VINCE ULISSI, PETTORALE 100 LO STESSO DI TOTO’ AL GIRO D’ITALIA

GIRO E RAGGIRO Asolo

Ieri sera mi sono rivisto il divertente film “Totò al Giro d’Italia” (1948) diretto da Mario Mattoli, sceneggiato da Vittorio Metz, Marcello Marchesi e Steno, con le musiche di Nino Rota. Durante le fasi di miss Italia, il concorso di bellezza a Stresa, il giurato Totò Casamandrei, barbuto, azzimato ed attempato professore di un liceo di Brescia s’innamora della giurata Doriana, alias Isa Barzizza, gnoccolona soubrette del varietà. Con ardita e sfacciata temerarietà, il professor Totò le chiede di sposarlo. Doriana non ci pensa nemmeno, però, per non ferirlo, gli propone una sfida impossibile, mentre lo spasimante Walter Chiari freme di gelosia: “Noi ci sposeremo quando lei avrà vinto il Giro d’Italia”.

VINCE ULISSI, PETTORALE 100

Totò non sa nemmeno andare in bicicletta. Ma è ostinato. Trova uno che glielo insegna, tale Renato Stella (è la parte della grande “spalla” di Totò, il bravissimo Mario Castellani). Poi si reca in un negozio di accessori sportivi e guarda in chi si imbatte? Nella fascinosa bionda Barzizza accompagnata dalla sorella Gisella (la prosperosa Fulvia Franco) che è diventata miss Italia grazie alle interessate manovre del professore, per ingraziarsi la sorella Doriana. Totò ricorda la promessa di Doriana, Gisella è stupita, incredula. Doriana la rassicura: è impossibile. Anche la scorsa estate avevano detto che vincere il campionato inglese era impossibile per il Leicester...sicuramente ci faranno un film.

C’è anche un delizioso siparietto al bar milanese degli sportivi vicino a piazzale Cordusio: Totò incontra un impacciato e minuscolo Tazio Nuvolari, i colossali discoboli Adolfo Consolini e Giuseppe Tosi, il grintoso pugile Aldo Spoldi, i calciatori di Milan e Inter, i grandi campioni del ciclismo. Annuncia, roboante, che non solo parteciperà al Giro ma lo vincerà. Tutti sghignazzano, lo trovano strambo, ma in fondo simpatico. Chi non sogna di vincere una gara importante e diventare l’idolo delle folle?

Totò non bluffa. Ha un asso nella manica. Un additivo diabolico. In effetti, il suo doping puzza di zolfo. La sua carta vincente ha i riflessi delle fiamme infernali. Già. Ha deciso infatti di affidarsi al diavolo. Gli vende l’anima: in cambio, vincerà il Giro. Si presenta al via, con regolare licenza professionale, e comincia a mietere vittorie, sbalordendo avversari e pubblico. Nel film recitano - si fa per dire - i grandi del ciclismo di allora, ed è questa la genialata del film: portare davanti alla cinepresa i mitici Bartali, Coppi, Magni, Bobet, Kubler, i bravi Cottur, Ortelli, Astrua, il due volte iridato Alberic Schotte e gli altri “girini” a far da contorno, a recitare se stessi: l’atmosfera ricreata è naif, ma l’effetto è teneramente nostalgico; le riprese delle tappe verosimili; le vetture della carovana, le moto della polizia stradale, i passaggi nei paesi sono veri. E’ fiction. Ma è anche docufilm. Le immagini - bella la fotografia di Tino Santoni - riportano al secondo dopoguerra, ad un Paese che faticosamente tenta di ricominciare a vivere, a sperare, a sognare. La bicicletta è il mezzo di trasporto più diffuso, i campioni del ciclismo sono gli eroi nazionalpopolari, le vittorie di Coppi, Bartali e Magni ridanno fiducia ed orgoglio alla gente, i sacrifici in corsa assomigliano ai sacrifici quotidiani, pedalare stanca anche quando vai a lavorare in fabbrica o nei campi. Mario Riva interpreta il cronista della Rai che in piedi sul tetto del furgone aziendale racconta le fasi epiche del Giro. I corridori sono goffi appena scendono di bici e si presentano in giacca e cravatta o in maglione e camicia...sportiva. Il sonoro sorprende: la vocina di Fausto, quella più ruvida di Gino, Bobet con accento francese, l’elegante Kubler, alto e biondo come un dio della guerra, Magni dlinguacciuto e Schotte infastidito ...Totò li sbaraglia tappa dopo tappa, loro non sanno più a che santo votarsi, pedalano forsennatamente mentre Totò prima li supera poi si ferma a pescare, a pranzare comodamente seduto dietro un tavolino ben imbandito mentre i rivali si devono accontentare di un frugale rifornimento...Totò fa i suoi comodi e li raggiunge in un battibaleno. Esilaranti le prime pagine dei quotidiani di allora dedicate alle imprese del barbuto professore in bicicletta che vince sempre e che pare imbattibile. Che numero indossa il misterioso fuoriclasse Totò? Il 100.

