Hillary Clinton, gioventù repubblicana e ambizione smisurata. Sognava di cambiare il mondo, è la nuova lady di ferro Era ancora un'universitaria quando fece parlare di sé dopo un attacco frontale a un senatore ultraconservatore. La conversione ai democratici per gli orrori del Vietnam e la discriminazione razziale. Il lavoro sui Nixon tapes del Watergate. Poi il matrimonio con Bill, lo scandalo Lewinski, da cui è uscita a testa alta. Ora l'ultimo miglio per diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti. Emailgate permettendo

Elezioni USA 2016

Non ci sto al giochetto facile di sparare alla quaglia Hillary Clinton, soprattutto dopo l’ineluttabile October surprise, la sorpresa d’ottobre, che perseguita ogni campagna presidenziale stellestrisce, ossia il vendicativo ritorno dell’Emailgate, che, per chi non lo sapesse ancora, riguarda il trasferimento di posta potenzialmente “di interesse nazionale” dunque estremamente riservata, su server privati, nel periodo in cui la Clinton era diventata Segretario di Stato (carica che lasciò nel 2013). Una questione delicata, diventata il tallone d’Achille della candidata, la buccia di banana sulla quale il perfido Trump spera che scivoli e finisca a gambe all’aria con quest’ultima riapertura dell’indagine Fbi, annunciata undici giorni prima del voto, con sospetta sollecitudine, visto che lo stesso capo dell’Fbi, un repubblicano, ha ammesso di non conoscere ancora i dettagli del materiale scovato nel computer dell’ex marito di Huma Abedin, assistente di Hillary. Per i particolari, rimando alle cronache.

Né insisteremo sul vasto e sovente volgare repertorio delle accuse populiste tanto riverberate dai nostri trumpini, la Clinton è superba, arrogante, è antipatica, è bugiarda, è legata ai poteri forti - già, perché invece Trump... - occhio agli intrecci d’affari di Bill e Hillary, è ciarpame che i mass media utilizzano per orientare le elezioni. Negli Stati Uniti, ossessionati dal declino - come succede del resto in Europa - indeboliti dalle divisioni e travolti dalla rabbia contro la globalizzazione che la gente ritiene il becchino del “sogno americano”, la fiducia verso i politici è a livelli infimi. I primi ad esserne consapevoli sono proprio loro, i politici sui quali si rovesciano risentimento e veleni, un cocktail micidiale. Make America great again, facciamo tornare ancora grande l’America, è il ritornello patriottico ma non solo cui presta l’orecchio anche la raffinata avvocatessa Hillary Diane Rodham, nata a Chicago il 26 ottobre del 1947, sotto il segno scontroso e orgoglioso dello Scopione, studi al prestigioso college femminile Wellesley, già una star quando conosce alla prestigiosa Yale University - era la fatal primavera del 1971 - il brillante Bill Clinton, borsa di studio Rhodes a Oxford. Mentre Bill perora la causa del provinciale Arkansas in assemblee che lo sopportano a mala pena, di lei parlano i giornali nazionali, con tanto di foto (per esempio su Life, il Boston Sunday Globe e il New York Times). Era infatti diventata famosa per avere apostrofato con inusuale irriverenza il potente senatore repubblicano del Massachussets, Edward Brooke. Avvenne il 31 maggio del 1969: uno choc, per i repubblicani, visto che l’eloquente Rodham era stata presidentessa del club universitario dei giovani repubblicani.

Sì, avete letto bene: Hillary è stata fervente repubblicana. addirittura una “Goldwater girl” ( il nome del candidato ultraconservatore alle presidenziali del 1964). Nel fatidico 1968 delle manifestazioni studentesche fragole e sangue, aveva partecipato alla Convention del Gran Old Party, a Miami. Ma al college femminile Wellesley ecco la clamorosa conversione: Hillary scopre gli orrori del Vietnam, le discriminazioni razziali, le lotte per l’emancipazione civile e le battaglie cruciali che portarono a epocali sconvolgimenti sociali. Cresciuta nel confort ideologico dei benestanti sobborghi bianchi d’America degli anni Cinquanta, Hillary Rodham indossa i panni della paladina contro le ingiustizie, abbraccia sacrosante battaglie femministe, ingaggia estenuanti lotte per la parità dei diritti, partecipa alle manifestazioni contro la guerra, s’infiamma per cambiare il mondo, e perché il mondo possa distinguere la verità dalla menzogna. A volte, anzi sempre, il silenzio è vergogna. Lo pensava allora. Adesso ha capito che la politica è compromesso. Che governare è talvolta dissimulare. Che per mantenere libertà e democrazia non sempre si può essere idealisti puri, ma bisogna essere, all’occorrenza, duri, intransigenti. Persino cinici. Con Putin, non ci sarebbe un calar di brache, pardòn, un abbassar di gonna. Come in passato, la Clinton gli ha dimostrato freddezza e diffidenza. Per questo Putin le sta intralciando la strada con le hackerate che sono agguati.

