E venne il giorno di Ciccone Decima tappa, da Campi Bisenzio a Sestola, patria scistica di Alberto Tomba. All'ombra del Monte Cimone vince un ragazzo di ventun anni e mezzo: il terzo vincitore di tappa più giovane del Giro (il primo è stato un certo Fausto Coppi...). Sciur Brambilla spodestato dal compagno di squadra Bob Jungels: giochi meschini dell'ammiraglia. Mikel Landa si ritira, debilitato da un virus intestinale. Non parte Fabian Cancellara. I favoriti non attaccano. Via libera agli outsider, per un Giro molto nostrano. E divertente.

GIRO E RAGGIRO Sestola

E’ un Giro provinciale, non è una critica ma una constatazione e poi la provincia è la ricchezza sana ed autentica del nostro Paese che resiste nonostante l’assedio massacrante delle mafie e dei politicanti corrotti. Farà comunque felice chi scrisse qualche anno fa - con l’ingenuità dell’esordiente e l’entusiasmo del neofita - un libro sul Giro “provincia d’Italia”, riscoprendo un déjà vu e déjà écrit da stuoli di scriba in oltre cent’anni di corsa rosa (c’è chi ha persino prodotto tesi di laurea sull’argomento: come quella di Laura Bertora che si è laureata all’Università degli studi di Parma (relatore il professore Daniele Marchesini, autore del bellissimo saggio “L’Italia del Giro d’Italia” edito dal Mulino).

Già avere un sciur Brambilla in rosa la diceva lunga, sull’indole di questo piccolo grande Giro, renziano nello spirito e nel contorno.

Ma quando, nella decima e nervosa decima tappa da Campi Bisenzio a Sestola (lunga ben 219 chilometri di su e giù), hai in fuga Stefano Pirazzi che per un’oretta è maglia rosa virtuale, e con lui osservi la pedalata leggera ed efficace del compagno di squadra Giulio Ciccone, allora senti che quest’anno c’è molta sana aria di piccole città, di paesi, di borghi, di campagna, di salite e paesaggi domestici, di aria “buona”, di fatica e sudore e persino lacrime. Quelle di Ciccone, la ciliegina sulla crostata della nonna. Giulio infatti andrà a vincere da uomo, anzi, da ragazzo solo al comando. Ha appena ventun anni, e l’incoscienza avventurosa del giovane che crede nei propri mezzi e che s’invola quando la strada piglia a salire verso il cielo. Certo, le salite del Frignano e l’ascesa al Pian del Falco sono abbordabili, non sconcianti come il Mortirolo o lo Zoncolan: la selezione sperata non c’è, Sestola è passata indenne per la pattuglia dei “migliori” in corsa.

Siamo già alla decima tappa, e ancora i cosiddetti e pretesi favoriti sono tutti racchiusi in una manciata di secondi e in pochi metri all’arrivo, il loro sparpaglìo dissemina indizi, ma non feriti e morti. Salvo la meschinata della Etixx-Quick Step, la squadra del sciur Brambilla in rosa, il quale sperava di conservarla per esibirla ai paesani, giacché il Giro nell’undicesima tappa sarebbe passato dalle sue parti. Macché: le logiche imperscrutabili del team lo hanno obbligato a servire, in fin di corsa, il capitano Bob Jungels, lussemburghese che capeggia la classifica dei giovani ed era staccato, dal Brambi di appena un secondo, in classifica generale. Jungels non ha tirato un metro, è stato l’umile Brambilla ad aiutarlo negli ultimi insidiosi chilometri di salita verso Sestola, quando il pericoloso Andrev Amador - scudiero di Alejandro Valverde - se l’era filata per conquistare la maglia rosa.

Alla fine, Jungels ha sfilato la maglia rosa al ragiunatt Brambilla (è diplomato) ed Amador si è dovuto accontentare di un nulla. Brambilla, che non è sprovveduto, ha detto che la strategia di squadra era stata finalizzata per conservare il primato e che aveva consumato tutte le sue forze. Parole di circostanza. Si è visto chiaramente che ad un certo punto ha mollato il gruppetto dei migliori, dopo averlo trainato con grande determinazione, all’inseguimento di Amador. Che il gregario torni al suo rango, dopo aver assaggiato il culatello dei capi.

