Quando a Bartali urlarono: “Sei un assassino, vai via” Con Fausto Coppi è stato protagonista di una delle più celebri rivalità sportive: i loro duelli ciclistici sono storia Con i gregari sempre pronti a lamentarsi duramente per la sua foga eccessiva

Gino Bartali

L’ultima volta che lo vidi guidare la sua ormai mitica (e resistente) Golf bianca, con la scritta Cicli Simm sulle fiancate, fu al Giro d’Italia del 1996, quello vinto da Pavel Sergeevic Tonkov, un russo che pareva addentare l’asfalto con le sue pedalate sghembe quando la strada s’impiccava al cielo: due anni dopo Pavel avrebbe conteso ferocemente a Marco Pantani il meraviglioso Giro del 1998. Erano i primi giorni di un giugno ancora freddo in montagna ma afoso in pianura: sbalzi di temperatura da stroncare chiunque. Non lui, però. Al volante di quella Golf bianca c’era infatti l’immarcescibile toscanaccio Gino Bartali, mitico avversario di Fausto Coppi, quando il ciclismo era più popolare del calcio e l’Italia si spaccò in due. Quella “bartaliana”. E quella “coppiana”. Insieme avevano restituito, con le loro imprese, dignità e rispetto al Paese, e questo gli italiani non lo dimenticarono mai.

Bartali pareva uomo senza tempo: “Quanti anni ho? Tanti, perché ne ho memoria. Ma senti qui”, mi disse una volta, puntando un dito sulla coscia, “sono ancora muscoli gagliardi!”. Sapeva di essere l’emblema vivente del ciclismo italiano: “Emblema di un’epoca del ciclismo”, mi corresse durante un’intervista, “oggi i corridori guadagnano bene e non sono più figli della povertà, ai miei tempi, soprattutto prima della guerra, si correva per andare in fuga dalla povertà...”. Era consapevole dell’affetto (non solo sportivo) che lo circondava: “Pensa che persino Gianni Brera, grande coppiano, un giorno mi scrisse una lettera per dirmi che in fondo mi apprezzava. Confessava che mi aveva detestato. Pensava che fossi un Bertoldo devoto, perché ero cattolico praticante. E allora? I francesi mi hanno chiamato le Pieux, il Pio. Ma anche Leone di Toscana...”. Brera non aveva digerito che smesso di correre, Bartali avesse organizzato una squadra (la San Pellegrino) e avesse ingaggiato l’arcinemico Coppi: “Perché no? E’ sempre stato un mio allievo. Dopo vent’anni, torna alle mie dipendenze. Lui dirigerà i ragazzi stando sulle due ruote. io su quattro. E se non mi obbedirà lo farò squalificare”, disse con gran faccia tosta Gino, alla conferenza stampa di presentazione del team.

Coppi. Gli chiesi un giorno quale fosse la sua versione della borraccia scambiata con il Campionissimo. Mi rispose ricordando un altro episodio, quello della foratura di Coppi nel Giro del 1952, vinto poi dal Campionissimo che fece doppietta al Tour (gli era riuscita anche nel 1949): “Volevo dargli la mia ruota, ma lui rifiutò. Non voglio la tua ruota. Per questo, c’è Carrea”. Il suo angelo custode, il più fedele dei gregari di Fausto. Però, ai tempi, Bartali aveva astutamente vantato il generoso gesto. Non c’era l’implacabile onnipresente tv di oggi a smentirlo. La sua parola contro la parola dell’altro. Che non chiamava mai per nome. Diceva: “Quello lì”. Bartali era un fuoriclasse anche nella difficile arte della polemica, sale del ciclismo. Un gran bastian contrario. Il re dei brontoloni. Sceso di sella, si rivelò un maestro dell’invettiva.

L’età lo aveva comunque addolcito. Continuava ostinatamente a mostrarsi uomo semplice, a parlare come parlava la gente del popolo, e ad arrabbiarsi come sa fare la gente della strada. E anche in auto, non rinunciava ai battibecchi, se gliene davano l’occasione. Un giorno, arrivato in cima al colle Montpeyre, un tifoso gli gridò “Forza Bartali!”. A lui, di carattere fumantino, parve più che un incitamento, uno sfottò. Tirò giù il finestrino e rispose secco: “O bischero! Hai visto? Sono capace ancora di passare per primo il Gran Premio della Montagna!”.

