L’omaggio del Giro a Milano Un rito lungo un secolo

Giro d’Italia 2004

Erano partiti in 127 alle 2 e 53 del mattino dal rondò di piazzale Loreto, il 13 maggio del 1909, tornarono a Milano in 49 diciassette giorni dopo, nell'Arena del Parco Sempione. C'è una vecchia foto che ritrae l'arrivo vittorioso di Dario Beni della Bianchi davanti a Carlo Galetti (Atala) e Luigi Ganna (Atala), tra ali di folla in tripudio, i giudici con la fascia bianca sulla manica della giacca che si sbracciano per invitare i corridori a fermarsi, un cartello che indica "ultima firma", sullo sfondo gli spalti zeppi di gente. Beni vinse la prima tappa, da Milano a Bologna e si riconfermò nell'ultima come il velocista più abile. Il Giro lo vinse Ganna con 25 punti di penalizzazione, due in meno rispetto a Galetti e 15 rispetto a Giovanni Rossignoli che però aveva totalizzato il tempo migliore.

Oggi l'ultimo traguardo a Milano è una sorta di rito, l'omaggio del Giro alla città fondatrice della corsa. Ma nel 1911 il Giro si concluse il 6 giugno a Roma, dopo dodici tappe e ben 3530 chilometri (106 in più dell'edizione 2004, distribuita però in venti tappe, senza parlare delle strade...). La scelta fu imposta dalla politica: il giovane Regno d'Italia celebrava i cinquant'anni. Degli 86 partenti ne arrivarono appena 24. Durante la penultima tappa che avrebbe dovuto portare a Napoli una madria di bufali vede passare il gruppo e carica i corridori che si salvano fuggendo tra i campi. Le strade erano talmente dissestate che la giuria decise di fermare la corsa a Portici. A Napoli i "girini" arrivano a piedi, sorreggendo le loro preziosi biciclette: i napoletani li accolgono con lanci di pomodori e salve di insulti. Il terzo Giro della storia riprese fiato, si riposò un giorno sotto il Vesuvio, poi gli ultimi 266 chilometri portarono i superstiti nella Città Eterna. Dario Beni in quell'occasione fu battuto da Ezio Corlaita (Peugeot) e da Sivocci. Giovanni Gerbi, che correva nella categoria "isolati" (gli appassionati dicevano che erano i dannati della bicicletta), riuscì nell'impresa di arrivare terzo in classifica generale, dietro Galetti e Rossignoli.

Bisogna aspettare il 1949 - il grande anno di Fausto Coppi - per vedere di nuovo il Giro disertare Milano. Beh, non va molto lontano: l'ultima tappa comincia a Torino, passa a Milano e finisce a Monza: Giovanni Corrieri regola lo sprint su Mario Ricci e sullo stesso imperiale Coppi che dominò la corsa, intascò il suo terzo Giro e lasciò Gino Bartali a 23 minuti e 47 secondi, un distacco abissale, umiliante. La carovana aveva iniziato il suo lungo peregrinare addirittura da Palermo, risalendo la penisola in diciannove tappe.

Queste trentaduesima edizione fu la prima che contemplò l'istituzione dei traguardi volanti, richiesti a gran voce dai gregari. E' anche il Giro di una delle più belle imprese di ogni tempo, la lunga strepitosa fuga di Fausto Coppi nella Cuneo-Pinerolo, 192 chilometri senza altri avversari se non la leggenda: Bartali si arrese, buscando quasi dodici minuti. Il ciclismo moderno lasciava spazio a quello che Bartali aveva perpetuato nel dopoguerra con orgoglio e ostinazione.

Il 1950 è l'Anno Santo. E il Giro del "pio" Bartali, ma anche degli "uomini del pedale" che avevano invitato due anni prima gli italiani - su sollecitazione del pontefice - a raccogliere "il monito del Capo della Chiesa" e tradurla "in atto compiendo coscientemente il dovere civico cui la Patria lo chiama", ossia a dare un voto essendo che "la grande ora della coscienza italiana è suonata". Sul manifesto elettorale intestato "Agli sportivi d'Italia" spiccavano i ritratti di Bartali e di Coppi (pure di suo fratello Serse). Due anni dopo, dunque, ecco il Giro che patron Vincenzo Torriani - altro democristiano doc - porta sino a San Pietro.

A Roma Oreste Contre batte Annibale Brasola, mentre lo svizzero Hugo Koblet è il primo corridore straniero che si aggiudica il Giro d'Italia: l'aveva ingaggiato Learco Guerra per 200mila lire a stagione. Koblet faceva l'argentiere ma era allergico agli acidi. Era sempre elegante e mai scomposto, sia in corsa che fuori corsa. Portava sempre con se un pettine di osso, col quale sistemava i non abbondanti capelli. In quel Giro Fausto Coppi si ruppe il bacino, sbandando sulle curve di Primolano, nella tappa da Vicenza a Bolzano (la nona su diciotto).

