Ernest Hemingway LA SPIA HEMINGWAY, MISSIONE CUBA. COSÌ L’FBI INGAGGIÒ (E POI SCARICÒ) UN MITO. NUOVI DOCUMENTI (E IL RECUPERO FORTUITO DELLE FRASI CENSURATE) RICOSTRUISCONO FINALMENTE UNA VICENDA NOTA, MA MAI CHIARITA. QUANDO, NEL 1942, LO SCRITTORE LAVORÒ PER GLI ALLEATI ALL’AVANA. E CON UN GIALLO IN PIÙ, A 50 ANNI DALLA MORTE: QUELLA STORIA FU ALL’ORIGINE DEL SUICIDIO?

Storie

Dal nostro agente all’Avana, dicevano quelli dell’Fbi quando si riferivano a Ernest Hemingway. Mica per prenderlo in giro. L’avevano infatti ingaggiato nel 1942 perché svolgesse una delicata attività d’intelligence a Cuba, dove lo scrittore più famoso d’America allora viveva con la terza moglie, Martha Gellhorn. Una storia risaputa. Ma non completamente. Certo, non immaginavano gli uomini del Bureau che, nel 1958, il britannico Graham Greene avrebbe pubblicato il romanzo Our Man in Havana (Il nostro agente all’Avana che, un anno dopo, sarebbe diventato un film, diretto da Carol Reed), raccontando le paradossali peripezie di un modesto rappresentante di aspirapolveri, scelto dal servizio segreto inglese per ficcare il naso negli affari dell’isola caraibica, alla vigilia dell’avvento di Fidel Castro. Solo una piccola sostanziale differenza ha diviso i due. Quella di Greene era una parodia. Quella di Hemingway, no. Tant’è che fare la spia sarà causa indiretta del suo suicidio. A furia di spiare, Hemingway cominciò infatti a sentirsi spiato, seguito, pedinato. E a sviluppare una paranoia, complici le malattie, la paura di non riuscire più a scrivere, di non godersi più la vita, tra donne, cibo e alcol.

È una verità nascosta. Tra i fogli del dossier Fbi su «Ernest Hemingway». L’ultimo aggiornamento del faldone custodito negli archivi federali è del 21 aprile scorso. Catalogato nella sezione popular culture, il file dello scrittore più famoso d’America è inserito tra quello dei Monkees, noto complesso pop rock degli anni Sessanta, e quello del simpatico attore Steve McQueen, morto nel 1980. Centoventicinque pagine, compresa l’intestazione: se si calcolano le righe cancellate dalla censura, si arriva a 14 pagine blacked out, cioè annerite e dunque illeggibili. Più del dieci per cento. Che cosa nascondono? E perché, a cinquant’anni dalla morte di Hemingway, è così ostinato il mistero celato in quelle righe oscurate?

E perché oggi, mezzo secolo dopo, ci si interroga sulle motivazioni che hanno portato Hemingway a spararsi in bocca con la doppietta Richardson calibro 12? Che cosa è cambiato, per indurre Aaron Edward Hotchner, il biografo e amico di Ernest, per 14 anni inseparabile compagno di caccia del premio Nobel 1954 per la letteratura, a riproporre i suoi interrogativi? Hotchner ha 91 anni e ancora non si è rassegnato alla verità ufficiale – il suicidio causato dalla depressione – frettolosamente archiviata dalle autorità che, in quattro e quattr’otto, hanno chiuso l’inchiesta, tumulando lo scrittore nel cimitero di Ketchum, minuscola cittadina mineraria dell’Idaho, a due passi dalla stazione sciistica di Sun Valley, frequentata dagli attori di Hollywood, come Gary Cooper, grande amico di Ernest. La tomba di Hemingway si trova nel camposanto vicino alla Highway 75, tra Knob Hill Park e Bigwood Golf Course. Il fucile che lo ha ucciso, invece, è stato distrutto e frantumato in tanti pezzi, poi sotterrati in luoghi segreti, per impedire che i fan se ne appropriassero.

