Nibali non è più Nibali Dopo la terza giornata di riposo, il Giro ritrova le salite. E ritrova Vincenzo Nibali in crisi mentre l’olandese volante Steven Kruijswijk è sempre più padrone della corsa e lo spagnolo Alejandro Valverde vince la sua prima tappa al Giro.

GIRO E RAGGIRO Andalo

Nibali non è più Nibali

Rapporto di giornata

Alejandro Valverde ha ottenuto la sua prima vittoria al Giro d’Italia battendo in volata i compagni di fuga Steven Kruijswijk ed Ilnur Zakarin nell'impegnativo finale di Andalo. In una tappa velocissima, combattuta alla media di 44,270 km/h, l'olandese ha ottenuto un secondo posto per la terza tappa consecutiva ma ha aumentato il proprio vantaggio in classifica sui rivali diretti Esteban Chaves, che ha inseguito per tutta la tappa e contenuto il distacco, e soprattutto ha disintegrato le residue velleità di Vincenzo Nibali, che si è staccato sulla salita di Fai della Paganella dopo essere stato il corridore che ha aperto le ostilità. Ormai, un refrain del Giro 2016: Nibali attacca e gli altri lo staccano. Così è arrivato appena undicesimo, a un minuto e 47 dal vincitore di tappa Valverde. Giro perduto. Giro quasi vinto, invece, quello di Kruijswijk, sarebbe il primo olandese a domarlo: tra la maglia rosa e il secondo in classifica, Chaves, ci sono infatti tre minuti esatti. Un baratro.

Triste, solitario y final

Non si bara con se stessi, caro Vincenzo. Tu dici di non capire cosa stia succedendo, mentre forse lo sai benissimo ma non vuoi (o non puoi) raccontarlo. Sostieni che ti senti bene: però, quando gli altri attaccano, non riesci più a cambiar ritmo, che era una delle tue prerogative tecniche. Ti imballi.

Stenti a riconoscerti, ed è una dolorosa constatazione: “Non sono io...”, ripeti a chi ti chiede che cosa ti sta succedendo. Fai capire che la testa è in ordine, ma gli impulsi che mandi non ottengono dai muscoli i risultati che ti attendi. Perché il tuo motore si è inceppato? Guasto o sabotaggio? Messa a punto imprecisa? Problemi di squadra?

Di certo, questa situazione cova da parecchi giorni. Pure Valverde ha avuto la sua crisi, nella cruciale tappa di Corvara vinta da Chaves, quella in cui è sbocciata la maglia rosa di Kruijswijk. Il giorno dopo, Valverde non solo si è ripreso dalla crisi, ma si è piazzato terzo ed era la cronoscalata, cioè una tappa verità. Dopo il riposo di lunedì, addirittura ha vinto e ti ha superato in classifica, sbattendoti giù dal podio virtuale.

Tutto è perduto, fuorché l’onore e tu, da buon siciliano, a certe cose ci tieni, sei orgoglioso e non ti vuoi arrendere: “Non è ipotizzabile il ritiro, voglio onorare la corsa”. Una parola antica, quella dell’onore in un ambiente dove l’onore è stato spesso calpestato dalle oscure vicende di doping. Il ciclismo, tuttavia, è sempre sofferenza, anche di questi tempi tecnologici e bari. Ma il tuo preparatore Paolo Slongo non esclude il ritiro: “E’ inspiegabile questo calo. Ritiro? Se Vincenzo non sta bene, proseguire sarebbe un danno” ha dichiarato. Non sarà stata una bella serata, in casa Astana: “E’ il terzo giorno che paghiamo”. Serve presto una spiegazione a questo mistero: intanto verrà sottoposto ad alcuni accertamenti clinici, dichiara Emilio Magni, il medico della squadra. Pure Davide Cassani, il cittì della nazionale, è perplesso: “Gli manca il cambio di ritmo. Fatica. Forse non ha svolto la preparazione giusta. Bisogna capire se c’entra un virus, se sia malato o meno. Stare al Giro quando si sta male è controproducente”. Cassani punta molto su Nibali per la gare olimpica del 6 agosto. Averlo ingrippato gli rovina i piani.

Fausto Coppi

C’è dunque mistero sul Nibali perdente. Tutto appare incredibile: troppo Nibali è cambiato, troppo del Nibali vincente è andato smarrito, chissà dove; troppo è sepolto di quel Nibali esagerato che vinse il Tour de France due anni fa. Faccio fatica a vedere un rapporto di continuità tra il Nibali d.o.c. del 2014 e il Nibali che arranca in salita del 2016. Perché il Nibali che abbiamo visto pedalare soffrendo su per le rampe del Fai della Paganella è un corridore stanco, triste. Solitario di quella solitudine dell’anima. Accanto, puoi avere amici, compagni di squadra, tifosi. Ma è come se non ci fossero. Hai solo voglia di andare in fuga. Quella vera. Non quella delle tappe.

Il buon Vincenzo nel giorno di riposo a Bressanone tentava di convincerci e convincersi che avrebbe ribaltato la situazione, cominciando ad attaccare appena le strade del Giro ricominciavano a salire. Ci ha provato. Non immaginava che si sarebbe consegnato al nemico. Per la quarta volta - dopo Roccaraso, dopo Corvara, dopo l’Alpe di Siusi - si è piantato, non è riuscito a cambiar velocità, come avesse le gambe di pietra: “Stento a riconoscermi. All’inizio pensavo di star bene, mi sentivo bene, pronto a reagire...Ma poi non so che cosa sia successo. Stavo bene, reggevo, resistevo: però gli altri scattavano e io non riuscivo a reagire. Non so darmi una spiegazione. Non capisco le mie sensazioni”. Amletico.

Nel ciclismo la sconfitta è lunga, spietata: ti resta dentro l’urlo di una rabbia secolare, impotente. La corsa, allora, ti appare per quello che è, un calvario.