Veniamo alla tappa. Al via di Campi Bisenzio non si presenta, il “grande” Fabian Cancellara: paga la febbre che lo debilitato in Olanda, all’esordio di questo Giro 2016, e la delusione di non essere riuscito a vincere una delle due crono. Lascia con il rammarico che l’anno prossimo non ci sarà più. Si ritira a fine stagione. A sfrondare il lotto già ristretto degli illustri nomi in gara, ecco che ci si mette la sfiga: nel mondo dello sport è deleteria quanto il doping. Doppia. Capita che nel giorno del secondo riposo, i cronisti di Repubblica e del Corriere decidano di enfatizzare la presenza di Mikel Landa, l’alfiere della Sky, considerato un serio rivale di Vincenzo Nibali per la vittoria finale. Per animare le pagine, i giornali citati gli dedicano, il giorno dopo, ampio spazio: un abbraccio mortale. Da toccar ferro. Landa, infatti, ha mollato il Giro al chilometro 66, poco prima di Marano sul Reno, dopo che aveva buscato più di sei minuti in cima al non irresistibile Passo Distrutto, dicono, da un virus che in nottata gli aveva provocato una violenta gastroenterite intestinale: il mal di pancia è un rivale imbattibile. Eppure, una volta, le liberatorie quanto spossanti fughe alla toilette erano talvolta compensate da prodigiosi recuperi nei giorni successivi: farsi sconfiggere dal cagotto era considerato deplorevole.

Deplorevole quanto barare in corsa. Ne sa qualcosa la russa formazione Katusha che ha visto, durante la cronometro del Chianti classico, il suo corridore Alexey Tsatevich incollato alla ruota dello svedese Tobias Ludvigsson: lo vieta il regolamento. Più volte l’ammiraglia della Katusha ha richiamato il corridore, ma quello ha fatto finta di non sentire. La giuria lo ha multato di 100 franchi e lo ha penalizzato di sei minuti e 48 secondi. Però la brutta figura in tv ha indotto i dirigenti della squadra ha ritirare dal Giro l’improvvido e furbastro Tsatevich. Chissà se la stessa severità viene applicata per prevenire la piaga del doping?

Insomma, storie belle. Storie brutte. Storie meschine. La trama della decima tappa - molto bella - ha raccontato, nel bene e nel male, il ciclismo di oggi, governato da interessi che spesso non coincidono con quelli del cuore e dello sport.

La storia bella, comunque, c’è: targata Giulio Ciccone. Ha vinto la sua prima tappa al Giro d’Italia. Credo che sarà la prima di una lunga serie. Ciccone è abruzzese d’origine e bergamasco d’adozione per ragioni di sport. Ha corso la prima gara quando aveva otto anni. Ha caratteristiche di scalatore. Prima di iniziare a correre si fa devotamente - e scaramanticamente - il segno della croce. Quando non corre, passa il tempo con la ragazza e va al cinema. Nel cassetto ha il diploma di geometra, conseguito nei cinque anni rituali: ha i piedi per terra e sa che il ciclismo professionistico dura poco e che per dopo bisogmna saper fare qualcos’altro.

Ha un fisico snello, leggero, va forte anche in discesa. Ciccone è lo stesso cognome di Madonna, le cui origini sono abruzzesi: chissà, magari i bisnonni erano compaesani. Ama gli arrosticini di casa e la polenta taragna dell’esilio. Il giovane scalatore neo professionista indossa la maglia verdina imbrattata da un sacco di loghi degli sponsor che fanno sopravvivere la Bardiani-Csf, squadra ruspante gestita dai Reverberi: fanno nel ciclismo come l’Udinese o l’Atalanta nel calcio. Scovano ed ingaggiano i talenti del futuro, gli insegnano a maturare. E magari ad emigrare nelle squadre più importanti. Ciccone ha conquistato la classifica degli scalatori per due anni consecutivi al Giro della Valle d’Aosta, si è piazzato sesto al Tour de l’Avenir indossando la maglia della Nazionale under 23 che si è aggiudicata la Coppa delle Nazioni. Era commosso, mentre allargava le braccia sotto lo striscione d’arrivo: “Sto vivendo la giornata più bella della mia vita, mi sembra d’essere in una bolla, quella dei miei sogni”, ha l’età delle sfide e non dissimula l’ambizione: “Finalmente è arrivata la vittoria a questo Giro”, ha detto. La voleva. L’ha avuta. Dopo la favola, durata pochino pochino, del ragiunatt Brambilla, la fiaba del geometra Ciccone. Che ha un naso, diciamo così importante. Un naso in salita. Come quello di Bartali.

Fonte: Leonardo Coen

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