Donald Trump il Grande Bugiardo Miliardario (coi soldi di papà), più volte sull'orlo del fallimento, coinvolto in innumerevoli guai giudiziari. E politicamente scorretto, sempre. Ritratto del politico della "post verità" che disprezza i neri e i latinos, ma è diventato un faro per i ceti illusi, delusi e traditi dalla globalizzazione

Elezioni USA 2016

Qui si scrive di Donald Trump senza insultarlo: benché l’insulto sia per lui abitudine. E si scrive di Donald Trump senza denigrarlo, pur se la denigrazione sistematica sia esercizio che il magnate americano pratica con scaltrezza e metodo. Né ci soffermeremo più di tanto sulla sua attitudine di Grande Bugiardo, poiché è evidente che si tratta di una patologia, costante nel tempo e nei luoghi in cui il miliardario nato a New York (Queens) il 14 giugno del 1946, figlio di un facoltoso investitore immobiliare di New York (cito testualmente Wikipedia), ha vissuto ed operato: esistono prove inconfutabili delle menzogne trumpiane. Non vi troverete, in queste righe, giustificazione o critica del candidato Trump che grazie al cruciale aiuto del capo (repubblicano) dell’Fbi forse sta recuperando il distacco che lo separava da Hillary Clinton. I sondaggi sono indizi, ma nella società della paura e della rabbia possono essere usati come scimitarre, alla maniera del Califfato. No, qui si scrive di Trump che scardina il mondo ingessato della politica americana, sfruttando il fascino discreto della ricchezza esibita come una medaglia, e sbrana il buonismo della morale ufficiale, dando voce ai processi istintuali, al lato meno nobile e più basso della natura umana. Trump si presenta come alfiere del partito repubblicano, ed infatti incita l’opinione pubblica con proposte di identificazione che poggiano su concetti tradizionalmente conservatori: abbassare le imposte; determinazione a difendere il secondo emendamento della Costituzione (sul porto d’armi), sebbene non si capisca chi intenda minacciarlo alla radice; l’impegno a cancellare la riforma sanitaria voluta da Obama; no alla necessità di lottare contro il riscaldamento climatico perché è un complotto internazionale; cancellare l’accordo nucleare con l’Iran.

Ma Trump trascende tutto ciò. Dice che per raggiungere questi obiettivi basilari occorre un uomo dal pugno duro, senza vincoli di alcun genere, al di sopra di ogni partito, “assassino” qualora dovesse trovarsi faccia a faccia coi sindacati o coi media ostinati a difendere obbligatoriamente un sistema che non funziona più. Si sente l’uomo della provvidenza, e questo ci ricorda qualcuno di cui non sentiamo affatto la mancanza...Infine, last but non least (ultimo ma non meno importante), non passa giorno che Trump non rivendichi la capacità, ovviamente autoproclamata, di dirigere e scegliere i “migliori” dispensandolo dalla seccatura istituzionale dei dettagli programmatici. E’ l’uomo che rifiuta la complessità. Che colleziona gaffes e che si giustifica: “Una piccola iperbole non fa mai male. La gente vuole credere in qualche cosa di più grande, di più spettacolare. Ecco, chiamo questo un’iperbole verosimile” (The Art of the Deal, Random House, 1987). E’ un caterpillar che spiana chiunque, persino chi è stato decorato al valor militare, come John McCain, prigioniero dei vietnamiti, affermando che ama piuttosto “chi non è stato catturato”. Per conquistare i voti più oltranzisti, dice che farà costruire un muro “più alto, più grande, più lungo” tra Messico e Stati Uniti, e che imporrà i costi al governo messicano. Impersona il candidato “scorretto in un paese che è diventato esageratamente corretto”. Sono provocazioni? O sono sintomi insurrezionali?

