LA GENTE DELLA BASSA PER L’ ULTIMO APPLAUSO

Gianni Brera SAN ZENONE

SAN ZENONE PO - Il paese dove sei nato è un po' , una parte di te stesso. Diceva così, agli amici, Gioannbrerafucarlo, e questo paese d' argine che si chiama San Zenone dove il Po quando s' arrabbia entra dentro le case e si porta via tutto quello che trova, si vede lontano una pertica che è un paese di resistenza, di sacrifici, di lavoro duro per i suoi seicentodieci superstiti. La terra a sinistra. L' acqua a destra. In mezzo, il paese, i pioppi, le marcite, le valli ingoiate dalle piene. Riso. Caccia. Pesca. Rane. Quando è festa, si va tutti da Rico, il ristorante. Che ieri era chiuso. Adriana, la moglie di Rico, spiegava: "Per gli amici, avremmo tenuto aperto. Ma per i curiosi no". La nebbia leggera ingombra l' orizzonte. D' inverno, il gelo umido rovina le ossa. E allora, giù litri di croatina con la quale fai rossa e frizzante Bonarda, le colline dell' Oltrepò, i ponti, le mortizze. Lì sono nato. Lì voglio restare, da morto. E lì, in un cimitero piccolo piccolo che per andarci dalla parrocchia bisogna traversare tutto San Zenone, il ponte sull' Olona ("madre Olona, padre Po" diceva Brera, dicono così i vecchi del paese) riposa dalle sedici di lunedì 21 dicembre il nostro amico, collega e maestro. Una lapide di marmo nero da sistemare, quella terra che lui augurava fosse "lieve", la tomba di famiglia, semplice, tre croci, i nomi dei nonni, dei genitori, degli zii. Ma non il suo, non ancora. C' erano tutti, i paesani, che sono stati per Brera la grande famiglia, la memoria, la cultura. C' erano tutti i contadini e i pescatori dei paesi vicini. Rina Gramegna, la vedova, è di Spessa, il paese vicino, dove già vedi un cimitero che è il doppio di quello di San Zenone. Avrebbero festeggiato cinquant' anni di matrimonio l' anno prossimo, sarebbe stata festa grande anche qui e adesso i seicentodieci di San Zenone si sentono come se avessero perduto il braccio destro. C' era Gualtiero Marchesi, ieri pomeriggio, volto distrutto dal dolore, l' altro figlio illustre di questo invisibile punto della carta geografica tra Pavia e Cremona, il re del fornello sta per lasciare Milano, il re della penna ha già lasciato questa terra. Terra, ma quale terra? Diceva, Brera, di sentirsi soltanto un "principe della zolla", la zolla quasi fango di una Bassa impregnata d' acqua, che era e resta la vita dell' argine. E però, ieri pomeriggio, la gente di questo paese si guardava attorno e mormorava con rabbia appena appena repressa, "ci son tutti ma non ci sono loro, quelli che gli erano debitori". E' vero: guardiamo bene. Dentro la camera ardente "loro" non ci sono. Guardiamo dentro la parrocchia di san Bartolomeo, restaurata nel ' 75, e anche lì non li troviamo. E nemmeno fuori, sul piccolo sagrato, nella piazzetta Ferdinando Ridolfi. Loro, appunto: Gianni Rivera, assente. Sandro Mazzola, assente. Giancinto Facchetti, assente. Gigi Riva, battezzato Rombo di Tuono e Rombo di Tuono rimasto per sempre, assente. C' era soltanto l' Ambrogio Pelagalli che quando giocava al Milan i tifosi chiamavano Pelè, con affetto più che con ironia. L' altra sera era a Maleo, a quella cena maledetta con Brera, e poi lui è un altro bassaiolo d' argine, viene da Pieve di Porto Morone, tre chilometri da San Zenone. Aveva gli occhi gonfi di pianto, ma c' era, lui sì che c' era. Come Fabio Capello. E come i grandi dirigenti del calcio, del Coni. Arrigo Gattai. Antonio Matarrese, che ha voluto essere presente, nonostante una riunione del consiglio federale. Ernesto Pellegrini. Gianmarco e Massimo Moratti. Fedele "Fidèl" Confalonieri. Il vecchio arbitro Campanati. Cina Bonizzoni, l' antico allenatore di Brera, quando Gianni giocava centromediano metodista ai Boys del Mediolanum, "aveva un piede solo, il sinistro, però calciava con efficacia". Il mitico