Nibaleide Apoteosi di Nibali, del ciclismo e dell'epica sportiva

GIRO E RAGGIRO SANT’ANNA DI VINADIO

Nibaleide

SANT’ANNA DI VINADIO. Nibaleide, cantico sublime y final: in cui si narra che il Campione è ancora di più Campione. Siore e siori! Incidete sul marmo delle memorie sportive questa epigrafe: fu sabato 28 maggio 2016, durante la ventesima tappa dalla francese Guillestre alla serafica abbazia di Sant’Anna di Vinadio, che Vincenzo Nibali vinse sul filo di lana il suo secondo Giro, quando mancavano appena quindici chilometri al traguardo. Erano quasi le cinque in punto della sera e anche questo è un segno del destino...

Ecco l’eroe Nibali: in testa al gruppetto dei “migliori”, sulla salita che porta al Colle della Lombarda. Marcato stretto dalla fresca maglia rosa Esteban Chaves. Scortato dal fido Michele Scarponi. Guatato dal fiero murciano Alejandro Valverde. Poi, Rafal Majka, la maglia bianca Bob Jungels, il deludente Rigoberto Uran Uran, l’acciaccato (con microfrattura) Steven Kruijswijk, spodestato da Chaves. Gli otto attraversano Isola 2000, dove sciano quelli della Costa Azzurra. Curva a sinistra. La strada s’impenna. Pendenza che è sentenza. Tutto avviene in un istante. Un cenno di Nibali a Scarponi. Il marchigiano scarta, Nibali s’invola. Mancano cinque chilometri allo scollinamento. Sull’asfalto qualcuno ha scritto “VAI NIBALI!”. Segno del destino. O segnale della squadra?

Chaves lo aggancia, ma ha la faccia della resa. Valverde se la gioca: vede il podio e tiene Chaves. Gli altri restano dietro. Più su, uno scudiero attende capitan Nibali: Tanel Kangert. Era stato in fuga, ma le regole d’ingaggio gli vietano di sognare. L’ammiraglia gli impone di rallentare. Pure a Scarponi, glielo chiesero, lui che era gloriosamente passato primo alla Cima Coppi. L’Astana dirige le danze. Regia perfetta.

Nibali si libera di Chaves e Valverde. Il giovane colombiano resta sui pedali. L’italiano accelera. Alle 17 e 02 aggancia Kangert. I due aumentano il vantaggio sugli inseguitori. Alle 17 e 08 Chaves crolla, quel tanto che basta perché Nibali diventi maglia rosa virtuale. Il siciliano passa in cima alla Lombarda (quota 2350) con 56 secondi di vantaggio su Chaves. C’è una discesa da brividi, lungo uno stradino dove a stento ci passa un’auto. Il pane di Vincenzo: “Per me la discesa è terreno d’attacco”. L’erede di Gastone Nencini, che in discesa era imbattibile. Coraggio e follìa per andare a tomba aperta.

Arriva al bivio per l’abbazia di Sant’Anna. Restano 2350 metri di ascesa. I pellegrini la fanno a piedi. E’ l’ultima tremenda penitenza, per i corridori. L’estone Rein Taaramae della russa Katusha è avanti a tutti. Vince in ralenty, è stremato. Dice: “Mi sembra d’essere in paradiso”. Se vuole, la scorciatoia è di là, in abbazia. Il suo successo è oscurato dal tripudio che accompagna Nibali. Folla ubriaca di gioia. Il Nibali Triumphant si solleva sui pedali, lotta contro il cronometro, spinge con tutto quel che gli resta dentro, e di più. Alle 17 e 24 taglia il traguardo. E aspetta. Vuole la certezza di aver vinto il Giro. Alle 17 e 25 Chaves non è più maglia rosa. Nibali esulta, stravolto. In un angolo, i genitori di Chaves arrivati dalla Colombia si abbracciano, e piangono. Ma il figlio esteban è il primo a complimentarsi con Vincenzo.

Questo è ciò che ho visto. La metamorfosi nibaliana è stata strabiliante: “Semplice: Nibali è un campione”, sintetizza Michele Scarponi, che divide con lui le camere degli alberghi. Però, ne esce bene - se non ci saranno amare sorprese di tipo chimico - questo sport che è bello e si disputa in posti bellissimi.

Metteteci tanto ciclismo antico. Più un pizzico di Coppi. Spargete molta rabbia alla Bartali. Condite con lacrime di gioia e di liberazione, che nello sport non guastano mai. Aggiungete le nobili parole dello sconfitto, il giovane saggio Esteban Chaves che corre, ma è forse filosofo: “Questa è una semplice corsa in bicicletta. Ho perso: non è la cosa più importante. Questa è la vita, la vita vera”. Libro Cuore del ciclismo, ieri.

“Siamo uomini, non macchine”, commenta Nibali The Legend, “Chaves è un campione, e lo ha dimostrato non solo in corsa”. Ci offre un titolo: “E’ stata una giornata impressionante”. Incredibile: “Non mi sono mai voltato indietro a guardare gli avversari. Oltre i 1800-2mila metri ero quello che stava meglio. La salita della Bonette, l’avevo già fatta al Tour. Lunga, terribile. Avrebbe avvelenato le gambe. Ma la partita si sarebbe giocata dopo, sulla Lombarda. Io prediligo le salite lunghe e in alta quota. L’ultima settimana di questo Giro era adatta alle mie caratteristiche: anche in gruppo gli amici mi confortavano, coraggio Vincenzo, fra poco arriva il tuo turno, mi dicevano. Vedrai che ce la farai. L’affetto dei tifosi è stato fondamentale. E la squadra. Dovrebbero erigere una statua a Michele Scarponi. Come hanno lavorato Jakob Fulgang, Kangert, e gli altri. Senza di loro non avrei vinto il Giro”.

Analizza il suo Giro: “Ho cercato di prendere la corsa nelle mie mani, all’inizio, e ho sbagliato. Ero il favorito, tutti i fari erano puntati addosso a me, mi sono deconcentrato. Poi, ho capito che dovevo essere il più tranquillo possibile. Ed è lì che è stata la svolta vincente, il mio riscatto”. Come diceva Binda, non contano solo i garùn, ma la testa: “Dopo l’impresa di Risoul, potevo perdere o vincere. Non cambiava nulla. Ho provato. E ci ho creduto sino all’ultimo metro. Ho ascoltato lo speaker dell’arrivo scandire i secondi, e quando ha urlato che ero maglia rosa, allora ho realizzato quel che ero riuscito a fare”. Farà il Tour in appoggio a Fabio Aru, ma punta ai Giochi di Rio: “Il mio obiettivo determinante”.

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