Dove abbiamo sbagliato?

FAIDA PER L’ELISEO PARIGI

PARIGI. Dove abbiamo sbagliato? La domanda di Marine Le Pen plana nella sala delle riunioni di rue de Suisses 78, a Nanterre, sede del Front National. E’ in corso una “due giorni” di serrato e talvolta acceso dibattito, un “seminario” convocato venerdì 21 e sabato 22 luglio. Volano stracci, accuse, recriminazioni. C’è molta tensione. Ci sono i quaranta dirigenti del partito che contano di più, schierati su posizioni contrastanti: “identitari” e “sovranisti”. In fautori dell’uscita dell’Euro e in pentiti di questa linea. La doppia sconfitta elettorale pesa come un macigno. Ancor di più il tracollo che ha decimato la compagine frontista all’Assemblea Nazionale: appena otto deputati. République En Marche!, la formazione egemone di Macron, ne ha più di trecento.

“Non lascerò che il caos s’insedi nel mio partito”, replica secca Marine, che non è andata a Nanterre per farsi tumulare. “Marine ha fischiato la fine della ricreazione. E’ come con suo padre. Quando lei dice basta, è basta. Non si torna più indietro”, dirà più tardi un “marinista” influente che la conosce bene.

“Siamo qui per dibattere sulla rifondazione del nostro partito”, riassume con la solita energia Marine, “oltre che per tirare il bilancio, lo ammetto negativo, delle elezioni presidenziali e legislative. Ma vi ricordo che dieci milioni di francesi ci hanno votato. E’ il nostro record storico. E’ da qui che dobbiamo ripartire, e capire come attrarre più cittadini”.

In realtà, sotto processo non è Marine, che ha combattuto fieramente “contro il sistema più agguerrito che mai”, soccombendo alle “bugie dell’illusionista Macron”. Al centro delle critiche e degli strali di quadri e militanti sta il vicepresidente Florian Philippot, deputato europeo, con tutto il suo cerchio magico che fa capo all’associazione Les Patriotes. La colpa? Aver condotto il Front alla disfatta, averne snaturato il carattere originario. In più, il deprecabile incidente (?) di una mail firmata proprio da lui e pubblicata dal Figaro il 17 luglio, un documento interno in cui si accenna al progetto di rifondare il partito, cambiandone il nome. Nel feudo Philippot, al consiglio regionale Grand-Est, parecchi consiglieri Fn auspicano la creazione di un nuovo gruppo. Altrove, le defezioni non sono poche.

“Dobbiamo garantire per il futuro un grande, davvero molto grande movimento politico”, ripete la Le Pen. I francesi, osserva, hanno rigettato la nostra proposta di uscire dall’Euro (un errore fatale, per gli economisti Fn Bernard Monot e Jean-Richard Sulzer), quindi ripensiamoci. Philippot non è d’accordo. Per lui il no all’Euro resta la proposta “faro”, la “chiave di volta del nostro sovranismo”. Semmai, l’errore fatale è stato restringersi su temi come l’immigrazione, l’insicurezza, l’islamismo. “Io, se si rinuncia alle nostre posizioni fondamentali sull’immigrazione, posso anche andarmene”, minaccia Philippe Olivier che poi corregge il tiro dicendosi “non veramente inquieto”. Tuttavia, il suo malumore riflette le divergenze che dividono il Front National, gli intransigenti del sovranismo e gli identitari, che non vogliono cedere sulla questione migranti.

Marine Le Pen chiede tempo. Una tregua armata sino a settembre. Florian Philippot, in questa lotta interna, può contare sul sostegno del fratello maggiore Damien che è diventato all’inizio di luglio l’assistente parlamentare di Marine all’Assemblea Nazionale. Chiosa Louis Aliot, deputato dei Pirenei Orientali, rivolgendosi ai contendenti: “Tu devi tutto al partito, il partito non ti deve nulla”. Lo ripeteva l’ineffabile Jean-Marie Le Pen, papà di Marine. Ma la citazione era di Jacques Doriot, fondatore del partito popolare francese. Lo ricorda Olivier Faye su Le Monde. Dove scrive sapido che i dirigenti del Front sarebbero , in fondo, dei leninisti che ignorano d’esserlo (“Il partito si rafforza epurandolo”, sosteneva Vladimir). Vedremo come.

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