Chi è lo sconosciuto in cima all’Abetone?

Giro d’Italia 2004

Il 18 maggio del 1909 si disputò la terza tappa del Giro d'Italia, da Chieti a Napoli: fu la prima in assoluto ad essere definita di "montagna" e per questo si svolse lungo un percorso meno lungo, rispetto alle altre. Meno lungo si fa per dire: i chilometri da percorrere, sulle tremende strade dell'epoca, erano ben 242 e 800 metri. Prima difficoltà, i 1236 metri di Roccaraso, seguiti dai 1052 di Rionero Sannitico, poi c'erano i 634 del Macerone: tre colli non irresistibili, se non fosse che le strade in quei punti erano quasi delle mulattiere. Il cambio non esisteva, ci si fermava, e si girava la ruota, per sfruttarne l'altro pignone. Vinse Giovanni Rossignoli, pavese di Borgo Ticino, ad una media rispettabile: 25,560 all'ora; regolò in volata Carlo Galetti e il compaesano Clemente Canepari, pavese di Pieve Porto Morone.

Gli Appennini rimasero a lungo decisivi nelle strategie dei corridori che volevano aggiudicarsi la corsa. Oggi sono diventate le montagne d'assaggio, quelle che servono per scremare la classifica, per individuare i pretendenti alla vittoria finale. Negli anni 30 e 40, le salite tra Firenze e Bologna, Modena e Pistoia divennero teatro di infinite sfide e di passioni collettive. Auto e biciclette incrociarono i destini dei loro grandi campioni. L'Italia si divise - come sempre nella sua storia - in guelfi e ghibellini, in fronti d'opposizione che erano poi modi di interpretare la tensione agonistica, lo stile di correre: Nuvolari e Varzi, Binda e Guerra. Si formarono partiti trasversali: chi tifava Nuvolari amava Guerra, chi teneva per Binda non poteva non apprezzare Varzi.

Nuvolari e Guerra erano irruenti, rappresentavano l'Italia impetuosa, temeraria, generosa, capace di grandi gesti melodrammatici, talvolta sconsiderati e di imprese al limite dell'incredibile. Politicamente erano i beniamini di coloro che avrebbero voluto ribellarsi all'ordine costituito, di chi prediligeva il temperamento anarcoide, di chi improvvisava.

Binda e Varzi, invece, erano freddi, compassati, eleganti: pianificavano i loro successi, organizzavano fin nei minimi dettagli le loro gare. Erano assai poco inclini alle sceneggiate e alle esibizioni drammatiche. Erano proiettati verso un futuro tecnologico: moderni, concreti, razionali. Insomma, due concezioni dell'esistenza che si confrontavano in queste strade difficili, contorte, che non ti lasciavano e non ti lasciano mai un attimo di pausa, di tranquillità. La Porrettana, la statale dell'Abetone, il passo della Futa erano territori dell'avventura e del coraggio.

Sul quotidiano sportivo "il Littoriale" del 10 agosto 1931 si legge: "Chi ha veduto Nuvolari scendere dall'Abetone, chi lo ha veduto calare come un falco, dice dello spettacolo indimenticabile dell'audacissimo campione che sembrava infondere alla macchina la sua volontà di ferro, al limite sempre della possibilità di guida...". Binda filava in discesa calcolando i rischi, mentre Learco Guerra, che pativa la salita, picchiava in discesa a tomba aperta, per recuperare l'eventuale ritardo.

Un giorno, mentre ormai la guerra insanguinava l'Europa e le truppe naziste marciavano alla sua conquista, su queste salite nacque la leggenda di Fausto Coppi. Era il 29 maggio del 1940, si stava correndo l'undicesima tappa Firenze-Modena (via Pistoia) del 28esimo Giro. Pioveva a dirotto, raccontano i testimoni, sui tornanti sopra Pianoasinatico. D'improvviso, un ciclista sconosciuto scappa dal gruppo, e stacca tutti in men che non si dica. Transita solo in cima al passo dell'Abetone. La gente aspettava Bartali. Si chiede: "Chi è? Ma chi è?". "Un gregario di Bartali... della Legnano... un certo Coppi, Coppi Fausto", rispondono i suiveurs confrontando sulla Gazzetta dello Sport la lista dei corridori coi loro numeri sulla schiena.

Sui giornali dell'epoca rintracciamo la cronaca di quella tappa che è diventata il primo capitolo del mito coppiano: "Ezio Cecchi, lo 'scopaio di Monsummano', fugge sulle Piastre; poi, sull'Abetone, Coppi lascia di forza i compagni, raggiunge Cecchi poco dopo il valico dove il monsummese passa per primo, lo pianta in asso ed arriva a Modena con tre minuti e 45 secondi su un gruppo in cui Bizzi batte Bartali ed altri dieci in volata. Bartali, brillante sulle Piastre, è attardato da una guasto, ma riguadagna parte del terreno. Vicini e Canavesi arrivano a cinque minuti e 32 da Coppi".

Qualche quotidiano titola profeticamente: "Fausto Coppi / Il campione dell'avvenire?". Mettono in rilievo che nessuno è riuscito ad acchiapparlo. Coppi conquistò la sua prima maglia rosa e la difese nelle nove tappe successive. Aveva appena vent'anni, otto mesi e 25 giorni. Il Giro si concluse a Milano il 9 giugno. Il giorno dopo, Mussolini dichiarò guerra alla Francia, davanti "ad una folla oceanica", parlando dal famoso balcone di piazza Venezia. L'Italia sarebbe precipitata nella tragedia. Il Giro non fu più corso, sino al 1946: sei anni che cambiarono il mondo di tutti. Ma non Coppi. Né Bartali.

Fonte: La Repubblica

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