Un bel giro di vita Anche la storia d'Italia corre con Gino Bartali

Gino Bartali

Il prossimo venerdì 18 luglio Gino Bartalli avrebbe avuto cent’anni. Nello stesso giorno del suo centenario, va in scena la tredicesima tappa del Tour de France 2014. A Gino, nel giorno del suo compleanno, capitò di vincere due volte, al Tour. Lo fece il 18 luglio del 1938, da Montpellier a Marsiglia. Si ripeté il 18 luglio del 1948, da Aix-les Bains a Losanna. Vinse entrambe le edizioni, mai più nessuno sarebbe riuscito a vincere due Topur a dieci anni di distanza. La guerra gli aveva rubato gli anni più forti, se non ci fosse stata quante altri Tour avrebbe conquistato?

Nel giorno del centenario bartaliano, dunque, il Tour si avventura per duecento chilometri molto insidiosi perché nell’ultima ora di corsa si affronta dapprima il Col de Palaquit e poi c’è una salita interminabile di oltre diciotto chilometri che porta a Chamrousse, quota 1400. Era di queste parti lo sventurato Thierry Claveyrolat, buon corridore che a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta vinse un paio di tappe del Tour e fu maglia bianca a pois rossi, vincitore cioè della classifica che premia il miglior scalatore della Grande Boucle, come i francesi amano chiamare il Tour.

Gino Bartali vinse due volte quella classifica (sette quella analoga del Giro d’Italia). I tifosi della Savoia avevano soprannominato Thierry l’Aquila di Vizille, il paese dove lui aveva aperto un bistrot. Una notte di settembre del 1999 Claveyrolat si sparò. Aveva quarant’anni, lasciava due figli. Joris, uno dei due, un giorno del 2007 confidò che suo papà si era suicidato per “motivi personali”. Chissà. Forse i demoni di un ricordo maledetto. Ai Mondiali del 1989 stava per vincere il titolo. Era scappato via col russo Konyshev. Lo fregò il compagno Laurent Fignon, che scatenò un furioso inseguimento e pose fine alla sua splendida “echappade”.

L’episodio commosse l’anziano Gino Bartali, come tutto il mondo del ciclismo. La fuga dalla vita di Claveyrolat. Il dolore. La sofferenza: condimenti quotidiani del ciclista. Di dolore e sofferenza, Bartali sapeva molto. Perse il fratello Giulio, morto in seguito ad una caduta in gara. Come il fratello di Coppi, Serse. Ogni corsa Gino la viveva come una battaglia. Le sue gesta erano talvolta omeriche. Soprattutto al Tour de France, in anni difficili per gli italiani in gara. Riuscì, con Fausto Coppi, a riportare in Italia non solo trionfi, ma dignità. E fierezza. Glielo riconoscono pure gli spocchiosi francesi, che ricordano come al Tour del 1950, sul Col d’Aspin, tifosi “antimaccheronì” lo aggredirono, e lui si ritirò, e obbligò la squadra italiana a seguirlo, sebbene Fiorenzo Magni indossasse la maglia gialla. Le strade delle due ruote sono piene di gioie e di strazio.

Bartali non era nato a Ponte a Ema, piccolo borgo alle porte di Firenze, nel 1914, pochi giorni prima che scoppiasse la Grande Guerra? E non visse la dittatura fascista, la Seconda Guerra Mondiale? Ci ha lasciato il 5 maggio del 2000, sembra ieri. Aveva cominciato a vincere nel 1931, l’anno dei telefoni bianchi e delle illusioni di regime. Aveva diciassette anni. L’ultimo successo, ventidue anni dopo, nel 1953, il Giro della Toscana, in un’Italia divisa dalla guerra fredda, di qui i “rossi” (ciclisticamente, i coppiani). Di lì i cattolici, che tifavano Bartali, molto devoto alla Madonna. In mezzo, la storia del ciclismo. La sua epica. La sua leggenda. I memorabili duelli con Fausto Coppi. I trionfi epocali al Tour de France.

La Saint-Etienne-Chamrousse, se fosse stata corsa ai suoi tempi, sarebbe stata sua preda. I francesi che rievocheranno la memoria di Bartali, l’avevano soprannominato “le lion de Toscane”. Ma anche più maliziosamente “Gino le Pieux”, Gino il Pio, perchè Bartali era un fervente cattolico. Era diventato militante di Azione Cattolica in pieno regime mussoliniano, ma non fu mai fascista. Anzi, evitò sempre di farsi coinvolgere nelle manifestazioni politiche, e lo dimostrò il giorno in cui, al Parco dei Principi parigino, durante la cerimonia delle premiazioni del Tour, non ringraziò il Duce, per compiacere i gerarchi accorsi a festeggiarlo, ma i tifosi francesi ed italiani. Quando tornò a Firenze, alla stazione non c’era un cane ad accoglierlo. Ignoratelo, fu l’ordine impartito dai velinisti di regime ai giornali, scrivete solo delle sue prestazioni sportive, evitate “considerazioni inutili sulla sua vita privata”.