Vuole mano libera: per convincere l’elettorato che lui è l’opzione più formidabile, portando ad esempio la sua abilità di fare affari e di vivere da nababbo. Una mistificazione: perché quest’affermazione cela una realtà di sotterfugi e fallimenti a catena, e se è sopravvissuto finanziariamente ai suoi sbagli lo deve ai miliardi del padre e a 3500 procedimenti amministrativi e giudiziari in cui è rimasto implicato (dai crack di alcuni casinò, alle grane nel settore degli immobili, sino alle cause per diffamazione) che hanno rallentato la caduta o sventato la prigione, nonché al fatto che da quasi vent’anni non paga le imposte, grazie all’abilità dei suoi commercialisti, questo sì un lusso e un privilegio per pochissimi. Al famoso presentatore Larry King ha confessato di avere guadagnato più di un milione di dollari per un discorso sul suo senso del business: si è scoperto che l’avevano pagato 400mila dollari. Alla CNBC, un network che dedica molti servizi alla finanza, ha detto che le 1282 unità nei suoi hotel residence di Las vegas “sono stati venduti in meno di una settimana”. Mentiva: mentre lo dichiarava, ce n’erano ancora 300 invenduti. Al giudice che lo ha interrogato sulla falsa dichiarazione, ha risposto: “Parlavo ad una tv. Ci sforiamo in tutti i modi per dare la migliore immagine alle nostre proprietà”. Di recente, a chi gli ha chiesto ragione di tre fallimenti immobiliari e del relativo debito e della bancarotta sfiorata negli anni Novanta, ha dimezzato le perdite (erano state di 650 milioni di dollari): continuando a recitare la parte del re Mida americano...

Eppure, nonostante le contraddizioni comportamentali, al popolino uno che non paga le tasse piace, è un eroe mica uno squallido evasore, beato lui che può...Katharine Viner, columnist del Guardian l’ha etichettato come il primo candidato dell’era della “politica post-verità”. Stephanie Cegleski, sua ex direttrice della comunicazione, spiega esuberanze e stile di Donald: “Come Ercole, Trump è un’opera della fiction”, scrive nella lettera resa pubblica in cui motiva le sue dimissioni.

Chi l’avrebbe mai detto, quel 16 giugno 2015, vedendo scendere Donald Trump sulle scale mobili che conducono all’atrio della Trump Tower di Manhattan per annunciare la sua candidatura alla corsa per la Casa Bianca - allora vista come l’ennesima stravaganza dell’eccentrico tycoon - che l’esibizionista imprenditore avrebbe scombussolato la campagna elettorale presidenziale? Che l’outsider della politica sarebbe diventato un mastino delle polemiche, che avrebbe incarnato il risentimento dei ceti illusi, delusi e traditi dalla globalizzazione accusata di tutti i mali, spaventati dall’immigrazione e dalle minacce terroriste islamiche (dimenticando il terrorismo “bianco”), incazzati per l’impoverimento?

Semplice: Trump si è messo a parlare come la gente del bar, delle sale d’azzardo, dei discount, degli spalti, della cinghia sempre più stretta, degli indebitati fino al collo. Si è messo a urlare, perché chi urla si fa sempre sentire, quindi ascoltare. Le ha sparate grosse, come fanno cacciatori e pescatori, per vantare le loro presunte abilità. Ha promesso: di riportare l’America “grande come una volta”. Di fermare gli islamici. Di chiudere le frontiere alle merci e alle persone, lasciando credere che l’isolazionismo sia ancora possibile. Di dare voce agli americani “veri”, e salvarne l’identità (parola chiave).

Più che i contenuti delle (scarse) proposte - in fondo simili a quelle di decine di altri candidati del passato - è il modo in cui Trump ha rubato la scena del voto americano. E’ l’irruzione sul palcoscenico di un mattatore che si sente dialetticamente onnipotente, alla maniera di Lenny Bruce, celebre (e perseguitato dalle autorità) entertainer degli anni Cinquanta che aggrediva pubblico e società con un linguaggio rozzo, con frasi scorrette, il primo ad usare le parolacce: ma lo faceva per definire il proprio malessere e criticare il costume del tempo, non per diventare presidente. E’ soprattutto l’irruzione di un populismo dai connotati xenofobi e permeati di inquietante autoritarismo. Mai la democrazia americana si era trovata così in pericolo, dai tempi del maccartismo. Trump ha fracassato ogni tabù politico, ha fomentato violenza e teorie del complotto (come quando ha detto che non accetterà il risultato delle urne se sarà a lui sfavorevole, scatenando un pretestuoso dibattito su elezioni truccate...), ha strumentalizzato l’insulto, con il quale taglia ogni confronto. Ha, in un certo senso, liberato con il suo sfrenato sciovinismo, tanto odio e collera ipernazionalista. Qualcuno ha detto che è stato come sganciare bombe ritardate a frammentazione, i “cui effetti rischiano di farsi sentire a lungo” (Christophe Ayad, Le Monde).