Dordoni, medaglia d' oro della marcia. Eddy Ottoz. Politici discreti, come Piero Bassetti. Come l' ex ministro Rognoni, pavese e amico fraterno. Il conte Rognoni, altro "fratello bauscia" di convivio e stadio. I ragazzini del Milan, dell' Inter, del Genoa, coi gonfaloni delle squadre. Ma nessuna passarella. Un funerale di gente per bene. Quella gente degli argini dalla faccia che senbrava rubata ai film neorealisti. E l' altra gente, quella famosa. Veronelli. Alfredo Valli, mitico maitre del "Gran San Bernardo" di Milano. Antonio Santin, del Pescatore di Canneto. Gli amici dei ristoranti, delle riunioni conviviali, del giovedì al "Riccione" (Giuliano Melalli, il proprietario, ridotto uno straccio), delle interminabili partite a terziglio, il tressette giocato in cinque, delle bevute in onore o in memoria. Ottavio Missoni sconvolto e silenzioso, i Nonino della grappa come smarriti, Vittorio Vallarino Gancia, Carlo Boatti di Torricella Verzato, Mario Musoni, l' ultima "scoperta" di Brera, chef in quel di Pino di Montiscano, dall' altra parte del fiume. Giornata grigia, uggiosa. Come sempre da queste parti, d' inverno. Qui, nelle case più vecchie trovi ancora i ganci che pendono dal soffitto. Servivano, servono per attaccarci le seggiole, i mobili, quel che puoi salvare dall' acqua delle alluvioni. Qui la gente se vede una stanza con la luce accesa e dentro non c' è nessuno, strepita perché si "spreca". Lo ricorda Carlo, il figlio maggiore, talento di scrittore, traduttore, pittore per passione e vocazione. Da ragazzi ci si tuffava ancora nel Po, e ci si rotolava nel fango, ci diciamo, per cacciare l' emozione, per cercare qualcosa nel passato che non sia il solito ricordo di tanti funerali. Il Po è pieno di veleni, rischi di creparci avvelenato, come del resto fuori, spiegava ogni tanto papà Brera, il fiume è la metafora del mondo. Per questo è venuto a riposare su questa sponda. Non al lago di Pusiano, dove pure aveva una splendida villa. Non a Monterosso, nelle Cinqueterre, dove aveva comprato degli appartamentini. Tantomeno a Milano. Paolo, il secondo dei tre figli, lavora alla Fininvest, tenta di reggere allo strazio sbrigando quelle inevitabili formalità d' ogni cerimonia del genere: i saluti, i ringraziamenti, le persone che si presentano e ti dicono "ero un grande amico di suo padre". Un occhio a mamma Rina che non sta tanto bene ed è costretta a respirare coi tubicini per via di un fastidioso malessere che ha colpito anche zia "Etta", ed è lì seduta, in un angolo della camera ardente, circondata dalle amiche, protetta dai parenti, abbracciata dalle nipotine, dai nipoti, dalle nuore. Mantiene donna Rina sempre un sorriso dolce e struggente, la bara è coperta da rose rosse, le telecamere e i fotografi incombono, sta per cominciare la messa. Chi l' avrebbe mai detto che Gianni sarebbe passato anche da quella parte, commenta il fratello Franco, di otto anni più vecchio, ottantuno portati gagliardamente, gran pescatore e anima razionale del fratello letterato. Racconta che sopra il frontone della chiesa c' era una volta l' affresco di san Bartolomeo dipinto da tale Villa, uno che andava per la maggiore da queste parti, che poi sono le parti di Ligabue (più a valle), di don Camillio e Peppone, di borghi rustici e popolari e di vita povera incorniciata da calda umanità. Eh sì, il laico mangiapreti Gioannbrerafucarlo viene benedetto dal parroco il quale, tapino, confessa nell' omelia, "nemmeno lo conoscevo o mai gli avevo parlato assieme". Non importa, è perdonato, alla fine, diceva Brera si finisce come quella mussoliniana scritta sulla casa di fronte alla parrocchia, "L' Italia proletaria e fascista di Vittorio Veneto e della rivoluzione in piedi", si finisce cioè "sbiaditi". Dalla Storia. Dall' oblio.

Fonte: La Repubblica

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