Il giorno che Malabrocca vinse un salotto in velluto

Giro d’Italia 2004

Anno 1946, è il 7 luglio: il Giro "della Ricostruzione" affronta l'ultima tappa, da Mantova a Milano, di 176 chilometri. Gino Bartali è in maglia rosa, Fausto Coppi lo tallona a 47 secondi. Luisin Malabrocca che i compagni del plotone chiamavano Cinese è l'ultimo. Il gran pubblico del Giro lo incorona "maglia nera". Quel mattino, prima dell'ultimo "via", Luisin armeggia coi palmer: le gomme di allora. Di solito, ogni corridore ha due gomme di riserva: una viene fissata dietro la sella, l'altra è incrociata sulle spalle. Per cambiare il palmer ci vogliono almeno tre minuti. Una volta il regolamento imponeva il cambio della ruota solo se era danneggiata. Quando bucavano i campioni o avevano subito a disposizione le ruote dei loro gregari oppure rifilavano un gran calcione ai raggi della ruota ed invocavano così il diritto di cambiarla.

Insomma, il povero Malabrocca si premuniva. Ecco che gli si avvicina Fausto Coppi. Ha lo sguardo furbo. Dice: "Alùra, Cinese, a premi come stai? Hai messo un po' di fieno in cascina?". "nsuma...": la maglia nera ha il portafoglio vuoto. "Va', ci penso io a te. Ti regalo queste", sibila nell'orecchio Coppi a Malabrocca. Nella mano destra del Campionissimo compaiono due pastigliette bianche. Malabrocca ingrugnisce. Non le ha mai viste. Però pensa: se le prende lui, vorrà dire che serviranno pure a qualcosa.

Doping d'antan.

Le ingolla a stomaco pieno. Nemmeno il tempo di cominciare a pedalare che il Mala si sente una scheggia. Si aggiudica tutti i traguardi volanti: alcuni valgtono soldi, altri sono a premi in natura. Nell'ultimo, alla periferia di Milano, si trova spalla a spalla con Mario Fazio, un siciliano di fede monarchica. Comincia troppo presto il lungo sprint. Allarga eccessivamente. Sbanda tra i binari del tram, becca il cordolino del marciapiede, rischia un bel ruzzolone. Ripiglia la strada, recupera lo svantaggio, fulmina Fazio e si aggiudica un salotto con le poltrone di velluto.

Malabrocca è scatenato. Adesso vuole vincere addirittura la tappa. L'ultimo del Giro che arriva primo a Milano. Già sogna i titoloni dei giornali. E poi, in questo Giro che è seguito da grandi scrittori, perché è il primo Giro dopo il disastro della guerra. Il Giro della speranza d'Italia diventa il Giro delle speranze di Malabrocca.

Il Giro si conclude sulla pista in carbonella dell'Arena, al Parco Sempione. Malabrocca è nella scia di Renzo Zanazzi, un giovane esuberante milanese gregario di Bartali - ha solo vent'anni - che deve essere completamente suonato perché abborda la curva al contrario e finisce sul prato spelacchiato che i milanesi, durante la guerra, avevano trasformato in orti perché la fame era tanta.

Malabrocca deve frenare, per non fare la stessa fine. Impreca perché si sente pieno d'energie: infatti ripiglia la testa del plotone, s'impegna nel volatone ma arriva quarto, battuto dal velocista Oreste Conte della Benotto, su Aldo Bini (Legnano) e lo sprinter romano Spadolini.

La maglia nera userà altre volte la simpamina e altri eccitanti - pratica diffusa tra i ciclisti dell'epoca. Il doping era la scorciatoia per scappare non solo dal gruppo, ma dalla povertà. E Coppi fu il primo che intuì i vantaggi della medicina e della fisiologia applicate allo sport.

Già negli anni Venti i ciclisti, costretti ad affrontare strade schifose e percorsi esageratamente lunghi, usavano prodotti farmaceutici per alleviare la fatica sconciante. Nell'autobiografia di Ottavio Bottecchia si legge: "Io non ho mai corso utilizzando prodotti eccitanti o stupefacenti... Ho invece molto sofferto, nel corpo e soprattutto agli occhi, a causa della polvere". Lui no, ma gli altri probabilmente lo facevano.

Vasco Pratolini, che seguì per l'Unità il Giro del 1947, scrisse: "Caro Hugo, caro Fausto, caro Fiorenzo, sappiamo tutto di loro, virtù e difetti... Sappiamo che prendono la 'bomba', che negli exploit più giganteschi, anzi a maggior ragione, ci ha la sua parte la simpamina". Pochi anni dopo, nel 1955, è il turno di Marcello Venturi a seguire il Giro, sempre per l'Unità. Affronta di petto il problema, e parla del "Signor Bomba", dandogli i connotati del "campionissimo senza volto", vero protagonista delle corse, anche "se nessuno è riuscito a vederlo. Eppure era presente, filava via insieme a tutti i giganti, dai gregari ai capitani; senza commettere imparzialità per gli uni o per gli altri".

Il Signor Bomba, per i campioni "ha inventato addirittura un procedimento particolare - spiega Venturi (è appena uscito un libro che ripubblica i suoi articoli, "Sulle strade del Giro", edizione De Ferrari, 12,50 Euro) - la droga, contenuta in uno speciale involucro molliccio, viene attaccata al palato dei corridori. La parete sensibilissima del palato assorbe il liquido e lo immette immediatamente nel sangue (...) sicuro, per la lunga esperienza, che stanotte li terrà in suo potere fino alle ore piccole, senza concedere loro un attimo di sosta, costringendoli a bere bottiglie e bottiglie di acqua minerale ghiacciata, nel vano tentativo di placare la sete. Perché, sotto l'abito elegante e severo del 'Signor Bombà batte il cuore di un sadico: li aiuta tutti, campioni e gregari; poi li tortura, tutti, e li lascia bruciati".

Verità tragica di uno sport con troppi chiaroscuri, tra le "luci vittoriose" cantate dal poeta Alfonso Gatto (1948, ciclismo, "uno sport che non lascia ombre, ma è luce, luce vittoriosa, materia forte").

Fonte: La Repubblica

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