L’ILLUSIONE NIBALICA Nel tappone dolomitico, tante illusioni e una delusione: Nibali staccato da Chaves, che ha vinto e dall’olandese Kruijswijk nuova maglia rosa. E’ il Giro dei non campioni. Ma oggi c’è la cronoscalata da Castelrotto all’Alpe di Siusi. Azzardo un pronostico: Nibali in maglia rosa. Chaves in lacrime. E Kruijswijk di nuovo Kruijswijk.

GIRO E RAGGIRO Corvara

L’ILLUSIONE NIBALICA

Quando lasci un albergo, in quel di Buttrio provincia di Udine, dove la password è “Picolit”, beh, c’è da meditare. In vino veritas, in Picolit si sfiora la vetta. Le vette vere le hanno sfiorate oggi i corridori del Giro nella tappa più bella e spettacolare di quest’anno, da Alpago a Corvara in alta Val Badia, 210 chilometri su e giù per sei passi dolomitici che hanno raccontato la storia del ciclismo, almeno, il ciclismo dei Giri d’Italia. Nell’ordine, il Pordoi, il Sella, il Gardena, Campolongo, Giau, Valparola e in mezzo metteteci pure il Falzarego. Tutti i grandi campioni hanno voluto lasciare il ricordo della loro classe su questi percorsi in mezzo a montagne che sono frammenti di paradiso: quando la strada punta al cielo, e attorno la Grande Bellezza accompagna la fatica del corridore, il ciclismo insidia l’epica.

Ma la somma dei miti stradali purtroppo non sempre produce automaticamente nuovo mito ciclistico. Peccato. E’ questo, purtroppo un Giro meschino: non nel tracciato, ma nell’evoluzione della corsa. E’ mancata anche stavolta, nonostante 5500 metri di dislivello e pendenze da sentenze, l’invenzione temeraria, l’impresa solitaria, il coraggio della sfida. Il ciclismo di questo Girin girello è da ragionieri: livellato in alto, intimorito probabilmente dall’antidoping, sfessato dalle esigenze della globalizzazione e da un calendario anabolizzato. Troppe corse. Un tempo la stagione del corridore si spalmava da marzo a ottobre, e i giorni di corsa raramente superavano gli 80-90. Oggi si comincia febbraio e si finisce a novembre, ma i giorni di gara sono raddoppiati.

Leonardo Coen, Claudio Gregori, Gianni Bugno

Quanto al “tappone” dolomitico, la prova del nove per vedere chi può vincere il Giro e chi invece l’ha perso - appuntamento fatidico della carriera di ogni grande scalatore - siamo ancora in una fase di stallo. Ci sono state due corse. Quella dei peones. E quella dei “migliori”. Solo negli ultimi due chilometri sono confluite. La prima ha visto la fuga di trentasei corridori, cominciata dopo 50 chilometri. I passi hanno decimato i fuggitivi, ad ogni Gran Premio della Montagna si schiumava la compagnia. Per farla breve, i superstiti guidati dallo stoico colombiano Darwin Atapuma hanno sperato di farcela.

Dietro, i “migliori” si sono controllati e marcati stretto. L’Astana di Vincenzo Nibali ha scandito il ritmo, per sfilacciare gli avversari e rifinire la classifica. Strategia quasi vincente. La Movistar di Valverde e Amador si è inabissata. Ma la fatica ha impedito a Nibali di finalizzare l’azione: voleva impallinare la concorrenza e indossare la maglia rosa (per qualche minuto lo è stato virtualmente in rosa), ci è rimasto lui nella traiettoria dei pallini. Vittima di fuoco amico. Pensava di poter dare di più. Ha scoperto che altri avevano riserve energetiche più efficaci.

Ed è strano, per uno come Nibali, già vincitore di Vuelta, Giro e Tour. A ventisette chilometri dal traguardo, sulla salita che portava a passo Valparola, Nibali è scattato. Valverde è rimasto basito. Amador da tempo annaspava in retromarcia. Gli restava ai mozzi il piccolo colombiano Esteban Chaves, 26 anni, l’intemperanza addosso. Poi, arrivava l’olandese Steven Kruijswijk, quinto in classifica con lo stesso tempo di Valverde. In carriera, l’olandese di ventinove anni poteva vantare due vittorie e due partecipazioni onorevoli al Giro d’Italia, concluse con un settimo ed un ottavo posto. Insomma, un oggetto misterioso che all’improvviso, da carretto si trasforma in una Porsche. Perché è lui che rilancia l’attacco di Nibali. Parte in progressione. Vincenzo resta sui mozzi. Chaves salta il sicialiano, insegue l’olandese. Lo raggiunge. Da quel momento, mentre in cima alla corsa il povero Atapuma esala gli ultimi spiccioli di forza, comincia la rincorsa dei due killer di Nibali. A un chilometro e mezzo dal traguardo, l’aggancio. C’è pure l’austriaco Georg Preidler, che è riuscito a riportarsi in testa con Atapuma. L’epilogo è beffardo. Vince Chaves, Atapuma è terzo, dietro l’olandese che conquista la maglia rosa. E’ il sesto corridore che la indossa, in quattordici tappe. Vorrà pur dire qualcosa...

Non è successo nulla. O quasi. Nibali probabilmente vincerà il Giro, anche se teme la giovinezza e la freschezza di Chaves. E’ riuscito a contenere il distacco, a domare la fatica e la delusione: l’esperienza serve pure a qualcosa. Sta correndo da diesel, perché questo è oggi il suo limite. D’altra parte, perché rischiare di andare fuori giri se gli avversari - mediocri - poco per volta si autoeliminano? Ritirati Mikel Landa e Tom Dumoulin, seppellito Alejandro Valverde e sbiancato Andrev Amador, resta questo olandese Kruijswijk dal pedigree così così e il giovane Chaves. Non è detto, però, che un diesel non possa ogni tanto dare soddisfazione. In salita, il motore di Nibali non è brillante come al Tour del 2014 o al Giro che vinse nel 2013. Si sente un uomo cavallo il cui fantino lo frusta troppo. Fuori di metafora, Nibali vive le tribolazioni di una squadra in cui c’è una tregua armata tra lui e il sulfureo Alexandre Vinokurov, il manager. Già si sa che Nibali lascerà a fine stagione l’Astana, né Vinokurov si è buttato in ginocchio pregandolo di rimanere: il kazako pare abbia proposto a Nibali un drastico ribasso di stipendio, un taglio di due milioni. E Nibali non ha gradito questo declassamento monetario. Valgo di più, ha replicato a muso duro. Dimostralo, gli ha risposto il kazako. Mai come in questo caso, l’eventuale vittoria al Giro di Nibali varebbe oro quanto pesa. Per questo, oggi, nella breve cronoscalata da Castelorotto all’Alpe di Siusi, Nibali si riscatterà, Chaves abbasserà la cresta -ha detto che spera di vincere il Giro e sogna di conquistare il Tour, viva la modestia - e Kruijswijk tornerà Kruijswijk.

Paolo Bettini, Leonardo Coen, Eugenio Capodacqua