Quindici anni dopo tocca a Firenze ospitare l'ultima tappa: è il Giro di Vittorio Adorni e quell'ultima lunghissima frazione da Brescia (295 chilometri) vede vincitore l'elvetico René Binggeli. Adorni fece sua la corsa nella tappa dei quattro passi, col Pordoi ultimo giudice. Terzo sarà Felixce Gimondi che andrà poi al Tour e, tra la sorpresa generale, lo vincerà. L'anno dopo, tocca Trieste l'onore del traguardo finale (primo Vendramino Bariviera, corridore possente, sul belga Huysmans). Il migliore è Gianni Motta. Nel mitico 1968 il ventitreenne Eddy Merckx conquista il primo dei suoi cinque Giri, questa edizione chiude a Napoli, volata tra sprinter stranieri: ha la meglio il belga Guido Reybrouck, sul connazionale Vandenberghe. Due anni ancora e di nuovo il Giro non finisce a Milano: stavolta tocca a Bolzano, dove ha la sua ora di gloria Luciano Armani che batte Michele Dancelli e Franco Bitossi, rimasto in maglia rosa sei giorni per cederla al Cannibale Merckx.

Trieste si riappropria della tappa finale nel 1970: stessa musica per quel che riguarda la classifica generale, ossia Merckx. Gli italiani vincono solo nove delle venti tappe. L'ultima è di Enrico Paolini, che respinge l'attacco di due big: Huysmans e il grande tedescone Rudi Altig. L'Italia del boom sta per traghettare nell'Italia delle domeniche a piedi, della crisi del petrolio, Nixon nel 1974 si dimetterà per via del Watergate, l'anno dopo il bresciano Fausto Bertoglio vince il Giro che finisce quasi in cielo, su al Passo dello Stelvio, straordinaria cornice e coraggiosa scelta degli organizzatori: è il 7 giugno, lo spagnolo Francisco Galdos (per dieci giorni in rosa) che è secondo in classifica scatena la battaglia estrema ma Bertoglio resiste. La volata conclusiva del Giro offre il premio di consolazione a Galdos, Bertoglio è secondo, terzo Giuseppe Perletto.

Verona accoglie il finale di Giro nel 1981, quando lo vince Giovanni Battaglin, stoico arrampicatore, vicentino di Marostica. Il giorno del prologo (a Trieste) è il 13 maggio. A Roma, il terrorista turco Ali Agca spara a Giovanni Paolo II. Knut Knudsen, norvegese, batte lo svedese Tommy Prim a cronometro, da Soave a Verona sono 42 secondi, col terzo posto Battaglin mantiene la maglia rosa, Prim è secondo, a 38 secondi, Giuseppe Saronni a 50 secondi. Il Giro ci ha preso a gusto a finire lontano da Milano. Nel 1982 è Torino che ospita l'ultima tappa nel Giro dominato dal bretone Bernard Hinault che si impone anche in quest'ultima frazione (una crono da Pinerolo a Torino di 42,5 chilometri), con Francesco Moser secondo a 10 secondi. Nell'83 il Giro lo vince Saronni, finisce a Udine (altra crono di 40 chilometri) con Roberto Visentini più lesto di tutti, secondo nella classifica finale. Nell'84 si replica l'ultima tappa a crono Soave-Verona: trionfa Moser che conquista il Giro su Laurent Fignon. La moda della crono finale persevera: 1985, da Lido di Camaiore a Lucca. 48 chilometri, Francesco Moser trionfa, Giro ad Hinault. L'anno dopo, giri sprint a Merano, nuova formula per eccitare il pubblico. Eric Van Lancker è il migliore. Giro a Visentini. Poi, nell'ordine cronologico: 1987, Tony Roche vince Giro - e Tour e Mondiali -, scalza Visentini di cui era luogotenente, si impone nella crono conclusiva da Aosta a Saint Vincent. L'americano Andrew Hampsetan è il primo corridore a stelle e strisce che si impone in una grande corsa a tappe. Lo applaudono a Vittorio Veneto, il 12 giugno del 1988. La crono individuale finale è vinta dal polacco Lech Piasecki. Di nuovo, nel 1989, Firebze. Laurent Fignon vince il Giro, il polacco Piasecki replica il successo dell'ultima tappa (crono da Prato). E' l'ultima volta che il Giro tradisce la sua Milano.

Fonte: La Repubblica

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