E la Tav va (a dieci metri al giorno)

Storie

CHIOMONTE. Attorno, montagne belle, aspre, in un Piemonte quasi di frontiera. E di roventi battaglie per la Tav. A un certo punto, venendo da Susa, si imbocca sulla destra la strada antica che porta al municipio di Chiomonte, nel vecchio centro del paese, e si procede sino alla piazza Colombano Romean, scalpellino che visse nel primo Cinquecento. Alessandro Perissinotto l’ha celebrato in un romanzo: Colombano scavò per sette anni (dal 1526 al 1533) una galleria idraulica a colpi di martello e scalpello, sotto la cima dei Quattro Denti di Chiomonte, a duemila metri di quota. La canalizzazione di 433 metri, larga circa 80-120 centimetri e alta da 1 a 2,5 metri, è ancora attiva e la si può visitare nei mesi di minore portata. Dunque, è nel genoma storico dei valsusini la “gallerite”...

Si gira ancora a destra e ci si immette sulla via Roma. Scritte No Tav sulle pareti dei tornanti. Graffiti contro la Digos “boia”: la voce degli antagonisti resiste all’usura delle intemperie, sì, è la direzione giusta. Si scavalca la Dora Riparia. Si segue la strada dell’Avanà, sino alla ex Centrale Elettrica. Lì comincia il Fortino: come viene chiamata la zona di sicurezza tipo G8 allestita attorno al cantiere della Maddalena di Chiomonte, dove si sta scavando il cunicolo geognostico esplorativo di 7541 metri che penetra nel massiccio dell’Ambin e che serve per effettuare l’anamnesi della roccia. In seguito, il cunicolo sarà utilizzato per accedere ai vari cantieri sotterranei del lunghissimo “tunnel di base” della nuova ferrovia Torino-Lione. Più di trecento uomini - carabinieri ed esercito, ma ho visto pure dei finanzieri - sono stati dislocati al Fortino per proteggere i 140 lavoratori e i macchinari della Telt, la Tunnel Euroalpin Lyon-Turin, la nuova società italo-francese che dovrà realizzare l’infinita galleria di 57 chilometri (dodici in Italia) del “corridoio Mediterraneo” nelle viscere del Moncenisio. Che ha già un record: è la linea ferroviaria ad alta velocità più contestata d’Europa.

Anche la più tormentata. Dai dubbi: è utile o no? Dalle polemiche, che hanno squassato l’opinione pubblica e il mondo della cultura: non c’è libreria locale che non esponga pamphlet e saggi, in cui si racconta il come e il perché di questa vicenda. E ancora: se si vuole incentivare il traffico merci su rotaia, che logica c’è nell’avere appena raddoppiato il tunnel autostradale del Fréjus, cioè la concorrenza? E la corruzione in agguato? I recenti casi hanno svelato “i veri interessi dietro le Grandi Opere: mazzette e appalti per la criminalità organizzata” , ha scritto Dario Fracchia, sindaco di Sant’Ambrogio di Torino. Abbiamo adottato protocolli di legalità più inflessibili, replicano quelli della Telt. Sulle 486 informative antimafia per le imprese che hanno lavorato o lavorano alla Maddalena ci sono state 4 “interdittive”, relative al primo periodo dell’attività, lo 0,82 per cento.

Certo, Graziano Del Rio, ministro delle Infrastrutture, ha voluto dare una raddrizzata all’andazzo generale. Appena insediato al dicastero dopo le dimissioni del suo predecessore Lupi, ha annunciato il 12 aprile: “Basta con le Grandi Opere. Si torna all’ordinario, alle regole semplici, trasparenti”. Con qualche eccezione. Anzi, con 25 eccezioni: le opere considerate “strategiche, essenziali e inderogabili” per lo sviluppo del Paese. Come la Torino-Lione, per di più gravata da accordi internazionali. Perciò, inutile illudersi. La Tav si farà. Si sta facendo.

Appunto. Come procedono i lavori in territorio italiano, ora che Parigi e Roma hanno siglato l’ultimo, definitivo accordo il 24 febbraio e che i finanziamenti dei lavori principali (8,6 miliardi di Euro) sono stati ponderati e ripartiti: 40 per cento a carico dell’Ue, 35 per cento dall’Italia, 25 per cento dalla Francia?