Lo stesso di Diego Ulissi. Che ha vinto in gran spolvero la undicesima tappa Modena-Asolo di 227 chilometri corsi alla stupefacente media di quasi 46 chilometri l’ora, bissando il successo di Praia a Mare. Ha battuto il costaricano Andrev Amador, secondo in classifica e il sorprendente Bob Jungels, che non si è limitato a difendere la maglia rosa ma ha attaccato, entusiasmando la folla - i veneti sono tifosi competenti. Bob che è pure maglia bianca, ossia il migliore dei giovani a questo Giro: ha solo ventitré anni. Ha la sventatezza dell’età, e il talento di probabile campione. Saggiamente gli esperti Vincenzo Nibali ed Alejandro Valverde l’hanno lasciato sfogare: a domarlo ci penseranno le arrampicate dolomitiche e le spossanti salite del Piemonte e della Savoia, hanno pensato. Non Diego Ulissi, che ha raggiunto i fuggitivi Amador e Jungels per fulminarli sul traguardo...

Che anche Ulissi abbia venduto l’anima al diavolo? Totò alla fine, preferisce perdere il Giro e vincere la bella Barzizza. Ulissi non ha ambizioni di classifica, sebbene sia decimo per il momento. Qual è il suo sogno proibito?

Quello di Jungels lo rivela lui stesso: “Ho attaccato per guadagnare un po’ di secondi e aumentare il vantaggio sui favoriti del Giro. Sarà poca roba ma è così che si comincia a far gruzzolo, mi piace questa maglia rosa, è la prima che indossa un lussemburghese dopo Charly Gaul. Lui vinse due Giri, l’ultimo nel 1959. Io per il momento mi godo questi giorni fantastici. Ho intenzione di conservare la maglia rosa più che posso. Le salite vere cominciano tra due giorni, non so come andrò quando le salite saranno molto più lunghe di quelle affrontate sinora, però mi sembra che per adesso sia andato tutto bene...”.

Mica male, questo giovanottone del Lussemburgo che si chiama Bob Jungels. Ritiro le maliziose conclusioni che avevo elaborato dopo aver visto il suo compagno di squadra Giancarlo Brambilla - in maglia rosa - tirare come un dannato nel finale di corsa della decima tappa che terminava a Sestola, mi era sembrato umiliante e prepotente costringere la maglia rosa Brambilla a svolgere il tipico lavoro del gregario. Ho immaginato che gli avessero ordinato via radio: “Ok, adesso basta!”. L’ho visto ubbidire. E mollare bruscamente i pappafichi quando mancava pochissimo al traguardo, dove poteva arrivare assieme a Jungels. A proposito: il numero di pettorale di Jungels è il 64, ossia 6+4=1. Cioè primo. Ci fosse in corsa il professor Totò Casamandrei, direbbe (come nel film): “Tifosi di tutto il mondo, girini, ranocchie, mi meraviglio com’è che non siamo arrivati tutti quanti primi, eppure la tappa era così breve...”.

Fonte: Leonardo Coen