In realtà, Trump ha cinicamente sfruttato il potenziale di un elettorato trascurato e bistrattato dal social-liberismo. Ha prestato voce e dato struttura a quella che gli analisti hanno chiamato “una nuova categoria sociopolitica”: i Bianchi declassati, una maggioranza invisibile e frustrata che non è proprio la più povera o la più indifesa ma che si sente disprezzata, trascurata, scartata dalle élites della politica istituzionale, masse per le quali il “sogno americano” è ormai soltanto una frase fatta, una formula ideologica obsoleta, quasi surreale, mentre la realtà che percepiscono è matrigna verso i figli, “per loro con quest’America voluta dai democratici non c’è più avvenire”, perché la società “liquida” non tutela più nessuno. Ed infatti il refrain trumpiano più reiterato suona così: “Il sogno americano è morto”. Sottinteso, resuscitiamolo, torniamo ad essere quello che eravamo, giacché “si stava meglio prima”...

La grande paura del declassamento trascina al rinchiudersi, all’erigere barriere di ogni tipo, al rinforzare pregiudizi su razze, etnie, a diffidare degli stranieri, persino dell’Occidente. Trump ha trionfato nelle primarie mettendo in discussione la questione sociale, “la prima delle mie preoccupazioni di americano che ama l’America e la vuole forte come una volta”. Però, ha esasperato i toni nel demonizzare chi non è bianco, non riuscendo a celare il suo dispregio nei confronti dei Latinos e dei Neri, la sua scarsa simpatia verso l’elettorato religioso; non ha mai dissimulato il suo machismo e la sua greve concezione del sesso, che gli ha alienato i favori dell’elettorato femminile, schierato con Hillary Clinton. Insomma, Trump il Costruttore della Nuova America per ora non offre programmi, solo proclami. In effetti, più che Costruttore, è il Grande Demolitore. Dell’avversaria, ma questo è nel gioco delle parti. Meno evidente è il fatto che sta distruggendo l’America, pensando di guarirla.

P.S. : In genere, come ci si documenta su un personaggio che poi bisogna descrivere? Cercando le fonti. Trump è logorroico. E’ stato un personaggio televisivo. Ha scritto libri, i cui titoli sono eloquenti (li cito alla fine). In tempi non lontani, si vantava d’essere democratico, Ha frequentato i Clinton e in un comizio ha anche detto che li conosce molto bene, per cui può dire che Hillary è disonesta perché ha ricevuto quattrini: “Lo so, glieli ho dati anch’io”. Lei replica che Trump è un impostore. Donald sventaglia i controversi documenti trafugati da Wikileaks che riguardano la Clinton Foundation, un centro di filantropia in cui, accanto alle indubitabili ed encomiabili iniziative, c’è stato spazio anche per qualche miseria. E’ un ping pong triste e sconsolante. E’ la fotografia della deriva elettorale, copertina di una democrazia sempre più sballottata e fragile.

Ecco i titoli (eloquenti) delle opere trumpiane:
Crippled America: How to Make America Great Again,
Trump: How to Get Rich,
Trump 101: The Way to Success,
Trump: Think Like a Billionaire: Everything You Need to Know About Success, Real Estate, and Life.
In Italia: “Pensa in grande e manda tutti al diavolo” (Rizzoli, 2008-2010).

Quel che fa.

Con franchezza, Trump illustra i sette punti chiave per ottenere potere e ricchezza:
1) cogliere il momento giusto
2) vendicarsi, quando farlo e perché è così bello
3) non perdere mai di vista l'obiettivo
4) lavorare con passione
5) vincere la paura
6) creare la propria fortuna
7)concludere i contratti giusti, non solo negli affari ma anche nel... matrimonio.

No comment.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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