Emmanuel l’Africano nei guai con l’ex-colonia

FAIDA PER L’ELISEO

Macron detto anche l’Africain perché appena eletto è andato subito in visita ai soldati francesi schierati in Mali per ribadire l’impegno della Francia “al fianco dei Paesi africani nella lotta contro il terrorismo” (19 maggio), avrà parecchie gatte “africane” da pelare, al ritorno dalle vacanze. Con l’amico Mohammed VI, che l’aveva invitato a Rabat assieme a Brigitte lo scorso giugno. dovrà infatti affrontare la spinosa questione della Repubblica Centrafricana. Un tormentone post-colonialista. Una brutta grana geopolitica. Sono infatti scoppiate vigorose proteste contro il contingente Onu marocchino schierato laggiù: circa 750 caschi blu agli ordini del colonnello-maggiore Abdelaziz Sheikh, accusati di avere “il grilletto facile”: negli scontri a fuoco coi ribelli, colpirebbero indiscriminatamente i civili. E’ successo più volte a Bangassou, al punto che i 51mila abitanti hanno chiesto ufficialmente il ritiro delle forze marocchine dalla loro città che si trova nel sud-est del Paese.

La situazione è piuttosto complessa. L’80 per cento della popolazione centrafricana è cristiana e vive prevalentemente nel sud del Paese. Al nord, lungo il confine con il Tchad, la maggioranza è invece di fede musulmana. Il problema è che lì si trovano le risorse più ingenti, quelle petrolifere, considerate strategiche dal Tchad. La ribellione (2012), guidata dalla coalizione Séléka, ha avuto sin dall’inizio l’appoggio di mercenari del Tchad, della Libia e del Sudan, sotto il forte influsso dell’estremismo islamico. Nel dicembre del 2013 l’Onu autorizzava una Missione internazionale di sostegno al Centrafrica sotto condotta africana. Con l’intervento delle truppe francesi autorizzate a prendere “tutte le misure necessarie”. E’ il via dell’Opération Sangaris (il sango è la lingua locale). Un déja-vu: per la settima volta i francesi scendevano in campo, dall’ indipendenza della Repubblica Centrafricana. Contemporaneamente il Marocco entra in scena, con un primo dispiegamento (250 uomini). Pochi mesi dopo, nel luglio 2014, la Séléka assumeva il nome di Fronte Popolare per la Rinascita del Centrafrica (FRPC). La guerriglia è feroce. Anche la minoranza musulmana subisce massacri, ad opera degli anti-Balaka capitanati Joseph Koni, capo del Lord’s Resistance Army. Questo in soldoni, la situazione è assai più frastagliata, incontrollabile.

Ed insostenibile. La recentissima strage del villaggio di Gambo (50 morti) addolora il papa che lacnia un appello per la pacificazione, mercoledì scorso. Autorità religiose cristiane e musulmane concordano sulla protesta degli abitanti di Bangassou: “La popolazione è testimone e vittima delle azioni condotte dai militari del contingente marocchino”, ha dichiarato l’imam Oumar Kobine Layama, leader della Piattaforma delle Confessioni Religiose nazionali, che ha fatto parte della commissione d’inchiesta sulle azioni dei caschi blu marocchini insieme a monsignor Juan José Aguirre Munos, vescovo spagnolo di Bangassou: “Sono inattivi e soprattutto passivi quando vengono attaccati dai miliziani. Sono la causa di diversi casi di assassinio perché sparano a bruciapelo sui civili che vengono qualificati come miliziani”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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