fu nel 1920, il 23 maggio. La carovana del Giro transitò in territorio svizzero passando da Lugano, scollinando il Monteceneri e rientrando sul lago Maggiore durante la prima tappa da Milano aTorino di 348 chilometri, vinta da Giuseppe Olivieri (il Giro se lo sarebbe intascato quell'anno Tano Belloni, leggendario rivale di Girardengo ed ingiustamente ricordato come "eterno secondo").

La prima tappa con arrivo "straniero" del Giro fu nel 1938, a Locarno, Canton Ticino. Era il 29 maggio. La Confederazione era diventato il rifugio degli antifascisti ed era terra neutrale, un'isola di pace e benessere in un vecchio continente che si stava preparando drammaticamente alla Seconda Guerra Mondiale.

Mussolini non ostacolò l'idea di portare la corsa rosa in Svizzera. Anzi. Il ciclismo allora era lo sport più popolare e poteva diventare, a dispetto delle sanzioni che avevano costretto l'Italia a una dura autarchia, una sorta di sfilata propagandistica assai importante in un momento delicato: come lo fu il secondo titolo mondiale della nazionale di calcio, sempre in quell'anno. La Germania nazista si espandeva occupando e annettendo, Francia ed Inghilterra tentavano di arginarla con vani compromessi diplomatici e Roma cercava di mediare tra le Grandi Potenze ed Hitler. Ma erano grandi illusioni.

Il tutto si risolse in un timido, blindatissimo andare all'estero nella ventesima e penultima tappa che partiva da Varese. Cento piccoli chilometri che videro protagonista proprio un corridore elvetico, Leo Amberg, scappato quasi subito dopo il via ed arrivato solo al traguardo con 9 minuti e 35 secondi su un altro corridore straniero, Cristiansen (che sarà poi quattordicesimo nella classifica generale). Terzo si piazzò Cerasa. Giovanni Valetti si sarebbe imposto quell'anno su Ezio Cecchi e Severino Canavesi.

Quel Giro venne animato dai grandi duelli che resero scintillanti gli arrivi in volata. I due divi dello scatto erano l'emergente velocista Adolfo Leoni e l'elegantissimo micidiale Raffaele Di Paco, mentre abilissimo terzo incomodo si confermò Olimpio Bizzi. Quella di Locarno fu comunque la prima vittoria di un ciclista non italiano dal 1935 (3 giugno, quindicesima tappa a cronometro da Lucca a Viareggio di 55 chilometri, vinse il francese Maurice Archambaud, quinto a fine Giro).

E, come in un gioco di fantastici destini incrociati, sempre a Locarno, e sempre un 29 maggio (!) ma soltanto dodici anni dopo, un altro corridore elvetico, il grandissimo e raffinato Hugo Koblet detto il Signore avrebbe tagliato per primo il traguardo di una tappa del Giro. Accadde nell'edizione del 1950, quella appunto dominata da questo venticinquenne figlio di panettiere nato a Zurigo: alto, bello come un dio greco coi suoi capelli biondi ondulati, i suoi occhi chiari, la sua inimitabile eleganza. E il suo straordinario talento in bicicletta. Chiedete ad Alfredo Martini che in quel Giro vinse una tappa - la Salsomaggiore-Firenze - davanti quasi al portone di casa. Koblet fece fuori un indomabile Ginbo Bartali, schienò Fiorenzo Magni, respinse l'attacco dell'altro "K", il connazionale Ferdy Kubler, il primo ciclista cui affibbiarono il soprannome di Pirata (non se ne abbiano i fans di Pantani, Marco non è stato né il primo e non sarà l'ultimo a fregiarsi di simile... titolo).

Era l'epoca in cui i corridori con la casacca rossa a croce bianca dominavano il plotone, facevano dire al fiero rivale francese Raphael Geminiani "a forza di correre dietro queste croci binche, finiremo dentro un'ambulanza della Croce Rossa!", Koblet in quel 1950 intascò Giro d'Italia (primo straniero a vincerlo), Giro della Svizzera, un Gran Premio delle Nazioni, l'anno seguente avrebbe conquistato anche il Tour de France. Gli italiani avevano Coppi contro Bartali, i loro vicini svizzeri si dividevano tra chi stava con Koblet e chi con Kubler (vincitore del Tour 1950). Di Koblet, gli anziani suiveurs del Giro hanno un ricordo che scivola nell'ammirazione, se non nell'agiografia: la sua pedalata armoniosa, il suo stile composto, perfetto; "non dava mai l'impressione di soffrire". Ed aveva l'animo del cavaliere.

Un giorno Koblet, totalmente disidratato, chiese un po' d'acqua a Gino Bartali, che pedalava accanto a lui. Gino afferrò la borraccia, ruotò il tappo molto lentamente, altrettanto lentamente la sollevò e si scolò qualche sorso. Poi, con calma e perfidia, svuotò il resto del contenuto sulla ruota anteriore della bicicletta. Qualche giorno dopo, Koblet si prese la rivincita. Capitò durante una tappa cronometro. Bartali era partito otto minuti prima. Koblet lo raggiunse: e questo già era un'umiliazione per il vecchio toscanaccio. Koblet lo affianca, gli dice, allungandogli la borraccia ed appoggiandola delicatamente sul portaborraccia dell'italiano: "Prendi, Gino, ce n'è ancora". Lezioni di vita, anche in bicicletta.

Fonte: La Repubblica

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