Grande velocista, piccolo campione Il tedesco André Greipel vince per la terza volta,saluta tutti e torna a casa: non gli va di faticare in montagna

GIRO E RAGGIRO

Grande velocista, piccolo campione

Il vento soffia da sinistra. André Greipel è in testa, il mucchio selvaggio dei velocisti è inerme di fronte al suo strapotere. Solo l’australiano Caleb Ewan tenta di agganciarlo e superarlo a destra. Greipel si sposta implacabilmente da quella parte e stringe Caleb alle transenne. Un’astuzia: negli sprint paga la cattiveria. Caleb si arrende. Più che una volata, una folata.

Il tedesco Greipel è al suo terzo successo in questo Giro, ed è a quota 20 vittorie se si aggiungono i trionfi al Tour e alla Vuelta. E’ oggettivamente un “forte” dello sprint. Ma è un piccolo campione. Infatti, conclusa la dodicesima tappa da Noale a Bibione, 181 chilometri piatti come una tavola di biliardo con tanto di neutralizzazione nel finale in circuito giustificato dalla pioggia (che poi non c’è stata), Greipel si è ritirato dal Giro d’Italia. Mica perché afflitto da un malanno, come è capitato a Landa e a Dumoulin. O perché si è sfracellato. E nemmeno ci sono ragioni familiari che giustifichino la sua defezione. No. L’unico motivo è che non vuole affrontare le salite. Quelle vere. Quelle estenuanti.

Aveva preventivato di vincere almeno una tappa. Ne ha vinte tre, anche perché il rivale Marcel Kittel, pure lui teutone, si era ritirato (curioso che i due tedeschi abbiano nomi francesi...): il bottino è pingue. Soddisfa lui e quelli del team. Andandosene via, lascia la maglia rossa del corridore con il maggior numero di punti a Giacomo Nizzolo che non ha vinto ancora nulla ma si è sempre piazzato. Lascia un trofeo ambitissimo e prestigioso.

Paura, paura...la tredicesima tappa che si snoda da Palmanova a Cividale del Friuli per 170 chilometri è ricca di salite velenose, ben quattro con pendenze che sono sentenze. Non quote elevate, ma percentuali asfittiche, fino al 16 per cento. Poi, sabato, ecco Corvara, le Dolomiti cioè. Infine la cronoscalata domenicale dell’Alpe di Siusi. Cibo indigesto, per Greipel.

E’ giusto il suo ritiro? Lui, che non è un allocco, cerca di giustificarsi: “Capisco che i tifosi non siano contenti della decisione di abbandonare la corsa ma ho molto rispetto per il Giro e spero che un giorno potrò ancora tornare a lottare per la Maglia Rossa. Quest’anno ho avuto un inizio difficile, con varie cadute, sono sempre stato alla ricerca della forma migliore. Ho lavorato molto per arrivare in condizione a questo Giro. Sono un essere umano non una macchina. Questa dodicesima tappa sarebbe stata la mia ultima, avevo dovuto prendere la decisione tempo addietro con la mia squadra e il mio allenatore per prepararmi ai prossimi obiettivi”.

Mah. Come dire che i prossimi obiettivi valgono di più del Giro. Ora, non so se sia più ineffabile la squadra che stipendia Greipel, cioè la Lotto Soudal, o il velocista, così ragioniere.

In tempi nemmeno tanto lontani, sia Mario Cipollini sia Alessandro Petacchi che sono stati i nostri più formidabili sprinter, hanno sempre umilmente accettato le difficoltà di percorso del Giro. Se andava male, abbandonavano, battuti dalla strada, non dai calcoli. L’ambizione era di vincere l’ultimo sprint, di suggellare la loro corsa in una volata di prestigio. Salivano curando il tempo massimo, facendo “gruppetto” coi colleghi. Solo le cadute disastrose causavano il ritiro. Se andiamo indietro col tempo, tutti aspettavano l’ultimo sprint al Vigorelli di Miguel Poblet o dei fratelli Darrigade, di Rik Van Looy o degli altri celebri velocisti. Onoravano il ciclismo. Van Looy detto l’Imperatore di Herentals, due volte campione mondiale, vinse tutte le cinque “classiche monumento”: tre Parigi-Roubaix, una Milano-Sanremo, due Giri delle Fiandre, un Giro di Lombardia e una Liegi-Bastogne-Liegi. Era un micidiale “finisseur”. Ma si dimostrò anche ottimo scalatore. Nel Giro del 1960 suggellato da Jacques Anquetil che sconfisse Gastone Nencini per appena 28 secondi, non solo vinse tre volte, ma passò in testa nel tappone del Gavia - c’erano quattro passi dolomitici - e conquistò la classifica degli scalatori con 250 punti, davanti a Imerio Massignan, Nencini, Michele Gismondi e Charly Gaul (che aveva vinto il Giro del 1956 e del 1959). Beh, io amo Van Looy, era uno dei miei idoli giovanili. Oggi ha 83 anni. Spero portati come sapeva portare la sua bici Flandria (telaio color rosso fuoco).

Fonte: Leonardo Coen

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