L’ex fiore all’occhiello della Ddr nuovo cuore nero dei tedeschi

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LIPSIA. Non esiste luogo più emblematico di Lipsia, per decifrare la complessa personalità di Angela Merkel, che sul suo passato - i 35 anni vissuti nella defunta Germania Orientale prima della caduta del Muro - è abile a depistare tutti. Intanto, per buona pace degli xenofobi che voteranno domani l’AFD, il nome di Lipsia è di origine polacca, significa dove vanno a stare i figli. In secondo luogo, è stata la capitale culturale della defunta Germania Orientale, il fiore all’occhiello della scienza e della ricerca, la vetrina dei successi accademici che il regime di Pankow ostenta ai fratelli dell’Ovest. Ed è a Lipsia che la diciannovenne Angela Merkel arriva nel 1973 per iscriversi alla prestigiosa facoltà di Fisica. La precede una fama di studentessa estremamente intelligente, disciplinata e brillante. A sedici anni è stata premiata come migliore studentessa liceale di tutta la Ddr per la sua conoscenza del russo. Il professore di matematica era fiero di lei, la considerava la più preparata, dunque destinata a grandi cose. Sarà fondamentale per aiutarla a compiere i primi passi in politica. Infatti eccola approdare all’organizzazione giovanile comunista del Sozialistische Einheitspartei Deutschlands (SED), il Partito egemone di Unità Socialista tedesco-orientale, al potere dal 1949 sino alle elezioni politiche del 1990, le prime “libere” tenute all’Est, dopo la Caduta del Muro. Ed è in questa organizzazione che la giovane ambiziosa Merkel comincia il suo tirocinio di leader: perché ben presto occupa incarichi direttivi.

D’altra parte, “non si faceva carriera se non si aveva una buona opinione sul sistema scolastico del regime”, mi dice il professore Joachim Ackermann di Wittenberg che fu membro del Ministero dell’Educazione Popolare (soppresso nel 1990). Senza dimenticare che era la figlia di un pastore luterano, ancorché ben visto dal regime tanto che veniva chiamato il “prete rosso”: come ricorda il politologo Michael Braun, “il regime comunista solitamente guardava con diffidenza chi veniva da quel mondo”. Una mostra di questi mesi promossa dal Berliner Instituts fur vergleichende Stadt-Kirche-Forschung non a caso s’intitola Atheismus in der DDR...

Ebbene, la nostra Angela si laurea col massimo dei voti nel 1978. Si butta sulla ricerca scientifica, si perfeziona a Mosca, lavora all’Accademia delle Scienze di Berlino-Est fino al 1990. Dimostra comunque d’essere molto brava e preparata. E di apprezzare il sistema scolastico che l’ha premiata. Allora, mi spiega la storica Christa Panzig che dirige l’Haus der Geschchte di Wittenberg (l’unico museo nell’ex-Ddr sul modo di vivere della popolazione dalla prima guerra mondiale alla fine del regime comunista nella Ddr), “il 30 per cento degli studenti disagiati economicamente frequentava l’università. Lo Stato si accollava i costi dei libri, le tasse accademiche erano puramente formali, appena 10 marchi l’anno. Oggi, solo il 2 per cento degli studenti provenienti da famiglie di basso reddito riescono ad arrivare all’università. I libri scolastici sono molto cari, non parliamo delle tasse...”. Gli internati studenteschi erano gratis, lo Stato dava una sorta di salario agli universitari, il talento era protetto. Oggi conta solo il portafoglio. Per consolarla, dico che succede lo stesso in Italia.

Come mai la Merkel, che pure ha vissuto e si è saputa ben destreggiare nel labirinto comunista scolastico, non interviene per rendere meno classista la scuola attuale? Perché è un argomento che non porta voti in più. E qui s’innesca una problematica trascurata dai media: il conflitto generazionale nei Land della Germania Orientale. La trasformazione degli anni Novanta ha pofondamente marcato la generazione di coloro che si sono formati sotto la Repubblica Democratica e, successivamente, nella Germania riunificata. Questo disagio culturale è magistralmente raccontato da Sabine Rennefanz in un libro emblematico: Die Mutter meiner Mutter (Luchternhand Literaturverlag, 2015).

Sabine aveva 15 anni quando la Cortina di ferro si sbriciola. La notte della Grande Svolta. Vennero poi gli anni del caos: “La gente dell’Est si è sentita spossessata e svilita. La Ddr era lontano dall’essere un paese perfetto ma era il solo che io conoscevo”. In queste parole, c’è il risentimento nei confronti della democrazia che la Merkel ha impersonato: ma come, sei stata una dei nostri e ci hai lasciato in balìa del potere economico, della globalizzazione, di un’Europa che ci trascura. Ed in effetti, fuori dal centro di Lipsia, per esempio, c’è un’aria dimessa. Quartieri dormitorio, case dell’edilizia popolare comunista, fabbriche dismesse. Le regole del gioco occidentale fanno tabula rasa. “Molti tedeschi dell’Est non si sono rimessi dalla perdita dei loro punti di riferimento. Vivono su un territorio vuoto, in collera contro tutto ciò che non comprendono”. Lo zero esistenziale.

Questa rabbia si rivolta contro la Cancelliera, contro i rifugiati, i migranti, gli omosessuali, contro l’Unione Europea. L’identità multipla si frantuma. La memoria è strumentalizzata, come la nostalgia, alimento della destra più estrema, radicale e anti-berlinese. Lo leggi sui muri sbrecciati di Lipsia, scritte feroci, disperate. Una mi ha colpito: “Non siamo che stupidi Ossis”, gli stupidi cittadini di serie B venuti dall’Est.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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