Quel 31 maggio del 1969, l’ovazione delle studentesse di Wellesley dura ben sette minuti. Un trionfo. Una consacrazione. La bionda e carina Hillary è stata un’oratrice impetuosa. La filippica contro il governatore Brooke è la notizia del giorno. Lei si gode il successo. Ne è sempre stata ammaliata. La sua bravura, la sua intelligenza, il suo incalzare ha sempre affascinato chi l’ascoltava. Bill è uno di questi fan. Ammira l’impeto e la preparazione culturale di Hillary. L’accompagna nelle assemblee universitarie. Sono gli anni in cui i campus americani ribollono di proteste, di manifestazioni, di ribellione. Bill the Viking (come lo chiamava lei) se ne innamora. E le chiede di sposarlo. Ma a casa sua, nell’Arkansas. Al sud. Uno Stato povero, rurale, conservatore nell’anima, dove le donne non contano nulla in ambito universitario, giudiziario e, ça va sans dire, politico. L’ateneo di Fayetteville gli ha offerto un posto, una docenza di diritto. Bill ha grande autostima. Sente che il carisma lo aiuterà a far carriera: e poi, difende con foga le sue idee progressiste. Nella sua prima campagna elettorale propone un sistema di assicurazione universale per la salute, un finanziamento pubblico e trasparente per le campagne elettorali, una tassa più forte sui profitti petroliferi. Proclama: bisogna eleggere uomini (sic, questo Hillary non glielo perdonerà mai) che non abbiano “paura di prendersi in carico l’avvenire del Paese”. Ha 27 anni, punta subito a Washington...

Hillary esita. Non le va di stare in seconda fila, dietro Bill. E’ abituata a star davanti. Prima della classe. Presidente della società degli studenti. Fin da ragazza: al liceo di Park Ridge, nell’hinterland di Chicago, codirigeva il comitato contro il vandalismo. E’ un’allieva modella. Magari fin troppo. Nel giornalino di scuola Southwords firma un articolo: Hillary che intervista Hillary, fingendo d’essere una giornalista di Time incaricata di intervistare Hillary Rodham, un ex studentessa diventata avvocato penalista “di fama”. Che ambizione ha questa Hillary? “Sposare un senatore e trasferirmi a Georgetown”, il quartiere chic dei politici di Washington. Eloquente, no?

Insomma, Bill dovrà pazientare, mentre Hillary comincia la sua avventura di avvocatessa impegnata nella lotta per l’educazione e la scuola accessibile a tutti, per i minori detenuti, per i giovani handicappati che non hanno avuto la possibilità di frequentare le scuole. La difesa dei bambini è “la causa della mia vita”, ripete Hillary ancora oggi, durante i comizi delle presidenziali. Una ragione, profondamente radicata nella sua psiche, c’è. Vuole riparare un torto subito da sua madre Dorothy, abbandonata dai genitori quando aveva appena otto anni assieme alla sorellina di quattro, sbattuta su un treno e poi costretta a lavorare all’eta in cui le sue coetanee andavano al liceo. Mamma Dorothy per tutta la vita sarà democratica, al contrario del marito.

Così, invece di seguire Bill in Arkansas, Hillary da Boston va a Washington, chiamata dal famoso giurista John Doar. A 26 anni entra a far parte del team di 39 avvocati incaricati dalla commissione per gli affari giuridici della Camera dei Rappresentanti per istruire il processo della destituzione di Richard Nixon, conseguenza del Watergate. La foto di Hillary ricompare sui grandi giornali. Nelle foto di gruppo, è in fondo al tavolone, ma è pure l’unica donna. Un presagio? Nel segreto più assoluto, lei scortica i Nixon tapes, le registrazioni in cui il presidente repubblicano commenta le proprie turpitudini. Della giovane Rodham si dice che è una formidabile indagatrice. Il profumo del potere comincia a sedurla.