Qualche anno fa, nel 2011, ci fu un momento in cui si stava per raggiungere uno storico accordo: le “Grand Départ” del Tour 2014 da Firenze,. Il primo dall’Italia, giusto nel centenario di Bartali. Le trattative si arenarono per ragioni finanziarie: i francesi volevano 5 milioni di Euro più le spese di ospitalità: le 2mila persone della carovana organizzativa. La proposta italiana prevedeva una prima tappa da Firenze a Pisa, con arrivo sotto la Torre pendente. Poi seconda tappa con traguardo dalle parti di Castellania, dove era nato Fausto Coppi. Infine le Alpi esaltate da Giro e Tour. La cultura e le passioni del ciclismo. I concorrenti di Firenze erano gli inglesi dello Yorkshire. Vinsero le loro sterline. Non le due ruote.

Ne valeva la pena? Certo che sì. Quest’anno il Giro è arrivato a Trieste. La Regione ha sborsato 700mila Euro per le ultime due tappe. L’investimento ha generato, soltanto a Trieste, un giro d’affari di oltre tre milioni. Pure Firenze ci avrebbe guadagnato, a detta degli esperti di marketing. Sindaco era allora Matteo Renzi. Ad incontrare i francesi, il vice Dario Nardella, oggi primo cittadino. Prima o poi salterà la verità su questo infortunio. Immaginate l’impatto mediatico e promozionale: 190 Paesi collegati in diretta Mondovisione, 3,5 miliardi e mezzo di telespettatori, decine di migliaia di tifosi stranieri. Gli sponsor avrebbero coperto le spese. Ma forse, è il ciclismo che genera diffidenza? Pigliamo il caso del Museo del Ciclismo “Gino Bartali” che si trova a due passi dalla casa di Bartali: la facciata è in pietose condizioni. Finanziamenti? Magari. Chiedete ad Andrea Bresci, il direttore...per rintracciare il museo, bisogna essere molto tenaci. I cartelli sono rari come il francobollo da dieci cent della British Guyana messo all’asta lo scorso 17 giugno da Sotheby’s. Il materiale esposto è molto bello, il museo sopravvive grazie a donazioni e a molto volontariato.

Vogliamo continuare a farci del male? Quest’anno il Giro d’Italia ha snobbato la ricorrenza storica di Bartali. Non una tappa a Firenze, e neanche in Toscana. Solo un ricordo distratto, nella frazione da Modena a Salsomaggiore, dopo il giorno di riposo. La scusa? A Salsomaggiore Terme Bartali aveva vinto il 6 giugno del 1936, penultima frazione di un Giro autarchico, senza stranieri (l’Italia era stata messa al bando dalla Società delle Nazioni per l’aggressione all’Etiopia). A Foligno, il 16 maggio, ci ha pensato l’associazione culturale “Sovversioni non sospette” per parlare di Bartali, commentando il bel libro dei fratelli Alli e Andres McConnon, “la strada del coraggio”. Qua e là per l’Italia che non dimentica, ci si impegna nel ricordo di un campione della bicicletta e della vita. Di un Bartali non soltanto fiero rivale di Coppi. Di un Bartali che la sera dell’attentato a Palmiro Togliatti, il 14 luglio 1948, riceve la telefonata di Alcide Gasperi. “Cerca di vincere, aiuterà a calmare la situazione, siamo sull’orlo della guerra civile...”.Puntuale, Gino vince il giorno dopo, e ancora il 16 luglio, conquistando la maglia gialla. Si ripete di nuovo nel giorno del suo compleanno, a Losanna. Togliatti si rinfranca. De Gasperi riceve Bartali: cosa vuoi, come ricompensa? “Non pagare più le tasse”, recita la leggenda. A suo modo, il grande campione entra nella fresca mitologia popolare della Repubblica, sorretta a colpi di pedali.

Gino aveva vinto il Giro della Ricostruzione, corso tra le macerie materiali e morali del 1946. Pochissimi sapevano che aveva vinto pure sfide molto più pericolose. Con i nazisti e i repubblichini. La Resistenza pedalata da Gino Bartali era ststa sempre sul filo del rasoio: “staffetta” della rete messa in piedi dal rabbino di Firenze Nathan Cassuto e dall’arcivescovo della città, il cardinale Elia Angelo Dalla Costa. Sotto al sellino e nel telaio della sua bici, Bartali celava fotografie e documenti contraffatti. Furono ottocento le persone salvate in questo modo: moltissimi gli ebrei, ma anche antifascisti, soldati Alleati, partigiani. Lui non se ne fece mai vanto. Tenne per sé il segreto: “Certe cose si fanno, non si dicono”, rispose al figlio Andrea che gli aveva chiesto perché era stato zitto in tutti questi anni. Eroe silenzioso, per Yad Vashem, il sacrario della Memoria di Gerusalemme, che lo ha eletto un anno fa “Giusto tra i Giusti delle Nazioni”. Il centenario di Bartali è una tappa fondamentale della piccola grande Storia d’Italia.

Fonte: Il Venerdì