Francia, Macron presidente!

FAIDA PER L’ELISEO PARIGI

PARIGI. Oh, se era affollato, alla fine, il palco della consacrazione, al Carrousel du Louvre, domenica sera! La Parigi che ha votato Emmanuel Macron con percentuale iperbulgara: 89,68 per cento! guardava come marziani gli uomini del presidente perché prima o poi bisogna prendere confidenza coi loro nomi, coi loro volti: tutti appassionatamente schierati attorno ad un ispirato Emmanuel in piena catarsi Ensemble France; a contendersi spicchi di vicinanza quindi di futuro potere; a cantare con vibrante trasporto la Marseilleise, alla faccia di Marine Le Pen che pensava di sfondare sul fronte del patriottismo.

Dunque, al centro del palco Macron ha voluto non senza studiato senso delle gerarchie, Brigitte Trogneux, la moglie, l’indispensabile “Bibi”, l’artefice della sua ascesa mediatica: come al solito elegantissima, affascinante, raffinata. E’ stata la sua solida...compagna elettorale, l’alter ego del Prescelto che ha assunto totalmente l’handicap anagrafico e la dipendenza affettiva. Mentre sorride e saluta con l’abituale savoir faire è già nel ruolo delicato e prestigioso di Prima Dama di Francia. Attorno, la famiglia allargata, e qui lo schema tradizionale (mamma, papà, figli) si è dissolto, ha perso la supremazia di un tempo, per ricomporsi in altre configurazioni, in nome di laicità, amore, affetto, rispetto. Con loro, si mischiano vecchi e nuovi amici, quelli dei tempi di Filosofia e dell’Ena, e quelli che l’affiancarono all’Eliseo e poi al ministero dell’Economia: ex devoti funzionari, tecnocrati trentenni, professori, avvocati, economisti. Ci sono anche i giovani lupetti di En Marche!, vecchie volpi della politica che hanno mollato i partiti in decomposizione.

Questa folla eteroclita è “la garde rapprocchée”. La guardia stretta. I pretoriani. E la loro rete di fiancheggiatori. Dietro, chissà: il mondo della finanza e delle imprese che vogliono l’Europa, e non Frexit. Che puntano sulla modernizzazione dell’apparato statale, sulle nuove tecnologie e l’automazione, e su un fisco meno brutale. Le grandi paure dell’elettorato di Jean-Luc Mélenchon, manco fosse il Manciurian Candidate. In questi intrecci, un ruolo centrale e segreto - almeno, all’inizio - l’ha avuto François Hollande. E adesso, Macron dovrà sdebitarsi, e non sarà semplice. Questi primi giorni saranno cruciali. E difficili, non solo sul fronte politico: il macronismo, infatti, è ancora tutto da decifrare. E il nuovo presidente dovrà faticare, e molto, per sgombrare i dubbi sulla sua irresistibile ascesa. E smentire, coi fatti, di essere l’ineffabile’“uomo delle banche”, il candidato creato a tavolino dai poteri forti, per affossare i partiti e compattare gli elettori in nome della lotta contro l’impresentabile Le Pen.

All’inizio degli anni Duemila, per esempio, conobbe l’uomo d’affari Henry Hermand (scomparso l’anno scorso) che divenne il suo mentore. Ex partigiano, pioniere della grande distribuzione in Francia, intellettuale di sinistra non marxista, lo mette in contatto con Michel Rocard che lo inquadra nel partito socialista. Tre anni in cui Emmanuel sviluppa una concezione social-democratica. E la passione per la politica. Tuttavia, la spinta decisiva arriva da Jacques Attali, il banchiere intellettuale che fu molto amico di Mitterand: il giovane enarca lavora nella commissione (2007) sulle riforme liberali per rilanciare l’economia francese. Conosce poi Alain Minc, altro potente di Francia, il quale raccomanda al “petit Macron” di lasciare lo Stato per la banca d’affari Rotschild, dove rivela talento e fiuto per i grandi affari così che Jean-Pierre Jouyet lo segnala nel 2010 ad Hollande. Il tirocinio è propedeutico: segretario-aggiunto all’Eliseo, ministro dell’Economia nel 2014 con Manuel Valls premier. E’ in questi anni che crea una sorta di gruppo di lavoro. Quando Macron si dimette da ministro, i suoi lo seguono: Ismael Emelien, 30 anni, diventa consigliere strategico e primo salariato di En Marche! Precedenti: membro dello staff elettorale di Dominique Strauss-Kahn (2006). Il socialista di sinistra Richard Ferrand, 44 anni, segretario generale di EM!, primo parlamentare a raggiungere Macron. Diverso l’iter di Gérard Collomb, 69 anni, senatore e sindaco socialista di Lione: il primo a sostenere la candidatura e raccogliere le 500 firme “qualificanti” necessarie: “Non aspiro a nulla”, dice, ma è stato il Virgilio di Macron, nell’inferno dantesco della politica francese, a capire che avrebbe potuto rivedere le stelle, quando, nel 2015, a Lione Macron teorizzò il suo “riformismo” nel “cuore del progressismo”.

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