Non si arrendeva, il buon Gino, all’usura del tempo: il 18 luglio di quel 1996 avrebbe compiuto 82 anni. Mezzo secolo prima aveva conquistato il suo terzo ed ultimo Giro, quello coraggioso della “ricostruzione”, l’edizione più simbolica della corsa rosa, anche la più angosciante e triste, perché disputata tra le rovine di un Paese devastato dalla guerra, lacerato da odi ancora non sopiti, mortificato dalla sconfitta. Fu il primo Giro in cui Coppi e Bartali corsero uno contro l’altro (nel 1940, vinto da Fausto, erano nella stessa squadra, la Legnano di cui Gino era capitano). Sulle salite, Gino voleva vendicare l’acre sconfitta di sei anni prima: “Scattavo sempre, per mettere in crisi gli altri. Certi mi gridavano dietro: assassino! Assassino va via, che ci fai morire...”.

Una volta, a Brunico, nel Giro del 1997 (vinto da Ivan Gotti), fu circondato da una piccola folla: “Quando correva lei, era un altro ciclismo! Mica questo qui che non sai cos’è. Un ciclismo più vero, più duro, più sano”. A Gino saltò subito la mosca al naso: “O che bischerate dite! Ogni epoca ha il suo ciclismo. Allora il nostro era un ciclismo disumano. C’erano tappe di 400 chilometri. Strade sgangherate. Le bici pesavano come cancelli. Una volta, credo fosse durante il Giro del 1936, ero andato in fuga con altri sette. Spingevamo come dannati. Così forte che alla fine abbiamo sbattuto fuori tempo massimo tutti gli altri. Ve l’immaginate adesso?”.

La gente scuoteva lo stesso la testa, “com’erano belle le corse di una volta, mica correvano i drogati di adesso...”. Lui, ancor più burbero, replicò: “O smettiamola con questi discorsi che era meglio una volta. Ai miei tempi c’erano quelli che pigliavano le pillole, per avere maggior chiarezza”. Chiarezza? “Sì. Per vedere meglio la corsa. Per avere più stimoli. Più voglia di lottare. Più grinta. Erano poveracci. Per loro, un piazzamento importante voleva dire un campetto da acquistare, un mobile, un vestito. Li chiamavamo i bombardieri”. Cioè? “Quelli che pigliavano la bomba, e tarellavano come frizzi...”. Un tipo gli chiese: “Che ne pensi di Gotti? Ha vinto appena una tappa”. Lui, svelto, replicò: “Non faceva lo stesso Coppi? Se te ne basta una, perché vincerne di più?”.

Non rinunciò mai al suo celebre brand dialettico: “Gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare”. Divenne il tormentone di una generazione e poi una sorta di marchio di fabbrica, sfruttato in tv, immortalato da imitatori e comici. Non a caso era stato la “linguaccia” del gruppo: con la voce forte e roca, comandava a bacchetta i gregari e teneva a distanza gli avversari.

Passava dunque Gino, nella sua Golf bianca, la gente lo riconosceva, i padri e i nonni lo indicavano ai figli e ai nipoti, “guardate! E’ Bartali! Ha salvato l’Italia dalla guerra civile vincendo il Tour de France del 1948!”. Come, salvò l’Italia? Un corridore? “Sì, avevano sparato a Togliatti, i comunisti erano scesi in piazza, minacciavano fuoco e fiamme, allora il democristiano De Gasperi, che era il presidente del consiglio, gli telefonò in Francia e gli raccomandò di vincere la tappa del giorno dopo, così gli animi si sarebbero chetati...”. Sì, mi confermò Bartali, “conoscevo De Gasperi. Mi disse: vinci perché qui c’è una grande confusione. Volevo ritirarmi. Mi ha motivato. Ma non ho vinto la tappa e poi il Tour per un calcolo politico. A me la politica non mi importava. Io badavo ai fatti”. Come quando, negli anni bui di Salò, salvò 800 ebrei, rischiando la pelle perché portava documenti falsi nascosti nel tubolare della sua bici. Non se ne vantò mai: “Certe cose non si dicono. Si fanno e basta”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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