Merkel la “acchiappatutto” fa concorrenza anche ai Verdi

Bundestagswahl 2017 FRANCOFORTE

Il volto rassicurante di Mutti Merkel campeggia in un gigantesco cartellone elettorale, lungo uno dei vialoni che portano al Salone dell’Auto di Francoforte sul Meno, evento che ha luogo ogni due anni dal 1951 e che non è più soltanto il festival della potenza (in HP) e della velocità perché è diventato col passare degli anni una sorta di totem del made in Germany.

Avvicinandosi, però, si nota un dettaglio: qualcuno ha imbrattato il manifesto della Merkel con della vernice rossa, scrivendo sopra la bocca della Cancelliera tre semplici lettere :“AFD”, che semplici ed innocenti poi proprio non sono, giacché rappresentano la sigla della destra xenofoba Alternative für Deutschland, l’Alternativa per la Germania. A noi italiani, un gesto simile fa ridere. Ma qui, nell’ordinata e rispettosa Germania, è un indizio significativo. L’AFD rischia di diventare il terzo partito, dopo la CDU-CSU della Merkel e i socialdemocratici di Martin Schulz, per il quale è una “vergogna della nazione” e un “partito di estrema destra”: nel lessico politico tedesco, un termine che di solito si riserva ai neonazisti. Quindi, avere apposto la sigla del partito sulle labbra di Angela significa: taci, lascia parlare chi non cala le braghe dinanzi all’Islam e agli immigrati (“Burka nein: meglio il bikini”, uno degli illuminanti slogan della destra nazionalista tedesca). Non ti perdoniamo che sei venuta qui a Francoforte per insultare Die Deutches und ihre Mythen, i tedeschi e i loro miti (sottinteso: automobilistici: vedi la Mercedes che domina la Formula Uno...).

Alt. Occorre un piccolo flashback. Giovedì 14 settembre. Si inaugura il Salone dell’Auto. Fiore all’occhiello di una città che gli snob di Berlino considerano “provinciale”: è la capitale finanziaria della Germania, c’è la sede centrale della Deutsche Bank, con le sue due torri gemelle tuttovetro di 155 metri che tutti chiamano ironicamente Soll und Haben (dare e avere), avere e dare, ed è probabile che alcune delle attività finanziarie europee londinesi per colpa della Brexit emigrino a Francoforte. Insomma, la città è il palcoscenico dell’economia tedesca. Piccola, magari noiosa - mica frizzante come la mondana Berlino - cosmopolita per necessità bancarie, grigia come i completi dei 75mila addetti del comparto finanziario. E’ sede persino della Banca Centrale Europea guidata ancora per un anno da Mario Draghi, odiatissimo dagli gnomi del Reno. Per non parlare della rete informatica: la Deutsche Commercial Internet Exchange è capace di far passare 5,5 terabite al secondo, il che rende Francoforte primo nodo Internet del mondo. Tuttavia, le resta appiccicato addosso un gran complesso d’inferiorità persino nei confronti dell’elegante e possente Dusseldorf, della “intellettuale” Colonia, per non parlare di Amburgo, che sta ritrovando lo smalto di un tempo.

E’ vero, basta leggere i quotidiani locali. Francoforte non ha digerito la parole severe che la Merkel ha rifilato all’inaugurazione del Salone. Ha rovinato la grande festa dei costruttori tedeschi che per farsi perdonare il dieselgate avevano puntato tutto sull’energia pulita, sulla mobilità a zero emissioni (o quasi), sull’auto elettrica. La Merkel è stata impietosa: “Non solo avete danneggiato la nostra reputazione, avete anche ingannato e deluso i vostri clienti. Ora dovete riguadagnare fiducia e credibilità”. Ce la farete, ha aggiunto, perché la Germania sa sempre rialzarsi. Perché l’immagine e la reputazione della Germania sono a misura delle sue vetture, ed era un’immagine stabile, solida, seria.

Ma l’intervento - ad uso e consumo dei media - della Merkel aveva un’altro scopo, oltre a fare la ramanzina ai reprobi del diesel truccato. Dimostrare cioè che la Cancelliera pone le problematiche ambientalistiche (e climatiche) al centro dei suoi pensieri e delle sue preoccupazioni. Qualcuno, maliziosamente, osserva che le menzogne sulle manipolazioni dei dati relativi alle emissioni hanno monopolizzato - con l’immigrazione - la campagna elettorale per il rinnovo del Bundestag, il Parlamento. In realtà, gli strali della Merkel hanno provocato effetti collaterali insoliti, per le cose tedesche. Sul fronte politico, infatti, il ritorno dello scandalo dieselgate ha spaccato gli ambientalisti, e questo ha aggravato la situazione dei Verdi, che non navigano in buone acque. Winfried Kretschmann, il solo ecologista governatore di uno dei sedici Laender del Paese (Baden-Wurtemberg, bastione del gruppo Daimler che è proprietario della Mercedes-Benz) nonché buon amico della Merkel, si è messo a giustificare l’industria dell’automobile, spiazzando la sinistra dei Verdi e scompigliando le fila degli oltranzisti che invece vogliono dal governo il pugno di ferro contro i furbetti degli scappamenti.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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