Ecco il primo posto di blocco, affidato ai carabinieri. L’ingresso è presidiato da un nugolo di militi. Un container è l’ufficio provvisorio di controllo. La targa dell’auto era stata già comunicata, così come le mie generalità. Bisogna consegnare un documento, per le necessarie verifiche e la registrazione. Poi si prosegue. Sulla destra, vigneti. I più alti del Piemonte. Una specialità del posto è il Vino del Ghiaccio, sorta di passito. I contadini aspettano la prima gelata, per staccare i grappoli ghiacciati di Avanà (vitigno autoctono) e vendemmiare. Quest’anno non ha fatto abbastanza freddo e la produzione è stata piuttosto esigua.

Supero una casetta, sulla sinistra. E’ un bed&breakfast, si chiama “al Gardin” (la gerla, in piemontese). Il proprietario sogna turisti. Arduo, dentro questa specie di Fort Apache. Un minuto dopo, secondo alt. Il cancello ovest 3 è sorvegliato dall’Esercito. Di nuovo, verifica dei documenti. Via libera. La strada porta finalmente al cantiere della discordia, assediato dai No Tav. Il culmine della tensione si ebbe il 27 giugno e il 3 luglio del 2011, gli scontri - 388 feriti, di cui 200 tra i manifestanti e 188 tra gli agenti - finirono in tribunale, al maxiprocesso di Torino: 47 condanne, 145 anni di galera comminati il 27 gennaio scorso. Sentenza durissima.

Parcheggio davanti agli uffici della società. Il cantiere è ricavato sotto il massiccio d’Ambin, all’inizio della Val Clarea, a nord di un grosso viadotto, quello dell’ A 32. Una parte del cantiere è proprio sotto alcuni giganteschi pilastri autostradali, per limitare l’impatto ambientale. A prima vista, il cantiere non è così devastante come mi aspettavo. I No Tav non hanno visto quelli di Milano. Mica l’Expo: ma i quartieri rivoltati come calzini. I grattacieli. Gli scavi della metropolitana. Non abbiamo avuto alcuna compensazione di tipo economico per i disagi sofferti, per l’inquinamento acustico e per le polveri che ci stanno soffocando. Al contrario, ogni anno le tasse locali s’impennano.

Su uno di questi pilastri di cemento grezzo gli antagonisti del Movimento hanno graffitato una scavatrice e la scritta “resistenza No Tav”, taggando la data 11/9/2010. L’azienda della Tav non l’ha cancellato. Forse, per non inasprire gli animi. Oltre la recinzione e l’autostrada, sventolano infatti una decina di bandiere del Movimento: “E’ il loro osservatorio”, mi dice l’architetto Mario Virano che della Telt è il direttore generale (nella spartizione delle cariche, ai francesi spetta la presidenza), “ma può constatare coi suoi occhi che cerchiamo di essere scrupolosi. Il materiale di scavo esce su un nastro trasportatore coperto, per evitare dispersione di polvere utilizziamo acqua nebulizzata. Lo smarino (il materiale frantumato estratto dalla galleria, ndr.) viene posato, verificato e certificato in stock progressivi che sono mappati e sottoposti al controllo dell’Arpa”. Ogni cumulo ha il suo PK di riferimento, ossia il tratto chilometrico di provenienza. Alle sedici del 21 aprile, l’ultimo di questi cumuli è contrassegnato col numero 58 (PK 2,876.3).

L’effetto No Tav: ogni attività è sotto la severa lente d’ingrandimento degli antagonisti e dei valsusini. Non c’è giorno che passi senza critiche ed obiezioni: sugli appalti, per esempio, e i loro conti; o sulle conseguenze delle radiazioni, perché in molti sono convinti che in queste montagne vi sia l’uranio. La gente della Val di Susa, secondo ricorrenti denunce, assorbirebbe eccessive dosi quotidiane di amianto e pechblenda. Replica l’architetto Virano: “I sistemi di controllo sono sofisticati - ergo, costosi. Dimostra la nostra massima attenzione per l’impatto dei lavori sulla salute pubblica. Ci sono 66 centraline di rilevazione dei dati ambientali, 26 dentro l’area del cantiere, le altre 40 in un raggio di quindici chilometri. Oltre ventimila sono state le misurazioni: non abbiamo riscontrato nulla di rilevante”, afferma Virano, “men che meno le radiazioni rilasciate all’interno della galleria geognostica: sono la metà delle medie riscontrate in tutto il resto del Piemonte”.