Solo nel 1975 cede “al suo cuore”, come scriverà nella sua autobiografia (La mia storia, 2003). In verità, non ha superato gli esami di abilitazione forense a Washington, nonostante le referenze, o forse, proprio perché è stata feroce nello smascherare Nixon, mentre le riescono quelli di Little Rock, la capitale dell’Arkansas...”Un segno”, si consola, ricordando quell’amara circostanza. Ma anche uno scacco che ammetterà, con riluttanza, trent’anni dopo. L’11 ottobre 1975 sposa Bill. Vanno ad abitare al 930 di California Drive, a Fayetteville. Oggi la casetta dei novelli sposi è diventata un piccolo museo che si chiama Clinton House, mentre la strada è stata ribattezzata, ovviamente, Clinton Drive. Appena entri, in una vetrina, è esposto l’abito nuziale di Hillary, accanto c’è una copia del certificato di matrimonio. Dal 2010, la Clinton House è iscritta al registro dei Monumenti storici. Da qui comincia l’incredibile storia tutta americana di Clinton&Clinton.

Perché, se vedi Hillary, pensi a Bill e, purtroppo, a Monica Lewinski. Lo scandalo ha macchiato la presidenza di Bill, ma ha mostrato la tempra, il coraggio e la dignità di Hillary. Il suo atteggiamento è stato ammirato e continua ad essere ammirato dalle donne - non solo americane. E forse, questa piattaforma trasversalmente femminista potrebbe consacrare Hillary 45esima presidente degli Stati Uniti.

Un lungo e irto cammino cominciato quarantun anni fa dalla casetta al 930 della California Drive, un sodalizio di alti e bassi e di complicità familiari tenute in piedi dall’ambizione e dalla caparbietà. Dovesse infatti vincere le elezioni, sarebbe una sorta di terzo mandato, dopo i due del marito (1993-2001). I Clintonians. Il sogno proibito dei presidenti Usa ai quali, dal 1951, l’anno in cui fu approvato, il 22esimo Emendamento della Costituzione vieta di poter servire come presidente per più di due mandati. Ci riuscì la famiglia Bush: prima con papà George (1989-1993), poi con il figlio George (2001-2009): una minidinastia. Hillary resterebbe invece nell’albo d’oro della Casa Bianca con il primato storico, ben più significativo, di essere la prima donna a diventare capo degli Stati Uniti, dopo 227 anni e 44 presidenti maschi, mentre suo marito Bill sarebbe il primo ex-presidente a ritornare nella White House. Nell’inedita parte di un First Lady declinato al maschile. Cioè First Gentleman. Lui, che conserva quell’aria naif da giovanotto che resiste tenacemente all’incalzare del tempo, ci ha scherzato sopra, “se Hillary sarà presidente, allora mi chiamerete First Man o First Dude...”.

ps.: Per capire Hillary Clinton oggi è fondamentale rintracciare qualche frammento biografico della Hillary di quasi quarant’anni fa, utile a definirne l’evoluzione politica. Cliccate su Google Watch This Rare. Long Forgotten Interview With Young Hillary Clinton. Vi apparirà un documento video sul sito BuzzFeed. Riguarda una rara e lunga intervista del febbraio 1979, realizzata da una emittente locale dell’Arkansas, un mese dopo che Bill ne era diventato il governatore. Il giornalista Jack Hill inscena una sorta di processo. L’imputata è lei, la trentunenne L’immagine superficiale di quegli anni vede una giovane ma già pugnace Hillary all’ombra delle campagne elettorali del brillante marito, fin da quei tempi tombeur de femmes.

Dice Hill: “Lei non è nata qui. Lei ha studiato nelle scuole liberali della East Coast. Ha meno di quarant’anni. Non ha figli. Non porta il nome di suo marito. Fa l’avvocato...E’ preoccupata che qualcuno possa pensare che lei non corrispondaall’immagine che noi abbiamo della sposa del governatore dell’Arkansas?”.

Hillary: “No, perché penso che ciascuno debba essere valutato e giudicato in funzione dei suoi meriti”.

L’intervista è molto lunga, la più lunga e la più vecchia che si conosca. Quattro anni dopo il matrimonio, Hillary ha già analizzato la trappola che la perseguiterà negli anni a venire: il problema dell’identità politica autonoma da quella di Bill. Come esistere e rivendicare il proprio posto, quando tutto congiura per relegarti in secondo piano?

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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