SIAMO TUTTI COPPOLILLO

Giro d’Italia 1994 MAROSTICA

La quinta volta, davanti a noialtri già ebbri di sano prosecco, in attesa di goderci ancora un passaggio dei ciclisti in cima alla salita della Rosina, valido come Gran Premio della Montagna di 3 categoria, il nostro piccolo grande eroe compì, ispirato dagli dèi delle due ruote, il suo capolavoro. Si era infatti ormai verso la fine di questa decima tappa e i corridori marciavano come motociclette, impazienti di smetterla e rientrare in albergo. I tornanti della Rosina, mitica trattoria che ai pedalatori intenerisce il core e al ciclismo sta come Lourdes ai credenti della Madonna, parevano una balconata multicolore di folla. E la folla urlava, festante, il suo tifo sfrenato, competente, affettuoso. Un trionfo cicloturistico: diecimila bici per diecimila spettatori. L' auto, rigorosamente al bando. Il gran popolo veneto della bici celebrava, come ogni anno, il passaggio del Giro: un po' sagra, un po' festival di una cultura popolare biciclistica sincera e radicata tanto nella tradizione quanto nella vita quotidiana. Sapevamo - hic! - che c' era un gruppetto di sette uomini in fuga. Meritava - hic! - la notizia, un altro goccio, subito offerto dal gentile Gaetano Lunardon. Alla salute!, brindammo all' unisono, e intanto ci veniva riferito che tra i fuggitivi si dava un gran daffare Claudio Chiappucci. Che cercava un po' di gloria il corridore di casa Gianni Faresin da Marostica, e con lui un altro veneto, Andrea Ferrigato da Schio, spingeva a più non posso, accompagnato dallo svizzero Richard, dai giovani Baldato e Pantani. Ma soprattutto il cuore nostro, già illanguidito dal prosecco, trepidava per don Michele Coppolillo da Cosenza, quattro stagioni all' inseguimento di una vittoria, indomito combattente del plotone, strenua maglia verde del Giro, la maglia che fu di Binda e Bartali, di Coppi e Koblet, di Bahamontes e Gaul, di Bitossi e Fuente, che se ci fosse in palio un premio speciale alla simpatia, lo conquisterebbe da mattina a sera, tutti i giorni, tutte le sere. "Arrivano!", gridò più forte di tutti un bel tomo alto due metri, il naso rosso quanto un semaforo perché poi la natura si vendica se col vino si esagera, e immediatamente spuntò, sugli altri, un commovente lenzuolo bianco con su scritto "Forza Coppo", e una qualche emozione la provammo lo stesso, noialtri, questione di vocali direste voi, ma cos' è una "i" o una "o" quando s' ingaggia una furiosa battaglia per strappare i punti della montagna? Fu proprio allora che il nostro don Michele seppe resistere al suo ineluttabile destino di sconfitto. Fu allora che ebbe la forza, l' orgoglio, la volontà di reagire. Perché dall' alto di un muretto, in bilico sulla muraglia umana dei tifosi, lo vedemmo dapprima arrancare, sbuffare, ingobbirsi sul manubrio, ondeggiare per lo sforzo mentre davanti i compagni di fuga cambiavano marcia, e se la filavano. Era Pantani il più cattivo, ma anche il più intempestivo. La sua illusione durò lo spazio di un respiro: venne ripreso a 500 metri dallo striscione, superato da Ferrigato e Richard. In quegli istanti drammatici, successe il miracolo: il nostro don Michele scoprì talento e genio, mentre quattro jazzisti della "Dixieland Raft Band" di Marostica davano fiato al clarinetto per sovrastare le grida della gente, e Gino Bartali continuava indisturbato a inghiottire ciliegie, il frutto storico dei ciclisti, costavano nulla e saziavano molto. Ciliegie, pane e borraccia: tiravi avanti, altro che intrugli alla Conconi. "Dai Coppo!", gridammo anche noi, e il Coppo ebbe un sussulto, l' aveva preso una molla, con imperiosa autorità si liberò di Chiappucci, cioè della controfigura del Diablo, raggiunse d' un botto Ferrigato e Richard, affiancò Pantani a 25 metri dallo striscione, vinse lo sprint alla grande, raccogliendo l' ovazione più bella del Giro, finora. Dal 23 maggio don Michele che vive in Emilia e convive con una dolcissima ragazza ("Beh, penso che la sposerò dopo il Giro", ci ha confidato) indossa questa maglia verde, e il verde Coppollillo, ormai, da nove tappe è il campione dei non-campioni, l' idolo dei cicloturisti, l' onorata bandiera degli sconfitti, per via di quel suo essere umano troppo umano: in fondo, siamo un po' tutti dei Coppolilli, specie di questi tempi bui. Grazie, don Michele: grazie a nome di tutti i gregari della vita

Fonte: La Repubblica

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