Destra, sinistra, X

FAIDA PER L’ELISEO Parigi

PARIGI. Macron, o dell’ambiguità. Emmanuel si definisce “di sinistra” nell’autobiografia Révolution, apparsa nel 2016 ma scritta l’estate prima, all’isola di Ré, ospite dell’amico, l’attore Fabrice Luchini. Però rivendica d’essere “liberale”. Politicamente l’hanno descritto “inafferrabile” (TV5 Monde), “figliol prodigo che si è emancipato da Hollande” (Antoine Fonteneau, giornalista e presentatore tv). C’è chi lo trova “troppo bello, troppo giovane, troppo gaté” (Christine Clerc, grande scrittrice e giornalista). Su Le Monde (26 aprile), l’editorialista ed ex direttore Gérard Courtois fa le pulci a Macron. Ricorda che nemmeno un anno fa fosse “molto presuntuoso” nel ricusare tutti i canoni della vita politica francese. In qualche mese, osserva Courtois, il leader di En Marche! tira fuori la bacchetta magica e crea “un movimento senza Stato di cui non si sa che cosa diventerà domani ma che gli assicura, per il momento, un vasto esercito di supporter entusiasti”. La sconfitta alle primarie di Alain Juppé gli ha spalancato le porte del centro destra, e ancor di più quelle del premier Manuel Valls (battuto dal frondista Bénoit Hamon). Bernard-Henry Levy è realista, nel descriverne la peculiarità politica: “La Francia, per non essere il corpo morto che si vorrebbe fosse, sta scegliendo quest’uomo. E non sa esattamente quello che fa, poiché lui non sa esattamente chi egli è. La Francia trattiene il respiro poiché si rende conto che l’intensità gioiosa da cui è animata ha qualcosa di fragile ed incompiuto...”. Il filosofo constata che “in verità non abbiamo più scelta. Nemmeno lui, del resto”.

E dunque: chi è Macron? Sappiamo che è nato ad Amiens il 21 dicembre del 1977. Famiglia borghese: padre medico e professore di neurologia, responsabile dell’insegnamento alla facoltà di medicina di Amiens; la madre, medico e consigliere della sicurezza sociale. Emmanuel parla spesso della nonna, “è grazie a lei che mi sono avvicinato alla sinistra”. In questa narrazione indugia, poiché la nonna era figlia di un capostazione e di una domestica, dunque veniva dal popolo. E’ un uomo che mostra un volto sempre diverso, a volte insondabile. Da ragazzino, studia dai gesuiti, all’École de la Providence, nel nome della scuola è tracciato già il destino. La Provvidenza lo trascina nel laboratorio teatrale, e lì si infatua della prof di francese, la bella Brigitte Trogneux, sposata ad un banchiere, madre di tre figli (una è compagna di classe di Emmanuel). Ma i genitori di Emmanuel non approvano e lo spediscono a Parigi (1994) iscrivendolo al più prestigioso dei licei, l’Henry IV, dove dimostra d’essere assai bravo (giudizio del bac S: très bon). Su questa storia ci si è ricamato e dibattuto tantissimo. Ma è stata soltanto un’infatuazione adolescenziale? No!

E’ semmai l’inizio di un percorso esistenziale atipico. La signora a 36 anni abbandona il marito e i figli e va a vivere con Emmanuel, appena diventa maggiorenne. Da allievo (quasi)prodigio, entra nell’ENA (l’École nationale d’administration, verà fucina dell’élites statali). In pochi sanno che per due volte aveva fallito l’esame scritto d’ammissione all’École nationale supérieure...). Comunque, diventa ispettore delle Finanze: un percorso classico al servizio dello Stato. Dopo la prof Brigitte, Emmanuel seduce Jacques Attali, l’eminenza grigia di Mitterand, e il suo cerchio magico di economisti e politici. Si converte subito al “privato”. Nel 2008 Macron viene catapultato alla Rothschild et Compagnie, una delle banche d’affari più influenti di Francia. Dispiega talento e abilità nei contratti. Guadagna un sacco: tra il 2009 e il 2013, incassa 2,8milioni di Euro. L’affare più noto è l’accordo tra la Nestlé e il comparto alimentare della Pfizer, un matrimonio che vale 9 miliardi di Euro. Nel frattempo, l’entourage di Sarkozy vorrebbe arruolarlo, ma Emmanuel rifiuta.

Dice sì, invece, ad Hollande, di cui diventa il principale consigliere economico. Di lì a poco è promosso segretario generale aggiunto dell’Eliseo. Il che gli permette di stringere relazioni con tutti i settori politici, sebbene continui a dire di se stesso che “non si vede come uomo politico”. Appare naif ed entusiasta, vicino ai padroni ma anche ai sindacati, a suo agio con gli ambienti dei grandi affari ma pure con quelli operai. Non si accasa, per evitare di rovinare i legami acquisiti. Nell’agosto del 2014 diventa ministro dell’Economia, dell’Industria e del Digitale. Si definisce l’artigiano dell’innovazione. L’onnipresenza mediatica fa incavolare Axelle Lemaire, segretaria di Stato al Digitale, che aveva contribuito al French Tech più di lui.

Da ministro, talvolta inciampa. Gli capita nel sud della Francia (maggio 2016). Ha un faccia a faccia con due imbufaliti scioperanti. Macron reagisce maldestramente: “Non mi fate paura con le vostre t-shirt. Il miglior modo per pagarsi un vestito è lavorare!”. Lo accusano di disprezzare le classi popolari. E di fare gli interessi delle imprese, con la “Legge per la crescita, l’attività e l’uguaglianza delle opportunità economiche”, nota come loi Macron. Un ampio catalogo di riforme che vengono aspramente criticate e ridimensionate. Però bersaglio delle critiche ci finisce il premier Valls. Non Emmanuel, che l’aveva presentata. Il resto, è cronaca: un anno fa battezza En Marche! Il 16 novembre, si candida a Bobigny, banlieue nord-est di Parigi. Per dimostrare che è un vero “social-liberale” e non un servo dei banchieri.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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