Formidabile quel 1946 Pedalava l’Italia tutta

Giro d’Italia 2004

Il Giro attraversa la Toscana e subito viene in mente Bartali. Ginettaccio aveva un detto: "Sono di quelli che vogliono finire quel che ho cominciato". Diventa lo slogan del dopoguerra. L'Italia del 1946 è un cumulo di macerie: anche dell'anima. Ma la gente si rimbocca le maniche. Vuole tornare a vivere. Assapora finalmente la libertà. La parola d'ordine è: ricostruire. Strade, case, fabbriche, ponti, ferrovie, scuole.

Toscanini festeggia con un concerto straordinario la fine dei lavori che a tempo di record hanno ricostruito la Scala dandole una sala dall'acustica eccezionale. Gli altoparlanti, fuori, diffondono la musica del grande maestro, la folla gremisce la piazza davanti al Teatro, la Galleria, sino al Duomo: molti hanno le lacrime agli occhi.

Anche il Giro riprende le sue antiche strade. Sono dissestate dalle bombe, sono tappe che superano ponti di barche sul Po e su tanti altri fiumi perché i raid degli Alleati e le ritorsioni dei tedeschi in ritirata hanno sbriciolato quel che c'era prima. Ma ricominciare anche con lo sport più popolare - il ciclismo sovrastava il calcio, allora - è voler dire: ritorniamo alla normalità, rimbocchiamoci le maniche, cerchiamo di dare ai nostri figli un mondo migliore, non quello che abbiamo appena lasciato dietro alle spalle.

Il Giro del 1946 è battezzato "Giro della Rinascita", quell'anno il reddito annuale nazionale per abitante si fisserà a 60711 lire (1500 Euro di oggi), una bicicletta nuova costa un terzo dello stipendio medio annuo ma resta il mezzo di trasporto individuale più economico e diffuso, d'altra parte la mobilità urbana è critica, pedalare è quasi un obbligo, pochissime sono le auto in circolazione, sui camion, dietro, sono appesi piccoli cartelli di metallo: "Vietato farsi trainare". La fatica dei corridori è la fatica della gente, la folla che assiste al passaggio del Giro sa cosa significa spingere sui pedali, perché lo fa quotidianamente.

Trieste era di nuovo separata dalla madre patria, un'ndata di patriottismo percorre l'Italia, allora la "Gazzetta dello Sport" cavalca l'onda emotiva e propone il 30 giugno la quattordicesima tappa da Rovigo a Trieste, alla partenza da Milano si allineano gruppi come quelli del Fronte della Gioventù assai vicino al partito comunista, il duello che si rinnova tra Bartali e Coppi assume valenze politiche. Bartali "il Pio" è l'alfiere dei cattolici, Coppi dei laici, la loro rivalità è la metafora dello scontro che sta spaccando il Paese, sui muri accanto alle incitazioni Viva Coppi Viva Bartali si aggiungono Vota Fronte democratico popolare Vota Democrazia Cristiana. Il traguardo di Trieste si inserisce in questa dialettica nazionalpopolare. Ma la corsa vera si ferma a Pieris, vicino Monfalcone, appena dentro la zona A, ad una quarantina di chilometri da Trieste.

Lì, a Pieris i sostenitori dell'annessione alla Jugoslavia di Tito vogliono bloccare la corsa rosa: lanciano chiodi, pietre, piazzano blocchi di cemento lungo il percorso, dispongono filo spinato sulla carreggiata. L'arrivo simbolico vede primo Giordano Cottur, triestino, davanti ai veneti Bevilacqua e a Menon, che sono accasati con la formazione Wilier-Triestina. Molte biciclette sono rimaste dannneggiate dalla contestazione, alcuni corridori decidono di proseguire a piedi sino alla città giuliana. Così, il gruppo percorre "lentamente le strade della città in una festa di sole, avvolto e quasi sommerso dalla doppia ondata dei clamori popolari e dello strepito delle vetture innumerevoli. Ogni casa, ogni palazzo era uno sfarfallìo di bandiere e di drappi tricolori esposti alle finestre, agitati freneticamente", si leggerà il giorno dopo sulla Gazzetta dello Sport. "La folla si slanciava con le braccia protese e con le mani aperte verso l'esigua carovana in cammino, urlava il suo amore infinito e incontenibile e di questo amore piangeva nell'empito di una commozione senza freno": la retorica dilaga in patriottismo, "la strada vastissima è un nereggiare di folla che la percorre gridando: Italia, Italia, Italia e muove alla volta dei corridori. Le acclamazioni aumentano di intensità. L'ippodromo di Montebello, formicolante, inghiotte i bravi ragazzi che avevano toccato il traguardo sportivo e nazionale di Trieste. Lo sport, in quell'istante, fu una fiaccola. Il Dio dei giusti deve averla veduta" (Bruno Roghi).

Quel Giro fu vinto da Bartali, Coppi fu secondo. All'Arena di Milano la gente portò in trionfo Cottur che indossava la maglia rossa della Wilier-Triestina col simbolo cittadino dell'alabarda. Mai, come quell'anno, le strade malandate del Giro furono la geografia dei sentimenti e delle speranze di tutto un Paese (anche se non si spinse più a sud di Roma, ma per motivi puramente logistici), i campioni pedalavano, pedalare per milioni di persone era sinonimo di darsi da fare, di fatica che si aggiungeva alla fatica di lavorare. Il ciclismo diventa un momento di aggregazione, di riunificazione, addirittura di comunicazione culturale: i luoghi del Giro sono i luoghi d'Italia.

Dino Buzzati si pone la questione: serve "una faccenda stramba come il Giro d'Italia?". Subito risponde: "Certo che serve: è un caposaldo del romanticismo assediato dalle squallide forze del progresso". Le sofferenze della vita quotidiana si riflettono e si sublimano in quelle dei "girini": la loro tenacia idealizza la tenacia collettiva. L'Italia risorgerà e un po' di questo immenso sforzo è rappresentato nelle imprese del Giro.

Fonte: La Repubblica

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