En Marche! stravince anche le politiche

FAIDA PER L’ELISEO Parigi

PARIGI. Le urne delle grandi città francesi sono sigillate alle otto di sera, le altre erano già state chiuse alle 18. Immediatamente arrivano le prime proiezioni del voto legislativo: dei 577 in palio, 355 seggi, ossia la maggioranza assoluta, vanno alla macroniana La République En Marche! e all’alleato MoDem, il partito centrista del guardasigilli François Bayrou (44 seggi la sua quota). La realtà (politica) è ancora più cinica: il partito di Macron non avrebbe bisogno dell’appoggio di Bayrou, perché conta almeno 311 deputati. Tradotto: Macron dispone di un parlamento ai suoi ordini, senza dover mediare con nessuno. Bisogna comunque sottolineare l’altissima percentuale delle donne nelle liste della La République en Marche!, sul 40 per cento, mai così tante donne all’Assemblea Nazionale. Un primato che Catherine Barbaroux, presidente (ad interim) del partito macroniano, ha orgogliosamente rivendicato.

E i perdenti? La destra dei Républicains ottiene un lusinghiero risultato, nel quadro della sconfitta: 128 seggi. Ma è un risultato ingannevole. Una metà dei deputati vuole restare all’opposizione, l’altra ha già annunciato che il 4 luglio voterà la fiducia al governo. Quanto alla sinistra, i due partiti tradizionali sono stati messi all’angolo. I socialisti hanno subìto la batosta annunciata: avevano 284 seggi (con gli ecologisti), gliene restano con gli alleati di lista 46. Nessuno si è meravigliato se, a pochi minuti dalla chiusura dei seggi, il segretario socialista Jean-Christophe Cambadélis ha annunciato le dimissioni: “Signor presidente” ha detto, rivolgendosi a Macron, “sappiate che non dovrete abusare del vostro strapotere ma ascoltare i francesi”.

E tuttavia, non abbiamo assistito a un devastante successo macroniano, come temuto nei giorni scorsi, quando si ipotizzavano almeno 400 deputati. Semmai, il dato inquietante è la scarsa affluenza, un’astensione senza precedenti (salvo alle ultime europee): ha votato appena il 43,4 per cento dei francesi. Jean-Luc Mélénchon, il leader (rieletto a Marsiglia) della France Insoumise ha subito detto che è una protesta dei francesi, contro Macron: i francesi faranno “resistenza sociale”. Con orgoglio, collera e virulenza dialettica, Mélénchon ha trasformato la sconfitta (ha perso metà dei consensi ottenuti alle presidenxiali) in un successo, perché France Insoumise può contare su 28-30 deputati. Quanto basta per far gruppo. E far sentire la propria voce. Anzi, l’urlo della protesta. La voce cioè dei gruppi sociali emarginati dalla globalizzazione e dalle annunciate riforme del mercato del lavoro.

La colpa dell’astensione record, spiegano i politologi, è del sistema maggioritario a doppio turno. Andrebbe riformato. I perdenti, adesso, lo trovano inadeguato: lacrime di coccodrillo, obietta Jean-Marie Colombani, ex direttore di Le Monde: perché non l’hanno riformato prima? Domenica 11 giugno, nel primo turno, l’onda devastante del “progetto” Macron aveva spazzato via i partiti tradizionali e annichilito gli estremismi di destra e di sinistra. In termini di strategia, i giochi erano già fatti. Nel secondo turno, tanto per capirci, c’erano solo 7 duelli tra socialisti e repubblicani, che erano stati lo scontro classico del passato. Il resto era una sfida spesso a senso unico, contro il candidato (nell’80 per cento un neofita) macroniano. In un caso, nella seconda circoscrizione dell’Aveyron, l’avversario del partito di Macron aveva rinunciato alla sfida.

Tra i vip della “vecchia” politica, si è salvata Marine Le Pen, candidata nel suo feudo di Hénin-Beaumont (Pas de Calais) e costretta al confronto del secondo turno: è riuscita a farcela. E’ la prima volta che approda all’Assemblea Nazionale Ma il Fronte Nazionale conta appena 8 deputati, e quindi non può formare un gruppo (bisogna avere almeno 15 deputati): significa meno finanziamenti, meno tempo negli interventi, non accesso alle commissioni. Anche lei ha spacciato la sconfitta in una vittoria, non soltanto personale, ma di un partito stordito dalla Berezina delle presidenziali: “Attaccheremo la politica economica di Macron, non gli daremo tregua”. Insomma, tutto secondo copione. Per ora.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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