E’ IL GIRO, BELLEZZA! Beffati i velocisti nella tappa che si è conclusa a Cassano d’Adda, patria di Gianni Motta che vinse il Giro del 1966. Intanto, Nibali riacquista sorriso e tranquillità

GIRO E RAGGIRO Cassano d’Adda

Il Giro è arrivato a Cassano d’Adda, dove nel 1943 è nato Gianni Motta. Ai tempi, tifavo per lui, lo preferivo all’algido e diligente Italo Zilioli e al montanaro Felice Gimondi, grintoso bergamasco che più bergamasco non si poteva: mi piaceva la sua leggerezza in bici, l’estro degli attacchi, l’eleganza della pedalata. Vinse cinquant’anni fa un Giro d’Italia molto bello: secondo fu Zilioli, terzo Jacques Anquetil, quarto Julio Jimenez, quinto Gimondi. In quell’edizione della corsa rosa, il ventitreenne Motta s’impose in due tappe cruciali: la diciassettesima da Riva del Garda a Levico Terme e poi la ventesima da Moena a Belluno. Figlio di agricoltori, Motta sognava di diventare musicista. Imparò a suonare la fisarmonica, poi si buttò nel rock, dannandosi alla batteria di un gruppo e girando per le balere della Bassa. Infine, soffiò con tutta la forza dei suoi polmoni nella cornetta della banda del paese. Capì che la musica è meglio restasse un sogno, mentre quando pedalava tutto gli riusciva al meglio.

Passò professionista a ventun anni, nel 1964 e subito vinse una tappa del Giro, la Coppa Bernocchi e il Trofeo Baracchi. L’anno dopo si aggiudicò la Tre Valli Varesine, al tempo una corsa molto importante.

L’altro giorno, mentre andavo (in auto) a Castelrotto, l’ho superato e se non fosse stato per l’insistenza del mio amico Eugenio Capodacqua, in macchina con me, l’avrei lasciato indietro al suo destino. Invece ci siamo fermati e lui, continuando a pedalare tranquillo, con la maglia della Mediolanum, ci ha affiancato e si è fermato a scambiare quattro chiacchiere: “Sai, mi diverto ancora, andare in bicicletta è più di una passione, è un’amore”, ha premesso. E’ rimasto il Motta di allora, con mezzo secolo di più sul groppone e i capelli bianchi come la neve di maggio sullo Sciliar, che ha fatto da corona alla cronoscalata dell’Alpe di Siusi. Ha una deliziosa figlia. Ogni anno, li rivedo al Giro: Gianni avrebbe potuto sfondare il mondo del ciclismo, se solo fosse stato più saggio e meno irruente. Il 2 giugno del 1966 si piazzò secondo dietro al grande scalatore Jimenez nell’Arona-Brescia. Lo spagnolo era stato in rosa undici giorni, l’aveva spodestato Vittorio Adorni nella casalinga tappa a cronometro di Parma, non c’è sensazione più stordente, per un ciclista, che quella di trionfare davanti alla gente, agli amici, ai familiari, a coloro cioè che ti hanno visto crescere e cominciare a correre. Ma ecco che il “biondino” di Cassano d’Adda gli rovina la grande gioia. Sfila la maglia ad Adorni: per appena sette secondi. Vittorio accusa il colpo. Si demoralizza. Cede di schianto nella tappa di montagna da Riva del Garda a Levico, vinta col cipiglio del dominatore dal giovanotto lombardo. Non è che i rivali stiano a guardare: Gimondi, per esempio, è primo nella difficile Moena-Belluno, dove però Motta regge benissimo, limitandosi a controllare gli avversari. A Trieste, dove si conclude il Giro, arriva con ben 3’57” di vantaggio su Zilioli, “l’eterno secondo”. Il pubblico vede in Motta il nuovo Coppi. La Gazzetta dello Sport lo esalta: “Trieste ha decretato il trionfo sportivo ad un campione quasi adolescente che ha imposto ad Anquetil in 19 giorni di lotta il trapasso dei poteri. A Motta il Giro più grande e difficile”.

