Le Pen, operazione lifting: così parte la caccia ai poteri forti

FAIDA PER L’ELISEO PARIGI

PARIGI. Lunedì 13 febbraio: il giorno in cui è nato Simenon. Ma anche il giorno in cui Marine Le Pen viene invitata a varcare la soglia dei poteri forti, quelli che l’hanno sempre tenuta alla larga. E che lei invece prometteva di spazzar via.

“E’ fatta!”, annuncia trionfante il trentaseienne Florian Philippot, vicepresidente del Front National a Marine Le Pen, “andrai a parlare al Medef”. Il patronato. Il sindacato dell’industria e delle imprese. La scorciatoia per conquistare il voto dei moderati.

La presidentessa del Front National ricambia il sorriso, è raggiante: “Sono stati intelligenti”, risponde.

“Gli abbiamo detto che noi siamo amici di tutte le imprese, dal piccolo commerciante ai giganti dell’economia”, replica l’intraprendente braccio destro Florian, l’eminenza grigia del partito, il consigliere inseparabile di Marine.

Gollista d’ispirazione (ogni anno si reca alla tomba del generale, in quel di Collombey), ambizioso, fidatissimo. E’ suo lo slogan della campagna presidenziale: “Marine2017”. Semplice. Diretto. Personalizzato. Sui manifesti il volto di Marine affianca scritte come “Remettre la France en ordre”. E sotto, esempi di disastri sociali. “Pierre. Agriculteur en retraite. Vit avec 284 Euros par mois”. Pierre, agricoltore in pensione, vive con 284 Euro al mese, “Helas pour lui, Pierre n’est pas migrant”. Buon per lui, Pierre non è un migrante. E’ la “Francia dei dimenticati” quella che la Le Pen racconta coi suoi manifesti. Attenti, è il messaggio neppure tanto occulto, perché sono gli stessi che negli Stati Uniti hanno votato Trump.

Philippot non nasce populista. Almeno, non con i connotati che diamo in modo superficiale alla parola populista: origini piccolo borghesi, è riuscito a studiare e diplomarsi nel miglior liceo di Francia, l’esclusivo Louis-le-Grand di Parigi. Poi è diventato un’enarca, che in Francia è il passaporto per accedere ai piani alti del potere. Così, infatti, si chiamano gli esponenti dell’élite burocratica e manageriale francese che hanno superato gli esami della severissima Ena, l’École nationale d’administration che ha sede a Strasburgo e forma gli alti funzionari pubblici.

Philippot si è messo in testa di espropriare il voto di classe, profondamente cambiato: l’ancoraggio elettorale delle categorie socio-professionali va oltre i tradizionali steccati della destra e della sinistra. Durante un recente seminario del Front National che si è tenuto a Étiolles dal 5 al 7 febbraio, Marine ha difeso la sua linea “né destra né sinistra”, giacché “in politica è inquietante non conoscere il proprio avversario”. Lei si accredita come una figura di “rassemblement” che trascende il crinale destra-sinistra, a metà strada tra un forte liberalismo e un altrettanto forte statalismo che i più critici definiscono “sovranismo integrale”.

In mezzo a questo guado perbenista, la guida è Philippot. L’uomo di Laramie che sta ripulendo il partito dalle scorie razziste e fasciste, nonché dalle nostalgie dell’Algeria occupata, e dai fantasmi di un estremismo violento, becero, che l’hanno reso impresentabile. Semplice verniciatura? Una maschera? Il sospetto è lecito. Giornalisti pestati dalle guardie del corpo per avere rivolto domande indesiderate. Inchieste per truffa ai danni del Parlamento europeo. Sulfurei rapporti finanziari con banche russe. Sparate contro “la giustizia ad orologeria”. Meeting alla Trump Tower con l’uomo d’affari italo-statunitense Georges Guido Lombardi, ex rappresentante della setta Moon, molto amico di Donald, e 35 persone non meglio identificate (banchieri, inquilini della Tower, funzionari Onu, gente che veniva dall’India, Israele, Asia, America del Nord come ha detto Lombardi a Paris Match).

Che fatica, per Marine, ridurre gli eccessi “anti-sistema” del Front, per offrire un’immagine più istituzionale e guadagnare in legittimità. L’incertezza ci favorisce, dice la Le Pen. La nostra spinta ha messo a nudo le fratture della società. Non potete più ignorarci, insiste coi suoi interlocutori Philippot. Vuole pilotare la candidata frontista dentro i salotti che contano, dopo anni di vane attese, di tinelli provinciali, di anticamere regionali, di fattorie in rivolta, di periferie e borgate industriali degradate. Ma cerca una sponda, per sdoganare Marine.

E l’ha trovata. La sponda del Medef è importante. Significativa. Al Mouvement des entreprises de France aderiscono 750mila imprese, il presidente si chiama Pierre Gattaz, eletto a sorpresa nel 2013, grazie allo slogan “Medef di battaglia”. Hollande l’ha appoggiato, e il governo socialista è stato prodigo. Poi, però, Gattaz è andato in rotta di collisione con i socialisti, perché reclamava diminuzioni fiscali sui contributi sociali, chiedeva la fine dell’imposta sul patrimonio, prometteva ciò che non era possibile mantenere, tipo un milione di posti di lavoro in cinque anni.

Il divorzio tra Hollande e Medef si è consumato - guarda caso - all’inizio della campagna presidenziale, quando Gattaz ha deciso di aprire in modo deciso la sua porta ai candidati della destra. E dell’estrema destra, invitando la leader frontista a presentare il suo progetto, rompendo una tradizione anti-FN. Tanto per capirci, nel dicembre del 2015, il mese del voto regionale che ha visto il Fronte Nazionale vincere le primarie ma perdere contro una “triste” ma risolutiva alleanza fra sinistre e centrodestra, lo stesso Gattaz non nascondeva il malessere dinanzi alla prospettiva di un trionfo della Le Pen, portatrice di un “progetto non economicamente responsabile”, addirittura simile a quello dell’estrema sinistra.

Poi, però, le cose sono cambiate. Il disgelo è cominciato poche settimane fa. Il Medef dell’Île de France ha infatti ricevuto Wallerand de Saint-Just, tesoriere del Front: “Sembra che i fatti s’impongano al Medef, a cominciare da Brexit, passando per la rilocalizzazione industriale di Trump negli Stati Uniti o il baratro economico che si scava tra la Francia e la Germania”...

A questo pensa Marine mentre l’infervorato Florian le suggerisce che fare: “Spiegherai qual è la nostra strategia economica, i cui punti fondamentali sono chiari: recupero della sovranità rispetto a Bruxelles, all’Unione Europea e all’Euro; protezionismo; difesa del made in France; difesa dei diritti sociali acquisiti; tutela del nostro commercio contro il libero scambio; sostegno alle categorie più colpite dalla mondializzazione...”. La rabbia fa rovesciare i tavoli, e all’estero, comunque, c’è chi ci aiuta. Già, i viaggi di Marine in Libano, Israele, Egitto, Canada, Russia, Stati Uniti: ammantati di mistero. Marine cerca soldi per finanziare il partito e la campagna presidenziale. Ma qui, i bei discorsi si fanno opachi. Roba da 007 del fisco. E tutto torna come prima. Sempre nel nome del popolo francese.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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