Giro meschino!

GIRO E RAGGIRO CORVARA

CORVARA. Giro meschino! Ha dovuto ingoiare tre giorni fa il rospo del ritiro di André Greipel, sontuoso velocista vincitore di tre volate ma pavido corridore quando le salite incombono. Ha subìto i ritiri di Mikel Landa e Tom Dumoulin, due dei grandi favoriti, il primo per un improvviso virus intestinale il secondo per un foruncolo dove non batte il sole ma il sellino, almeno questo hanno detto. Per due settimane non è successo nulla o quasi, perché tutti i favoriti hanno avuto paura ad osare, e anche questo è un cattivo segno dei tempi. Però, oggi, perdiana, fateci sognare!

Eccoci, infatti, a Corvara, in alta val Badia. Il Sasslong incombe, sentinella di montagne incantate, col sole che pennella le rocce e le dipinge di rosa. Tra poco si concluderà il meraviglioso tappone dolomitico cominciato ad Alpago, un frullato di estenuanti salite e vertiginose discese, sei passi da scollinare, cinquemilacinquecento metri di dislivello, 210 chilometri dove immagini feroci battaglie ed entusiasmanti fughe. C’è solo l’imbarazzo della scelta: il Pordoi, il Sella, il Gardena, Campolongo, Giau, Valparola. Ogni chilometro è un racconto di storia del ciclismo, un frammento di epica in bicicletta: qui Coppi scattò e nessuno più lo riprese; lì Binda prendeva a morsi le montagne; Bartali ci si ingobbiva e Charly Gaul sorvolava i tornanti...mentre Eddy Merckx se li divorava, da vero Cannibale; Felice Gimondi soffriva ma teneva duro e il povero Marco Pantani aggrediva le pendenze: “non dimentichiamolo” ho letto su un cartello nella discesa del Giau. Insomma, ti aspetti - ed è una legittima speranza da tifoso - che finalmente venga il turno di Vincenzo Nibali, che faccia pure lui l’impresa. Qualcosa che cancelli il tran tran di questo Giro senza sussulti, condotto da ragionieri dei distacchi e delle pedalate, come se tutti i favoriti (in verità assai pochi: due o tre al massimo) avessero paura di soccombere, di andare “fuori giri”, come si dice in gergo pedalatorio. Prudenza. Paura. Appunto, Giro meschino: non per colpa di chi l’ha disegnato. Ma di chi lo corre.

Con Gianni Bugno guardiamo i migliori nel finale di tappa. Lui vinse il Giro 1990 in maglia rosa dal primo all’ultimo giorno. Oggi è segretario dell’associazione corridori. Sostiene che Nibali è il più forte in campo e che non c’è storia: “Nessuno, qui ha vinto Giro, Vuelta e Tour. Valverde è alla frutta: era in forma per le classiche del Nord, ne ha vinta una, la Freccia Vallone, sinora ha bluffato. La maglia rosa Amador s’imballerà. Gli altri, mah...Nibali oggi saprà chi dovrà tenere d’occhio nell’ultima settimana”.

L’analisi è quasi perfetta. Salvo un dettaglio. Che Nibali, appena Bugno conclude il suo ragionamento, attacca. “Hai visto? Ora Valverde va in crisi”. Vero. La salita a Valparola è fatale per Valverde e Amador. Davanti, un colombiano che ha un nome che sembra il titolo di una canzone, Darwin Atapuma, tenta il colpaccio. E' stato in fuga per quasi 150 chilometri. Un eroe. Ma è ormai al lumicino. Il suo vantaggio si assottiglia, i compagni di fuga sono cotti. Dietro, l’azione di Nibali ha ispirato un altro colombiano, il piccolo e simpatico Esteban Chaves di anni ventisei e ingolosito un terzo inatteso incomodo, l’olandese Steven Kruijswijk. I due placcano Nibali. Poi l’olandese scatta. Nibali è impallinato. Chaves no. Tiene. Raggiunge Kruijswijk. L’olandese volante e il vivace colombiano filano via. Nibali limita i danni. Ha pagato lo sforzo di una corsa tirata, solo contro tutti. L'esperienza lo salva: non affonda. Pensava di andare più forte. Si è illuso.

Ci ha deluso? Il ciclismo è crudele. Per vincere ci vogliono cuore, gamba; coraggio e condizione. La gente ama chi osa, anche se perde: Raymond Poulidor le beccava dallo spietato Jacques Anquetil, ma entusiasmava la gente per la sua generosità. Il piemontese Franco Balmanion si accaparrò due Giri d’Italia (1962-1963) senza mai vincere una tappa. La gente gli preferiva le arrembanti folate in salita di Imerio Massignan, gli sprint di Nino Defilippis, l’estro folle di Vincenzo Meco, o il guizzo di Guido Carlesi che assomigliava a Coppi, scomparso il 2 gennaio del 1960. Nibali perlomeno, ha tentato di scrollare questo Giro meschino. Gli è andata maluccio: ha scoperto che altri, oggi come oggi, hanno più gamba. Il suo amor proprio è stato preso a ceffoni. L'anno scorso è stato sconfitto al Tour che aveva vinto nel 2014. Alla Vuelta l'hanno cacciato per un traino eccessivo. E adesso, questo appuntamento mancato con la gloria dolomitica, pur avendo corso come doveva. Gli è mancata la benzina, non il coraggio. Ora sa chi sono i nemici. O meglio, i rivali superstiti: primo fra tutti Chaves, che ha vinto battendo Kruijswijk, nuova maglia rosa, il sesto corridore a indossarla in 14 tappe. Segno di livellamento. E di un giretto piccolo piccolo. Nibali si consola. In fondo sono secondo in classifica, dice, a 41 secondi da Kruijswijk che ha una squadra debole. Abbiamo affondato la Movistar di Valverde e Amador è a pezzi. Oggi c’è la cronoscalata dell’Alpe di Siusi. Ieri Chaves ha confessato che sì, vincere una tappa al Giro è bello e che se la condizione lo sorregge, può vincere persino il Giro, Nibali permettendo. Ma il suo sogno vero è vincere il Tour de France. Poco elegante. Anzi, meschino.

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