Polonia. Riforma della Corte Suprema, la giustizia è un tiro di Duda Il presidente sorprende gli ex colleghi della destra populista e non firma la norma che voleva annullare l’indipendenza dei giudici

Europa dell’Est VARSAVIA

VARSAVIA. “Non serve una riforma così profonda”: questo il coraggioso epitaffio che ha giustificato il veto del presidente polacco Andrzej Duda, “ho deciso di rinviare al Parlamento la legge sulla Corte Suprema e quella sul Consiglio giudiziario nazionale", ha dichiarato alla tv, “questa legge non rafforzerebbe il senso di giustizia nella società. Il sistema giudiziario polacco non ha bisogno di una riorganizzazione profonda, deve prima di tutto garantire un senso di sicurezza. E nessun cambiamento del sistema legale dovrebbe aprire una frattura tra la società e lo Stato. Ho dovuto prendere questa decisione immediatamente dopo che le modifiche proposte hanno suscitato queste reazioni così sentite”, ha aggiunto, riferendosi alle manifestazioni di protesta esplose in tutto il Paese.

Un intervento in extremis: “Duda ha salvato il Paese dal baratro”, ha commentato Amnesty International. Lo stesso Lech Walesa non si aspettava una presa di posizione così plateale. Un gioco al massacro costituzionale cui Duda non si è prestato, deludendo gli ex colleghi di Diritto e Giustizia, il partito che governa la Polonia. Una formazione ultra conservatrice, populista ed euroscettica di cui Duda pareva essere ancora un fedele alleato. Cosa lo ha portato a dissociarsi dalle posizioni dell’enigmatico Jaroslaw Kaczynsi? L’ex premier, il vero ispiratore della riforma non ché il padre padrone di Diritto e Giustizia, ossessionato dall’“occidentalismo decadente” che l’Ue avrebbe imposto e dal quale vorrebbe far uscire la Polonia. Con la missione di riportarla tra le braccia della sua identità cattolica più tradizionalista.

Duda è pure lui un cattolico. Di Cracovia, la città di papa Wojtyla. Il presidente polacco ha 45 anni. I suoi genitori sono docenti universitari. Lui stesso è stato assistente presso il dipartimento di Diritto Amministrativo dell’Università Jagellonka. In politica esordisce con l’Unione della Libertà, fino allo scioglimento. Traghetta a Diritto e Giustizia nel 2005, e già l’anno successivo è sottosegretario al ministero della Giustizia. Dal 2007 al 2008 è membro del Tribunale di Stato polacco. E’ brillante, piace ai gemelli Kaczynski - i padroni politici della Polonia, Jaroslaw primo ministro, Lech presidente. Che lo vuole sottosegretario alla Cancelleria presidenziale. Lech scompare in un incidente aereo, nel 2010, in Russia. Jaroslaw accusa Mosca, poi evoca complotti misteriosi. Duda preferisce mollare l’incarico: si candida sindaco a Cracovia con Diritto e Giustizia, ma viene trombato. Nel 2010 gli riesce di diventare deputato, eletto a Cracovia. Entra nella cruciale Commissione per la Responsabilità Costituzionale, in realtà lo strumento per modificarla. L’influente rivista Politika ne loda l’impegno e le numerose attività ed elogia le sue capacità di mediatore: aperto al dialogo, non alle invettive. E’ il viatico per diventare Capo dello Stato nel 2015.

Sin dal suo insediamento, però, viene visto come un pupazzo nelle mani di Kaczynski. Da ieri, è il burattino ribelle. Che ha salvato la Polonia dalle sanzioni di Bruxelles previste dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona: l’obbligo, da parte dei membri, di rispettare i valori comuni dell’Unione, sottoscritti col patto. Tra i quali, la salvaguardia dello Stato di diritto. La Commissione europea, infatti, aveva ventilato la messa al bando della Polonia nel caso fosse stata approvata la riforma della giustizia. Pregiudicando i sostanziosi aiuti economici e finanziari di cui la Polonia ha beneficiato copiosamente dal 2004, l’anno d’ingresso nella Ue. Un rischio che Duda non ha voluto correre.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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