E NIBALI SALVO’ IL GIRO Con l’impresa compiuta nella diciannovesima tappa - con il Colle dell’Agnello, Cima Coppi - da Pinerolo a Risoul, Vincenzo Nibali non solo ha capovolto le sorti del suo Giro ma anche quelle di un Giro, sino a quel momento, scialbo e mediocre.

GIRO E RAGGIRO Risoul

E NIBALI SALVO’  IL GIRO

Vorrei essere il collant di Ursula Andress, disse un giorno Woody Allen. Vorrei essere nella pelle degli organizzatori del Giro, per capire quanti brividi di gioia gli ha dato l’orgogliosa e ostinata resurrezione di Nibali che non solo ha vinto, ma ha stravinto, rischiando addirittura di andarsi a prendere la maglia rosa. Che è finita - forse momentaneamente - sulle spalle del giovane e simpatico colombiano Esteban Chaves. Ci ha rimesso le penne, e quasi l’osso del collo, l’olandese volante Steven Kruijswijk che è letteralmente volato in discesa, giù dall’Agnello (ricordiamo la quota: 2744 metri, dove l’ossigeno che un corridore vorrebbe è sempre meno di quel che c’è), andando a sbattere violentemente contro una muraglia di ghiaccio: una piroetta da acrobati del circo, brutto colpo in testa per fortuna attutito dal caschetto e dalla neve. C’è voluto mezzo minuto perché riprendesse la corsa, Kruijswijk, ma già in salita aveva mostrato di non essere quello delle Dolomiti, aveva reagito bene ad uno scatto di Chaves quattro chilometri prima dello scollinamento, e lì Nibali si era leggermente staccato e in quel momento tutti noi abbiamo pensato, ecco, si ripete il canovaccio dei giorni scorsi, invece no, Nibali saggiamente ha tenuto il suo ritmo mentre quelli davanti, ai quali si era aggiunto un presuntuoso Alejandro Valverde, non avevano più guadagnato un metro, anzi, erano stati ripresi. Quando il Colle si è fatto più vicino è stato Nibali a partire deciso, inseguito da Chaves e dall’olandese che teneva duro con la forza di volontà. Nibali se ne era accorto, ci dirà più tardi, così si è fiondato giù a tomba aperta. L’olandese è sbandato. E il povero russo Ilnur Zakarin - sino allora buon alleato di Nibali - è finito in un fosso, rompendosi una clavicola.

Il resto è ormai piccola grande storia del ciclismo. Nibali ha preso fiato in discesa, dopo di che, assieme a Chaves è partito di nuovo all’attacco. Chaves è stato costretto alla resa, assieme a Nieve e a Diego Ulissi (bel Giro il suo, che sia il caso di scoprirsi adatto alle corse a tappe?). Al traguardo di Risoul, dopo altri tredici chilometri di arrampicata, il campione siciliano è arrivato da uomo solo al comando. L’arrivo dei sogni. Del riscatto. Della riscossa. Tutto, insomma, è funzionato come avevamo previsto ieri, a dire il vero, solo noi e i “canNibali”, i tifosi dello Squalo che lo seguono ovunque. L’avevo visto molto meglio a Pinerolo, mentre mi era parso in fase declinante Kruijswijk. Ora non mancheranno gli scettici. Coloro cioè che non credono alla rivoluzione copernicana dei muscoli, o al miracolo di una mente finalmente sgombra da assilli e angosce, capace di reagire alla malasorte. Io non m’intendo di watt né di dati legati alle prestazioni. La psiche dei campioni è sovente un mistero, la chimica, bofonchia il mio amico Capodacqua, una certezza.

La vittoria di Nibali è stupefacente, perché in extremis. E oggi l’impresa potrebbe trasformarsi in leggenda, se andasse ad acchiappare la maglia rosa. La tappa è breve, arriva in cima al santuario di Sant’Anna di Vinadio, dopo appena 134 chilometri, ma fin dall’inizio si sale e come si sale: c’è il Vars, sapore di Tour de France, e poi ci si impicca al cielo per il col de la Bonette, altro picco oltre 2700 metri, infine, prima del traguardo, la Lombarda, al confine tra Italia e Francia. Discesa di nuovo da pirati, e risalita da morti e feriti.

Torno un attimo ad un’immagine che avrà fatto il Giro del mondo: Nibali che piange, dietro al podio. Accasciato sul manubrio della bici, si copre il volto con le mani e le braccia che prima aveva alzato al cielo per dedicare il trionfo a Rosario Costa, il ragazzino di 14 anni che si allenava in bicicletta ed è stato travolto a Messina da un’auto lo scorso 14 maggio. Rosario correva per una squadra fondata e gestita da Nibali. Il dolore per l’ingiusta scomparsa del ragazzo ha accompagnato le pedalate di Vincenzo per tutto il Giro. Si corre col cuore, non solo coi muscoli, Dico il cuore in cui noi identifichiamo emozioni, passioni, in cui noi crediamo siano riposti i nostri più profondi sentimenti. Si vince col cuore. Si perde col cuore.

Vars. Giro d'Italia

In questo Giro c’è una speciale classifica che merita di essere ricordata. Si chiama appunto il “ciclista del cuore” (in collaborazione con Tre Italia). Nibali è in testa. Vorrà pur di dire qualcosa...Gli hanno assegnato inoltre il Trofeo Torriani per aver vinto la tappa che comprendeva Cima Coppi, dove è transitato per primo l’amico e coequipier Michele Scarponi, la cui abnegazione è commovente - l’ammiraglia lo ha fermato perché aspettasse Nibali e lo aiutasse nel finale. Così è stato. L’ha raccontato lui stesso. Il suo sguardo, un mare d’amarezza. Ma è un professionista. Lo pagano - bene - per questo. Ieri, ha vinto anche l’Astana, in gran spolvero. Ieri, Kruijswijk ha perso perché era solo.

In fin di giornata ho chiesto a Vincenzo se quella di Risoul fosse la sua vittoria di tappa più bella, perché tanto sofferta e perché arrivata dopo un Giro di sconfitte: “No”, mi ha risposto, “per me la più bella è stata la vittoria del Lombardia”. Ha mentito. Per dispetto, di sicuro. E perché forse spera di vincere oggi: allora sì, che sarebbe questa la vittoria più bella.

Morale della favola. Con un finale così thriller, il Giro è ritornato Giro di una volta. Dove si può ancora fantasticare. E ravvivare un tifo un po’ moscio. Ieri c’era pochissima gente. Agli ospiti francesi il Giro ha fatto un baffo. E i nostri tifosi sono accorsi meno di altre volte. Ho intravisto Claudio Chiappucci. Impugnava un microfono blu, non sono riuscito a capire per chi lavora, “ciao”, mi ha detto tra un “selfie” e l’altro - è sempre popolare il Chiappa - “ti sto rubando il mestiere...”.

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