Ma sulla strada della gloria Motta incoccia in rivali che sono in straordinaria ascesa: Eddy Merckx e lo stesso Gimondi. Illuse, e spesso deluse. Ma fu sempre uno che infiammava le corse. Ebbe così una carriera altalenante (fu terzo al Tour del 1965 vinto da Gimondi), purtroppo guastata da squalifiche. Nel Giro d'Italia del 1968, fu beccato per doping assieme ad altri 8 corridori, anche nel Giro d'Italia 1971 fu trovato positivo a un controllo, ma il regolamento prevedeva dieci minuti di squalifica; Motta concluse quel Giro ventesimo, mentre nel Giro dell’anno dopo fu squalificato per essersi fatto trainare da un'ammiraglia. Aveva un carattere indomito, assai poco disciplinato. E patì un fastidioso malanno ad una gamba che lo costrinse a farsi operare nel 1970: ma ormai, la sua avventura ciclistica era al lumicino. Aveva talento e uno stile inconfondibile. In parte, dissipò il talento e sprecò tantissime occasioni. Finito di fare il corridore, si mise a costruire bici, molto apprezzate. Fu un artista dei pedali: a spingerli, a realizzarli.

Ricordo Motta perché oggi il Giro è arrivato a Cassano d’Adda, dopo 196 chilometri senza troppi ostacoli e metà del percorso pensati per i velocisti. Ma questo è un Giro che dice no: a Nibali. Agli italiani, in genere - salvo Ulissi, vincitore di due tappe, Brambilla (due giorni in rosa) e il giovane Ciccone. Soprattutto dice no agli italiani velocisti, incapaci di approfittare delle assenze di Marcel Kittel e André Greipel, i due tedeschi padroni dello sprint. Si sono fatti beffare da un altro tedesco, l’ex pistard Roger Kluge della IAM Cycling che ha anticipato il volatone maldestramente eseguito da corridori stanchi (in questo Giro si è corso sempre ventre a terra). Ha pianto, il tedescone, per quest’inatteso successo, frutto di incertezze degli sprinter superstiti: “Sono professionista da sei anni e questa è la grande vittoria che ho sempre cercato. È un sogno. Non era assolutamente programmata. Stavo lavorando per Heinrich Haussler, il nostro velocista, ho chiuso il buco per lui ma ho visto solo davanti a tutti Pozzatto. Ho capito che potevo agguantarlo. La linea d'arrivo era molto vicina. È una sensazione strana. Ieri eravamo molto dispiaciuti per aver scoperto che la squadra avrebbe chiuso a fine anno ma abbiamo deciso di fare gruppo ed è meraviglioso ottenere una vittoria per cancellare il dispiacere”. Tempi duri per il ciclismo professionista. Pure la maglia rosa Steven Kruijswijk è senza contratto. Una ragione in più per conservarla e sfruttarne il prestigio per cercare ingaggio in un’altra squadra: “È stata una giornata lunga ma piacevole”, ha dichiarato, sfoggiando uno sguardo da pierino la peste, da ragazzo che ha scombussolato i piani dei grandi campioni, “mi sono goduto la maglia rosa in gruppo quanto potevo perché sapevo che sarebbe stata l'ultima giornata semplice prima delle tappe più dure, a cominciare da quella che arriva a Pinerolo. Sarà un finale di tappa difficile e spettacolare con una discesa complicata ma sono pronto”.

Ed è apparentemente pronto - udite udite - l’acciaccato Vincenzo Nibali. Il quale è apparso rinfrancato, e sorridente. Disponibile a farsi selfiare e a firmare autografi. E a dire che non ha molto apprezzato le critiche degli ultimi giorni, “se uno arriva male e accusa un brutto ritardo, è chiaro che non ha molta voglia di parlare coi giornalisti e di soffermarsi coi tifosi”. E poi, non è ancora detta l’ultima parola. Il Giro sale a quota duemila e oltre: bisogna vedere come la sopportano Alejandro Valverde e l’olandese volante Kruijswijk. Nibali, comunque vada questo Giro, vuole lasciare il segno: vincere una tappa. E far rialzare le quotazioni, pericolosamente in discesa dopo le deludenti prestazioni di Corvara, dell’Alpe di Siusi e di Andalo. Ho avuto l’impressione che Nibali stia decisamente meglio. A Cassano d’Adda il pubblico lo ha acclamato. Ha cuore: vuole dimostrare che Nibali è ancora Nibali. Lo speriamo per lui. Per noi. Il ciclismo è calvario, ma è anche resurrezione. Come raccontano le grandi imprese e le ancor più colossali sconfitte di tutti i grandi campioni e campionissimi.