La diffidenza è dura a smussare, peggio della roccia dentro l’Ambin. Che in passato è stato oggetto di studi geologici indipendenti. Sergio Lorenzoni, nel 1965, misurò rilevanti formazioni di uranio (risalenti all’era paleozoica). Tamara Bellini, nel 1975, definì i monti della zona “uno dei più interessanti giacimenti uraniferi delle valli occidentali piemontesi”. Virano scuote la testa, le analisi dell’Arpa, di Ispra, delle Asl, delle università, del ministero dell’Ambiente non segnalano valori allarmanti di amianto. Né di uranio, tantomeno di pechblenda.

Virano, è scontato, difende a spada tratta il progetto della Torino-Lione. Lo hanno nominato commissario straordinario del governo e presidente dell’Osservatorio sulla Torino-Lione, cariche da cui si è dimesso. E’ stato comunista, si porta addosso un bagaglio culturale di sinistra: capisce le istanze dei No Tav, sa quanto abbia inciso sulle coscienze e le ideologie questo movimento comunque popolare e ben radicato sul territorio: “Ormai, però, è diventato un brand politico, va oltre l’antagonismo locale che combatte contro la Torino-Lione e che difende l’ambiente valligiano. Ma è anche venuto il momento di usare il buon senso, di smetterla con i sabotaggi, con gli assalti”. Il 16 marzo il consiglio di amministrazione della Telt ha diffuso un “appello per la pacificazione, il rispetto delle posizioni e il dialogo”. Superiamo i conflitti, apriamo una nuova fase di dialogo, “le intimidazioni e ogni forma di violenza contro le persone e le cose non possono costituire una risposta a progetti di crescita e di sviluppo basati su legittime decisioni dell’Europa, dei Governi, dei Parlamenti e delle Regioni”.

Uhm. Non sono argomenti che possono far breccia nella leadership del Movimento. O no? “Non chiediamo abiure, né di cambiare opinione: chiediamo solo di abbandonare la violenza”, sintetizza Virano. Un armistizio. E una promessa. Se finiranno le occupazioni dei cantieri e gli assalti, ritireremo le denunce, utilizzeremo i soldi della sicurezza (20 milioni l’anno) per la Val di Susa. Secondo Virano, ventinove associazioni e rappresentanti hanno condiviso l’appello.

Qualche piccolo ma significativo segnale c’è stato. Per la prima volta, dopo anni di prudente latitanza, un prete della valle ha celebrato la messa in cantiere per celebrare la ricorrenza di santa Barbara, protettrice dei minatori. Nel 2014 oltre mille persone (delegazioni, amministratori locali, cittadini, studenti) hanno visitato il cantiere. Per questo sono stati installate sei postazioni di osservazione (con pannelli informativi e grandi schermi video). Un istruttivo museo dello scavo che comprende l’escursione - con casco, giubbotto e stivali forniti dall’azienda - sino alla cabina di comando della gigantesca fresa scavatrice (Tunnel Boring Machine), un bestione da dieci milioni di Euro, lungo 265 metri, pesante 385 tonnellate, dotato di 42 “taglienti” che avanza in media dieci metri al giorno, dipende dalla consistenza della roccia. Nei pochi minuti che ho avuto a disposizione, la “talpa” Gea ha scavato mezza spanna di galleria.

Vedere per credere? Può darsi sia una strategia. Di certo, è un modo per capire come si opera dall’altra parte della barricata. Mentre lascio il cantiere osservo come i detriti raccolti non escano dal cantiere ma finiscano sul fianco della collina. Il profilo è rimodellato, a terrazze digradanti. In basso, il primo terrazzamento è già inerbato. Tutto verrà poi piantumato, e trasformarsi in un bosco, come non è mai stato. Nell’immaginario No Tav, la Maddalena di Chiomonte era l’Eden, rovinato dagli gnomi del Mercato e della globalizzazione su rotaie. Gli attivisti avevano addirittura fondato la libera repubblica della Maddalena, con tanto di moneta e di piloncini votivi. Che sono stati traslati come ad Abu Simbel, trasportati fuori dai recinti del cantiere, in accordo col vescovo di Susa. E “rilocalizzati”. Ci vorrebbero i No Tav contro il burocratese.

Fonte: Il Venerdi