Trump e intelligence, la guerra dei dossier Tra il neo presidente Usa e i diversi reparti dei servizi segreti è lotta perenne. E dietro ad alcuni documenti c’è un uomo che conosce bene Putin e Mosca

Elezioni USA 2016

WASHINGTON. Venerdì 9 dicembre 2016. Quando John McCain, influente senatore repubblicano dell’Arizona e candidato alle presidenziali del 2008, chiama James Comey, il direttore dell’Fbi, le polemiche sulle fake news che hanno scardinato la campagna elettorale di Hillary Clinton occupano la prima pagina del Washington Post e Donald Trump è stato aggiornato dalle agenzie di intelligence sulle prove che confermano le interferenze russe: “Malicious cyberactivity”, gli dicono. Balle, replica lui, sono accuse fomentate dai democratici sconfitti. Obama ordina l’apertura di un’inchiesta e vuole un rapporto prima della scadenza del suo mandato.

“Jim, ti devo consegnare un documento che potrebbe essere una bomba”, dice McCain ad un incuriosito Comey, “è un dossier che sta circolando al Congresso e tra i media, forse ne hai già sentito parlare. Sarebbe opportuno che ne verificassi l’attendibilità”. Il capo dell’Fbi sa che McCain non ha appoggiato Trump e non ne approva l’apertura a Putin, come parecchi altri membri repubblicani del Congresso. Come sa che il dossier “scotta”. Perché miscela episodi sicuramente fasulli ad altri verosimili: in fondo, Trump è un personaggio sulfureo, un bersaglio ideale. Siamo in mano alle spie, oggi più di ieri, riflette Comey che pure è stato responsabile di un “siluro” clamoroso contro la Clinton mettendola sotto inchiesta per la vicenda delle mail hackerate, contribuendo a minarne la popolarità.

Quanto alla credibilità del documento, Comey è convinto che si tratti di una montatura ad arte. Però, pensa, potrebbe diventare una incontrollabile palla avvelenata da lanciare nel giardino della Casa Bianca. Guai ai rimbalzi...

Mentre McCain glielo descrive, Comey apre un a cartellina. Ne ha già una copia. Sfoglia le pagine. Sono trentacinque. Ogni foglio riporta in alto un’intestazione che ricorda certi rapporti in forma riassuntiva destinati ai dirigenti dei vari dipartimenti dell’intelligence: Confidential/sensitive source. E sotto: Company intelligence report 2016/80. Il primo report è datato 20 giugno. Il secondo, 26 luglio 2015. Una “sinossi”. Spiega le strategie dell’offensiva cibernetica sponsorizzata dallo stato russo e dall’Fsb, il Servizio Federale di Sicurezza, l’erede del Kgb. Una nota siglata details riporta aggiornamenti al giugno 2016. Più avanti, ci si imbatte in presunti “imbarazzanti” contatti segreti tra chi ha organizzato la campagna elettorale di Trump e le autorità di Mosca. Infine, l’immancabile scabroso capitolo sexy, un classico dello spionaggio. A Mosca e Pietroburgo, festini con prostitute “included perverted sexual acts”. Per agevolare chissà quali oscuri affari immobiliari.

“Roba da impeachment. Se fosse vero, cosa di cui dubito”, commenta McCain, “bisogna capire chi ci sta dietro. I report pare siano opera di un ex agente dei servizi britannici, molto addentro alle faccende del Cremlino”.

“Devo confessarti, John, che sapevamo della sua esistenza. Se ne parla da agosto. Nessuno del governo l’ha commissionato. E nessuno ha tirato fuori questo materiale prima del voto. Non quadra...I russi chiamano questa roba kompromat, materiale compromettente per ricattare e screditare”.

“Jim, devi consultarti con quelli della Cia e della Nsa”

“Lo faremo”.

Passa Natale, la transition fra Obama e Trump si fa rovente. Il 28 dicembre gli Stati Uniti espellono 35 diplomatici russi. Putin non lo imita. Il 4 gennaio Trump twitta accusando i democratici di essere stati incauti, farsi hackerare le mail è stata una “grossolana negligenza”.

I servizi, intanto, hanno messo a punto un rapporto collettivo sulle intrusioni informatiche degli hackers russi. Il 5 gennaio McCain convoca delle audizioni al Senato per scoprire se Mosca abbia davvero tentato di influenzare il voto presidenziale e come evitare in futuro analoghe situazioni critiche. I capi dei servizi confermano la gravità delle accuse, indicando nel Cremlino il “mandante” degli attacchi informatici. James Clapper, direttore della National Intelligence, è perentorio: “Siamo tutti d’accordo, nell’analisi: sia sull’impatto, sia sulla natura, sia sullo scopo di tali intrusioni. Purtroppo, queste attività continuano, anche in Europa, perché ci saranno le elezioni”. In Francia, in Olanda, in Germania.

E’ polemico, l’ex generale Clapper. Le critiche di Trump al “mondo dell’intelligence”, sono inopportune: “Un conto è lo scetticismo necessario da parte di ogni politico. Un altro è il disprezzo”. Trump ha invocato a modello Julian Assange (Wikileaks ha diffuso decine di migliaia di mail dei democratici): “Rivelando informazioni riservate, ha messo in pericolo la vita di molte persone”. Il sottinteso è palese: Trump si comporta da irresponsabile. Ma l’ex generale sa che il modo peggiore di trattare Trump è tentare di impartirgli lezioni. Eppure, ci prova. Il giorno dopo.