Anche la breve parentesi spionistica di Hemingway a Cuba, sette mesi di fila, con qualche sprazzo di «ripresa» nel tempo, è stata seppellita e occultata per oltre 40 anni: sino a quando, in base al Freedom of Information Act, il governo ha tolto il segreto di Stato. Almeno formalmente. Non tutto, infatti, è stato declassificato. Non è chiaro, per esempio, da chi sia stato assoldato Hemingway. O meglio, è chiaro che lo zampino decisivo ce lo mise l’ambasciatore Usa all’Avana, Spruille Braden: «Perché non utilizziamo Hemingway, che ha tantissimi amici tra gli ex combattenti repubblicani della Guerra Civile spagnola?

Le sue amicizie ci potranno tornare utili: qui a Cuba operano spie naziste e fasciste, i sottomarini nemici sfruttano la neutralità cubana». Ernest possedeva la Pilar, una barca con cui andava a pescare assieme all’amico Gregorio Fuentes, futuro ispiratore del racconto Il vecchio e il mare. Nonostante le diffidenze nei suoi confronti – Hemingway era accusato d’avere amici comunisti – mister Braden si appella al patriottismo, allo spirito che accomuna tutti gli americani quando la loro patria è in pericolo. Sarà un’adesione «su base volontaria» si legge nelle carte dell’Fbi, ma la volontarietà è pagata in dollari e galloni di benzina, che all’epoca valeva più dell’oro, poiché tutto era razionato. Anni dopo, lo stesso ambasciatore, nelle sue memorie, Diplomats and Demagogues (1971), scriverà che «Hemingway aveva messo in piedi un’eccellente organizzazione e fece un lavoro di livello A-1». Un ottimo lavoro, dunque, secondo le valutazioni del mestiere.

Tuttavia, questo lusinghiero giudizio contrasta con il parere di altri funzionari dell’Fbi che considerano Hemingway quasi un ciarlatano, anzi, «un impostore». Uno che racconta balle, insomma. Nel memorandum per tale Mr. Ladd, alla pagina 10, in calce alla conclusione firmata da C.H. Carson, ci sono per esempio 15 righe in corsivo, ma soprattutto al vetriolo: «Non concordo con la conclusione raggiunta in questo memorandum. Il Bureau, con un’attenta e imparziale indagine ha contestato praticamente tutte le cosiddette informazioni di Hemingway. Non m’importa quali siano i suoi contatti e che cosa ci sia dietro. Non vedo nessuna ragione per cui dovremmo fare degli sforzi per evitare di denunciarlo come un impostore quale egli è. Non penso che dovremmo abbandonare la nostra linea nell’interesse del Bureau e per proteggerlo. È necessario incontrarlo (Hemingway, ndr) faccia a faccia. Né penso che dovremmo evitare di affrontare una simile questione. Non concordo per nulla con la dichiarazione contenuta nell’ultimo paragrafo della pagina 8 (di questo memorandum, ndr). Dal momento che la nostra indagine ha contestato le presunte informazioni di Hemingway, non vedo ragione per cui, se e quando ci verrà richiesto dai superiori, non dovremmo dare risposte sincere». Il funzionario Edward A. Tamm è lapidario, sia pure nel suo contorto burocratese. Non si fida dello scrittore: troppo amico dei russi, che a Cuba pure loro l’avrebbero coinvolto nelle trame sovietiche. Ernest doppiogiochista? Un’ipotesi perorata da Spies: The Rise and Fall of Kgb in America, una pubblicazione dell’Università di Yale cui ha collaborato Alexandr Vassiliev, ex ufficiale del Kgb. Hemingway sarebbe stato reclutato dai sovietici nel 1941, quindi un anno prima dell’Fbi. Aveva un nome in codice: Argo, il cane fedele di Ulisse. Nei documenti di Mosca, però, la fedeltà di Hemingway viene classificata «dilettantistica ». Guarda caso, più o meno come scrivono gli uomini dell’Fbi: «Amateur», termine sportivo che le spie affibbiano agli agenti inesperti e, talvolta, pasticcioni. Eppure, sia nel caso dei russi, che in quello degli americani, Ernest si era impegnato e aveva riferito con dovizia di particolari, e con la sua perizia di narratore, tutte le notizie di cui era entrato in possesso, curiosando nelle hall degli alberghi o ai tavoli dei caffè dell’Avana, dove lui era di casa. Come lo sappiamo?

Fonte: Il Venerdì