Nella terra di Marco il ribelle che si è arreso troppo presto

Giro d’Italia 2004

Siamo in Romagna, e l'undicesima tappa di questo Giro 2004 da Sant'Elpidio a Cesena è stata tutta all'insegna dell'amarcord pantaniano: la gente rimpiange le imprese del Pirata, ma anche - anzi, soprattutto - il personaggio anticonformista e contradditorio che lui aveva costruito attorno alla figura del campione. Ai suoi eccessi. Alle sue umane debolezze.

Il problema è che qualcuno sta cercando di trasformare il ricordo di Pantani in un'icona dell'ingiustizia e Marco in una vittima della società, dello sport, di un complotto organizzato da "certa stampa, da certi giudici, da certi interessi, dalla farmacopea speculatrice". Persino dalla "Riviera cinica e guadente". Ossia: l'hanno spinto così nel precipizio. Sono stati loro l'arma letale che ha ucciso Marco. Un Cristo in bicicletta, un uomo incompreso, un fuoriclasse bistrattato e vilipeso: "Gli hanno strappato la dignità", grida sua madre. Lo hanno mortificato. Depresso.

La depressione è una malattia. Facile banalizzarla in romanticismo, in tragico destino. Che fa tanto melodramma. Un uomo sempre in fuga, solo contro tutti, così è ormai dilagato il suo ricordo sportivo. Due ruote di vita e di morte. Una breve vita agra. Sul manifesto del Comune di Cesenatico che venne affisso ovunque il giorno dopo la fine triste di Pantani, ci fu chi pennellò questa frase: "Corri la strada della polverosa morte...". La polvere di quelle strade che un oscuro appassionato di bicicletta, tale Giuseppe Tesei, percorreva nel 1936, partendo da Cesena per raggiungere i suoi parenti in Lussemburgo. Tesei aveva 71 anni. Nel 1938, al suo terzo viaggio, mentre tornava, presso Piacenza venne investito ed ucciso da un'automobile.

Mario Fossati che cominciò a scrivere di ciclismo quando Binda smise di correre e Coppi stava per diventare Coppi, annotò proprio su Repubblica: "I corridori non sono i soli a sbagliare, sono stati e sono i soli a pagare. Marco Pantani vince il Giro e nello stesso anno il Tour: ha una faccia ossuta: un fusto leggero, che le gambe da fenicottero spingono irresistibilmente verso la cima dei colli. L'Italia intera si entusiasma. Pantani attraversa i televisori nazionali... E' sempre più sottile, imprevedibile in ogni mossa, ma travolgente quando la montagna appare all'orizzonte. Il nostro entusiasmo è labile, trascura la madre terra. L'antidoping è sull'uscio di casa. Lo sponsor vuole vincere: paga e considera i campioni un manifesto da appiccicare su ogni cantonata. L'antidoping pizzica Pantani, lo ripizzica. Lo bersaglia... Il ciclismo è un torchio che lentamente, progressivamente preme...".

La notizia della sua morte - la sera di san Valentino, io ero ad una festa in montagna, a Sankt Anton, ma me l'aspettavo che sarebbe finita così, qualche giorno prima ne avevo parlato al Mugello con Rolf Sorensen - mi turbò, mi fece pensare che la fulminea vita di Pantani si fosse consumata come un assolo di sassofono, struggente, quando certe note sono così belle perché folgoranti, perché ti lasciano smarrito. In fondo, così correva Pantani: a strappi, a scatti scintillanti. Mi illumino di Pantani, fu l'epitaffio di Gianni Mura.

Fiorenzo Magni spiegò, in quei giorni di lutto e di dolore, che "la sofferenza è la vita del ciclista". Che era un mestiere molto duro, di fatica: "Ma quando correvo pensavo a chi doveva lavorare a duemila metri sotto terra, come i minatori. E mi rendevo conto che è la vita ad essere sofferenza. Quello di Pantni è stato un percorso di grande sofferenza. Per vincere nel ciclismo bisogna sapere dare tutto. Chi vince non saltella di gioia dopo il traguardo: se lo facesse, vorrebbe dire che non ha dato tutto".

Il possente Ercole Baldini, eroe romagnolo di un ciclismo che traghettava dalle imprese di Coppi e Bartali a quelle più asettiche di Jacques Anquetil, aveva un sorriso largo come una casa, ed era tra i più gioviali del plotone, ma quando tagliava la linea dell'arrivo, sembrava l'avessero picchiato.

Pantani non accettò la positività, era troppo orgoglioso ed anche questo - la gente - ha sempre ammirato in lui. Pantani aveva sbagliato, sì, questo tutti lo sapevano e lo sanno: come tutti gli altri colleghi del suo sport. Con la differenza che Pantani non accettava più niente di quello che gli stava succedendo. Un atteggiamento da ribelle. Da individuo che non ci sta più alla normalizzazione, questo ha idealizzato la gente e non importa se proprio così non è stato. Voleva, il Pirata, essere sempre il corridore imprendibile: in salita, nella vita. Tutti i suoi colleghi incappati nei controlli antidoping si sono fermati, hanno scontato lo stop obbligato, sono ripartiti. Lui no. Ha preferito scollinare e proseguire giù per la sua discesa senza freni, a tomba aperta come dicono i vecchi suiveur del ciclismo, una discesa che lo ha portato dritto sui falsopiani della cocaina, nelle gallerie che lo nascondevano agli occhi del mondo, ai noialtri giornalisti, ai suoi stessi tifosi che mai, però, lo hanno abbandonato.

Terra di immense e sanguigne passioni, un po' come il suo formidabile Sangiovese, la Romagna ciclistica ha dunque celebrato il passaggio del Giro applaudendo il giovane Damiano Cunego maglia rosa e il suo coetaneo Emanuele Sella vincitore di tappa in solitario ma vedendo in costoro il riflesso del Pirata che non ha mai potuto mettersi né permettersi, come fanno i vecchi appagati campioni, di stare dall'altra parte del traguardo ad aspettare il lesto passaggio dei loro eredi, e intanto si prestano volentieri ai commenti, ai consigli, alla nostalgia. Sentono ancora la folla di un tempo. Chiudono un attimo gli occhi e ritornano indietro ai loro arrivi, alle loro partenze, agli allenamenti incollati alle ruote di schioppettanti "Motom", a pedalare svelti, prima che il buio ingoi la strada.

Fonte: La Repubblica

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