Finalmente le salite squassanti per un uomo solo al comando

Giro d’Italia 2004

Oggi, finalmente, un paio di salite vere, squassanti: quelle che dovrebbero scardinare la classifica, sconvolgere le gerarchie, offrire agli sfidanti della maglia rosa la possibilità di attaccare, di lottare per la conquista del primato. Di tentare, almeno. Sono le salite dell'uomo solo al comando, immagine emblematica di ogni corsa in bicicletta che affronti le montagne più alte: le strade più ardite. E' il momento della verità - doping permettendo. I campioni devono strappazzare i rivali. Devono infiammare la fantasia dei tifosi. La parola d'ordine è osare. Andare in fuga. Non voltarsi più se non solo dopo aver passato il traguardo.

Io sono per esempio cresciuto nel mito ciclistico di Charly Gaul, l'eroe del Bondone: l'ho incontrato l'ultima volta a un metro dalla tomba di Marco Pantani, al cimitero di Cesenatico. Abbiamo parlato qualche minuto, in attesa che arrivasse il feretro, che lo tumulassero. Il vecchio Angelo della Montagna non sta bene, certe volte non capivo cosa volesse dire esattamente. Ha settantun anni, gira col bastone e una figlia che bada a lui ogni istante. Ma era voluto venire lo stesso al funerale del Pirata. Omaggio sentimentale ad un corridore sventurato che molti avevano paragonato a lui.

Il lussemburghese Gaul vinse il Giro due volte, nel 1956 e nel 1959. Il 9 giugno del 1956, il famoso giorno del Bondone - quando Madre Natura s'infuriò e sulla strada della tappa si scatenò la buriana - Gaul se lo ricorda bene, benissimo: "Avevo ventitré anni, Pasquale Fornara era in maglia rosa, io staccato a più di sedici minuti. Mi sentivo fortissimo. Il brutto tempo non mi spaventava, anzi, la pioggia era il mio elemento. A casa mia piove sempre. Si partiva da Merano. Si doveva arrivare al Monte Bondone: era il primo arrivo in salita del Giro. Sono passato primo sul Costalunga, dopo anche sul Passo Rolle, era una tappa tremenda, mi ricordo persino il nome del Brocon. Mi si ruppero i freni, dovevo pigiare col piede sul copertone e così in discesa perdevo tutto quello che guadagnavo in salita. In Valsugana comincia a diluviare. La pioggia diventa palline di ghiaccio, più su, nevica. Un freddo troppo freddo anche per me. All'arrivo mi devono mettere i piedi in una catinella di acqua bollente. Tremo tutto. Ma avevo vinto e conquistato la maglia rosa". L'ho ascoltato commosso. Ho in mente una foto: la strada è tutta innevata, almeno venti, trenta centimetri. In mezzo, una sorta di pista stretta. Gaul che indossa la maglia della Faema e procede inesorabile. Sul ciglio, un tizio con la pala.

Roland Barthes nel suo libro "Mithologies" - per me resta uno dei libri da portarsi sempre dietro - scrisse che Charly Gaul era il "nuovo arcangelo della montagna". La descrizione fu esaltazione: "Efebo incurante, esile cherubino, giovinetto imberbe, gracile e insolente, adolescente geniale... in certi momenti sembra posseduto da un dio: i suoi doni soprannaturali fanno pesare sui suoi rivali una minaccia misteriosa. Il dono divino offerto a Gaul è la leggerezza: per la grazia, l'involarsi e il planare (l'assenza misteriosa di sforzo). Gaul è metà uccello e metà aeroplano (atterra con grazia sui picchi delle Alpi e i suoi pedali girano come eliche)". Anche al Tour aveva compiuto imprese leggendarie (vincerà nel 1958).

Come le strade salgono troppo, le tappe diventano un interrogativo. Oggi il Giro lascia Cles, nella valle di Non, per raggiungere il Gavia - quota 2621, cima Coppi - scavalcando il Tonale. Dal Gavia si precipita verso Bormio e si risale a Bormio 2000. Ma il tutto è racchiuso in appena 118 chilometri: dunque, non chiamiamolo tappone, bensì tappino. Sono tempi bui anche nel ciclismo: doping, scarso coraggio degli organizzatori, corridori che si alzano alle otto se non alle nove del mattino, corsa che parte - succede oggi - addirittura dopo pranzo, alle 13 e 45. Quanto alle strategie di squadra, in una tappa così corta e così selettiva possono fare ben poco: e poi, su pendenze assassine e prolungate nessuno ti può aiutare. La strada punta verso il cielo e sfiora le nuvole: sei senza amici. Le rampe e i tornanti ti ricacciano indietro, se non hai gambe, se cuore e fiato ti ingolfano.

Già, le nuvole. Dalla finestra del mio albergo non vedo le montagne attorno: le nuvole basse coprono tutto, e siamo appena a 650 metri. Forse sta nevicando sul Gavia, quindi non è detto che il Giro passi tra i muraglioni di neve. Qualche volta succede che la tappa venga dimezzata per eccesso di maltempo: come fu nel Giro del 1962, la Belluno-Moena in programma il 3 giugno venne interrotta al Passo Rolle. Vinse il corridore che era andato in fuga, Salvatore Meco. Imerio Massignan avrebbe voluto attaccare più avanti, anche Vito Taccone, Nino Defilippis, Vittorio Adorni. Graziano Battistini conservò la maglia rosa. L'avrebbe persa a Frabosa Soprana. Franco Balmanion conquistò il suo primo Giro senza nemmeno un successo di tappa. E senza conquistare la simpatia della gente. Cosa che si ripeté l'anno successivo.

Eppure, la memoria epica del ciclismo soprattutto targato Giro d'Italia - per via del calendario a maggio e ai primi di giugno c'è sempre il rischio che nevichi ancora - è fatta di tappe sotto la tormenta, di imprese estreme per le quali i giornali usavano formule retoriche ed "eroiche". I corridori sfidavano il gelo, la neve, le strade diventate impossibili. Come quella della Maddalena, sopra Brescia, con un Gimondi scatenato sotto la pioggia torrenziale, nel vano tentativo di scalzare Eddy Merckx: che intascò il Giro del Sessantotto relegando Adorni ad oltre cinque minuti e Gimondi a più di nove.

Sono gli anni dell'Alpino che precedeva la carovana, pedalando tra ali di folla che lo incitavano, l'Alpino aveva ovviamente sempre in testa il berretto con la piuma. Non smetteva mai di sorridere, neanche quando ansimava perché l'anagrafe non perdona. Rispondeva ai saluti agitanto la mano. Era un piccolo personaggio che diventava grande nell'affetto della gente. Un giorno non si è fatto più vivo. Era andato a pedalare più su di tutti. Dove, prima o poi, ci tocca andare anche a noi. Ora i giovani, se gli chiedi: sai chi era l'Alpino del Giro d'Italia?, ti guardano come un matto. Lui non aveva mai vinto una tappa ma aveva vinto il traguardo più bello e difficile: quello della passione, dell'umanità.

Fonte: La Repubblica

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