Il 6 gennaio, infatti, Clapper ha un briefing con Trump e i capi della Cia, dell’Fbi, della Direzione nazionale dell’intelligence . C’è Michael Rogers, direttore della National Security Agency, la più segreta e potente delle organizzazioni di intelligence Usa. Ribadiscono quel che hanno detto al Senato. Gli rivelano che i russi hanno carpito segreti non solo ai democratici, ma anche ai repubblicani e a lui stesso. Informazioni sulla sua vita privata. Sui suoi business. Signor presidente, Putin ha “personalmente ordinato l’hackeraggio” nel marzo del 2016. “Aiutare Donald Trump, screditando Hillary Clinton”, hanno testualmente scritto nel rapporto che gli consegnano.

A parte Trump riceve due paginette di memo del famigerato dossier sulle sue presunte “activities in Russia and compromising relationship with the Kremlin”. Trump è alle strette. Rilascia un comunicato. Assicura il suo “grande rispetto” per le agenzie d’intelligence. Ma minimizza il ruolo del Cremlino, comunque sia non c’è stato alcun effetto sul voto, ripete. E’ il suo disperato mantra. Il 7 gennaio dichiara: “Avere buoni rapporti con la Russia è una cosa positiva, non negativa. Solo persone stupide o matte possono pensare che sia un male”.

La Cnn rompe il silenzio sul misterioso documento, nel servizio però si limita a citarne qualche stralcio. Il sito BuzzFeed News, invece, lo pubblica integralmente. Con l’avvertenza: “Questo è materiale non verificato e probabilmente non verificabile”. Le prime righe del sommario che apre il dossier sono un pugno allo stomaco: “Il regime russo ha a lungo coltivato, supportato e assistito Trump per almeno gli ultimi cinque anni...”. Il 9 gennaio nuova sortita di Brennan, capo della Cia: “Trump mette in pericolo l’America”. Trump si sfoga alla prima conferenza stampa, due giorni dopo: “Il dossier? E’ spazzatura. Una caccia alle streghe. Pubblicare accuse non verificate è roba da Germania nazista”. Purtroppo, per lui, la gola profonda che ha scritto quel dossier ha un nome. Si chiama Christopher Steele. Ha 52 anni. Ha lavorato per l’MI6, specialista della Russia. Dirige attualmente Orbis Business Intelligence, con lui lavorano altri ex agenti segreti. L’inchiesta sarebbe stata finanziata da un “partigiano del partito democratico” che poi l’avrebbe consegnata all’Fbi. Questo il patto. Braccato dai giornalisti, Steele è sparito di circolazione: non lo vedono dal 12 gennaio. Il suo ufficio, dalle parti di Buckingham Palace, è vuoto. Non è tornato nemmeno a casa, nel villaggio di Runfold, fuori Londra. Mentre Trump, furibondo con le intelligences perché hanno consentito la fuga di notizie, accusa i servizi di incapacità, colpevoli di non aver bloccato documenti che non dovevano essere resi pubblici. Si vergognino i giornali: come il Washington Post che il 13 gennaio ricorda l’emendamento 25, quello che consente la rimozione del presidente incapace di svolgere le sue funzioni. E si vergogni la Cia.

E’ la resa dei conti.

Trump detesta le spie. Soprattutto chi l’ha spiato e chi spiffera i suoi affaracci. Quelli della Cia, per esempio. Lo tengono d’occhio da almeno otto anni, da quando cioè ha cominciato a frequentare Putin e gli uomini dello Zar. Peccato che lo facciano anche con altri eminenti cittadini americani: imprenditori, uomini d’affari, politici, dirigenti di aziende tecnologiche. E’ una procedura standard, per monitorare chi ha rapporti con l’establishment russo all’estero (in patria ci pensano l’Fbi e la Nsa). In realtà, è una vita che di lui si occupano: il fisco, la polizia giudiziaria, probabilmente l’Fbi. Processi, fallimenti, soci sulfurei...Trump s’indigna per queste invasioni della privacy. Vorrebbe applicare le sue regole, come nella trasmissione The Apprentice che conduce, famosa per quella frase tombale, “You’re fired!”, “sei licenziato!”.

Non è così che ha liquidato lo scorso 18 novembre John Brennan, direttore della Cia voluto da Obama, annunciando il suo successore? “Dear John, you’re fired!”. Al suo posto, l’amico Mike Pompeo, deputato ultraconservatore del Kansas, militante del Tea Party. Membro a vita della potente Rifle Association. Soprattutto, strenuo oppositore dell’Obamacare, la politica sanitaria del presidente uscente, e dell’accordo con l’Iran. E fired pure Susan Ryce, ex ambasciatrice all’Onu e Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Sostituita da Michael Flynn, advisor di Trump durante la campagna elettorale, un generale sessantenne a riposo che una volta dichiarò: “La paura dei musulmani è razionale”, beccandosi le accuse dei democratici di essere islamofobo e di simpatizzare per Putin. E via James Clapper, direttore del National Intelligence, la struttura che coordina le 16 agenzie americane d’intelligence. Dietro la sua scrivania ha messo Dan Coats, senatore repubblicano dell’Indiana. Ne vedremo delle belle.

Fonte: ilfattoquotidiano.it