ITALIA-SVEZIA FUOCO AMICO SUL MONDO DEI NOSTRI SOGNI

Euro 2016 Milano

MILANO. Spotify l’ha inventato un giovane svedese, dicono matto come un cavallo, ma geniale. L’Ikea è un’icona domestica della nostra società: alzi la mano chi non ha mai messo piede in uno di quei giganteschi empori dell’arredamento a buon prezzo. O chi non ha mai ascoltato una canzone degli Abba, implacabili dominatori delle classifiche musicali pop tra gli anni Settanta ed Ottanta. Ogni volta che rivedo un vecchio film di Greta Garbo, mi smarrisco nel suo sguardo che sa di neve e di peccato, anzi, di una perdizione mistica che perdona ogni desiderio carnale. Poi arrivò Ingrid Bergman, che scandalizzò mezzo mondo (quello bigotto) pur di stare con Roberto Rossellini: anche lei era bella come un angelo, e misteriosa, ammantata di malinconica femminilità nordica. Come mai questi sussulti nostalgici made in Sweden?

La colpa è dell’Euro 2016. Oggi si gioca la crudele e speriamo calcisticamente sublime Italia-Svezia: il cuore impone di tifare gli azzurri, perché ripetano la bella prova esibita contro il Belgio. Ma la memoria organica - quella del nostro cervello - risveglia ricordi generazionali mai sopiti, resuscita mitologie popolari, riapre sconfinate praterie del nostro immaginario in cui la Svezia ha una parte speciale, è dentro il nostro dizionario sentimentale, è un luogo dei desideri, il posto delle fragole, viaggio nell’anima e nello spirito...rappresentava una sorta di paradiso della liberazione - sociale, morale, sessuale - dove la socialdemocrazia era saggiamente applicata, dove umanitarismo e convivenza erano da pigliare come modelli politici. C’era rispetto e invidia per personaggi dello spessore di un Dag Hammarskjöld, che fu segretario generale delle Nazioni Unite per due mandati e morì nel 1961 in Africa meridionale a causa di un incidente aereo durante una missione di pace. O il primo ministro Olof Palme, ucciso sotto casa giusto trent’anni fa: si era battuto contro la guerra nel Vietnam, contro i razzisti dell’apartheid in Sudafrica, voleva che Usa e Urss smantellassero i loro arsenali nucleari. Era un politico che dava fastidio, perché stava dalla parte dei più deboli, aveva carisma. Non aveva demonizzato Fidel Castro, ma aveva fieramente condannato il golpe in cui venne ammazzato Salvador Allende. Fu mediatore nella guerra Iran-Iraq, sognava un’economia all’insegna della cogestione in un mondo senza conflittualità. Sperava che le imprese agissero in sinergia coi sindacati. Insomma, un utopista. Piaceva ai giovani pacifisti, agli ambientalisti, a chi credeva nel rispetto dei diritti umani. Mica è giusto batterci contro la Svezia...contro i sorrisi delle notti d’estate. O i balli della Midsommar, la festa di mezza estate (20-24 giugno), quando la notte a quelle latitudini non arriva mai, quando le ragazze svedesi si cingono i capelli con coroncine di fiori e danzano senza sosta attorno a pali decorati, bevendo snap...

Anni fa, nel 1999, la Federazione svedese del calcio pubblicò “Cinquant’anni di calciatori svedesi in Italia”, per celebrare l’anniversario in cui un calciatore dal fisico statuario, originario delle zone più settentrionali della Svezia, “iniziava l’avventura più straordinaria della sua vita”. E non solo della sua, ma di un’intera generazione. Si chiamava Gunnar Nordhahl. Fu il primo svedese a fare del calcio la sua professione ed il primo ad intraprendere la sua carriera all’estero: “La nazione del suo destino era l’Italia”. Lo fu per altri 80 calciatori svedesi, i più celebri furono i tre del Milan: Gre-No-Li, (Gunnar Gren, Nordhahl e Niels Liedholm), i migliori in assoluto sosteneva mio padre. Quando compì settant'anni, Gren disse: "Il pallone è il giocattolo più divertente del mondo". Liedholm fu per tutti noi il grande "Barone". L'Italia era la loro America. La Svezia, invece, per tantissimi giovani italiani, soprattutto negli anni del boom, era una meta, ed anche un mito. Enfatizzato dal cinema, e dal calcio. E da un certo modo di concepire lo sport. Lars-Ake Lagrell, che fu presidente della federazione svedese, dichiarò: “Il calcio italiano è nei nostri cuori”. Ce lo vedete Carlo Tavecchio dire la stessa cosa del calcio svedese?

Certo, ci furono pure fenomeni di subcultura di massa, a confondere miti, giudizi e pregiudizi. Torme di giovanotti aitanti comprarono il mini dizionario tascabile “Italiano-Svedese” edito dalla Vallardi con copertina gommata (utile in spiaggia) per fiondarsi a Rimini e Riccione, dove si diceva arrivassero torme di ragazze svedesi biondissime disponibilissime, era il trionfo del “gallismo italico”, degli avventurieri estivi. Un grande Alberto Sordi interpretò un provinciale, maritato, che va a Stoccolma per affari. Già in treno si trova dirimpetto una biondona che scavalla le gambe. Lo fa per caso, oppure...Un'altra ragazza non rifiuta di seguirlo in albergo, ma quando Sordi scopre che ha solo sedici anni, si spaventa. Alla fine, dopo estenuanti tentazioni, torna a casa. In bianco. La Mecca delle infedeltà senza guai lo ha illuso, non deluso. Aveva scoperto una Svezia ben diversa da quella cerebrale e trasgressiva di Bergman. Si sentiva lui “il diavolo”. Che è il titolo del film. Era, in fondo, la realtà. Quella che abbiamo scoperto molto tempo dopo con Millenium, con gli uomini che odiano le donne, con l’esplosione del “giallo scandinavo” che miscela le convulsioni dei noir e delle indagini poliziesche con la critica impietosa della società del benessere boreale. Ma anche la Svezia di Henning Mankell, di Maj Siöwall e Per Wahlöö è già mito. Insomma, fare gol alla Svezia mi parrà fuoco amico.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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